domenica 11 gennaio 2026

LA DIMENSIONE UTOPICA - Il sogno di una società armonica - Miquel Amorós

 



Si dice che i libertari vivano in un mondo di sogni sul

futuro e che non vedano le cose come sono nel presente.

Talvolta le vediamo anche troppo, e con i loro veri colori,

per cui usiamo l'ascia in mezzo a questo bosco di pregiudizi

autoritari che ci accecano.

(Piotr Kropotkin)

 

L'utopia è un modo specifico d’immaginare l'attività sociale opposta alla realtà vigente e, quindi, radicalmente critica. Non si tratta semplicemente di una visione felice tipica di uno stile di vita beato presentato come ideale. Utopico, ha detto Herbert Marcuse, "è tutto ciò che il potere delle società dominanti impedisce di venire alla luce". Karl Mannheim, nella sua influente opera "Ideologia e Utopia", considerava utopico qualsiasi pensiero che mettesse in discussione l'ordine costituito e incitasse alla rivolta. Sarebbero dunque designati come utopie solo “gli orientamenti che trascendono la realtà, quando si estendono al regno della pratica e tendono a distruggere, parzialmente o completamente, l'ordine esistente in una data epoca”. Nelle utopie si manifesterebbero le aspirazioni, gli ideali e i sistemi di valori dei grandi movimenti sociali; si tratta, quindi, di visioni globali del mondo coerenti e strutturate, rappresentative delle esigenze profonde di un'epoca. In questo senso, noi preferiamo parlare di ideale, o semplicemente di "idea" come facevano gli anarchici spagnoli. E aggiungiamo che quando le condizioni soggettive e oggettive per la realizzazione di una società libera non sono favorevoli, quando le forze materiali e intellettuali capaci di realizzare un profondo cambiamento sociale non sono presenti in quantità sufficiente, quando nessun progetto rivoluzionario credibile è immediatamente realizzabile, la negazione radicale dell'esistente assume connotazioni utopiche. La dimensione utopica o romantica del pensiero critico – l'ideale sopra menzionato, l'anarchia – salva i ribelli dal disfattismo relegando il desiderio di una vita senza vincoli nel territorio dell'immaginazione e del sogno, in attesa del momento favorevole per la sua realizzazione. Il clima utopico libera dalla demotivazione, poiché alimenta l'anelito a una società perfetta e mette in moto le volontà di cambiamento. Nel caso libertario, più che in ogni altro, l'utopia non è dunque altro che uno strumento di propaganda per esprimere aspettative di un’emancipazione futura con cui mobilitare le masse sofferenti. Lungi dall'essere una fuga dalla storia verso la fantasia, è, secondo le parole di Victor Hugo, "la verità di domani", qualcosa a portata di mano, pura anticipazione. L'utopia libertaria, nel suo tentativo di dimostrare la capacità degli uomini e delle donne del mondo moderno di vivere razionalmente in comunità, senza leggi né regolamenti, senza padroni né proprietà, è parte della lotta sociale: riflette le aspirazioni egualitarie e fraterne delle fazioni più radicali delle classi oppresse. In quanto ideale realizzabile, è un programma.

L'anarchismo è una concezione del mondo immersa nelle tradizioni sociali e politiche radicali della cultura universale, in particolare quelle che sostenevano l'esercizio diretto della sovranità popolare e rifiutavano ogni forma di oppressione. Critiche all'autorità e a ogni forma di potere separato si possono trovare in filosofi greci e cinesi, in figure singolari come Rabelais e La Boétie, in pensatori illuministi e socialisti del diciannovesimo secolo. Allo stesso modo, fazioni estreme che sostenevano la libertà e l'uguaglianza sono state presenti in moti, rivolte e rivoluzioni nel corso della storia. Tuttavia, l'anarchismo, così come lo intendiamo oggi, non acquisirà un corpo dottrinale minimamente coerente fino all'amalgama della critica sociale antiautoritaria con il federalismo e la lotta di classe, avvenuta all'interno dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Rifiutando l'azione politica all'interno delle istituzioni borghesi e sostenendo l'abolizione del capitalismo e dello Stato come suo obiettivo immediato, l'anarchismo si situava sul terreno della cruda realtà. Tuttavia, a livello teorico, restavano da spiegare i tratti costitutivi generali della società risultante dalla lotta di classe rivoluzionaria, elementi fondamentali per la distruzione ideologica delle illusioni capitaliste. L'internazionalista James Guillaume si mostrò cosciente di questa esigenza quando, in un articolo intitolato "La Comune Sociale" pubblicato nel 1871, delineò quella che sarebbe stata "una comune subito dopo la rivoluzione sociale, durante il periodo di transizione in cui sarà necessario costruire il socialismo con gli esseri umani e i mezzi di oggi". Con questo primo passo, rimaneva pendente "abbozzare un quadro della società come sarebbe apparsa successivamente, con la libertà individuale in movimento  anarchico all'interno della comunità sociale e producendo l’armonia", qualcosa che Joseph Déjacque aveva tentato di fare nel 1858 con la redazione del suo Umanisferio, la prima utopia chiaramente anarchica. Infine, mancava il profilo di una società emancipata che potesse funzionare, basata sull'armonia di interessi e sulla libera partecipazione ai doveri comuni, senza dei né padroni; una società prodotto finale del processo rivoluzionario. Mancava, quindi, la formulazione probabile dell'ideale libertario, sia pure in forma di finzione. Di conseguenza, l'anarchismo si orientava verso l'utopia. In completa opposizione al marxismo, l'anarchismo postulava che la condotta umana fosse determinata più dall'ideale che dalla necessità storica, da definire da parte degli esperti in materia. A parte le eccezioni del passato da  tenere in conto, in generale, il domani aveva più peso che ieri.

La repressione della Comune di Parigi e di altri tentativi rivoluzionari, insieme alla successiva persecuzione dell'Internazionale nei paesi latini e alla smobilitazione delle masse oppresse, portarono a una divisione all'interno del movimento anarchico su questioni come l'organizzazione, la violenza, la legalità, il comunismo e persino la civiltà stessa. Al Congresso Internazionale di Londra (1881), emerse una maggioranza per i gruppi di affinità effimeri e per la propaganda attraverso il fatto. Le contraddizioni tra mezzi e fini, tra lotte quotidiane e obiettivi finali, tra pragmatismo e utopia, provocarono accesi dibattiti e clamorose scomuniche. Il grado di divergenza fu così grande da generare una valanga di pubblicazioni riguardanti l'anarchia e il comunismo libertario, tendenza dominante. Autori prestigiosi come Errico Malatesta, Élisée Reclus, Kropotkin, Jean Grave, Charles Malato, Sébastien Faure, Anselmo Lorenzo e altri affrontarono la questione della creazione di una società di donne e uomini  liberi e uguali dal punto di vista della politica, della scienza moderna, del diritto, dell'educazione, della filosofia e da ogni altra angolazione, dimostrando il contenuto razionale, progressista e perfettamente realizzabile del modello sociale da loro propugnato. Nel suo opuscolo del 1895, "L’Anarchia", Reclus rifiutava l'etichetta di "utopico": "Il sogno della libertà mondiale ha cessato di essere una mera utopia filosofica e letteraria, come lo fu per i fondatori di Città del Sole o di nuove Gerusalemme; l’onirico si è convertito nell’obiettivo pratico, attivamente ricercato da moltitudini di uomini uniti nella collaborazione risoluta per la nascita di una società in cui non ci fossero più padroni, né tutori ufficiali della moralità pubblica, né carcerieri, né carnefici, né ricchi né poveri, ma solo fratelli e sorelle...". Lorenzo avrebbe espresso più tardi la stessa opinione: “Siamo anarchici, ma non utopisti […] rifiutiamo quei futurismi immaginari che vogliono dare alla società del futuro una qualche somiglianza con gli Eden celestiali delle religioni” (“Acracia”, 1908). Kropotkin, ne “La conquista del pane” e in vari articoli della rivista “Nineteenth Century”, aveva cercato di dimostrare che i materiali e le idee necessari per costruire l’anarchia erano presenti nella società attuale e pensava che «in fondo la parola utopia dovrebbe essere applicata solo a concezioni della società basate esclusivamente su ciò che lo scrittore considera “desiderabile” da un punto di vista teorico, mentre non dovrebbe mai essere applicata alle concezioni basate sull’osservazione di ciò che si sta già sviluppando nella società. In tal caso, passiamo dalla previsione utopica alla scienza...». Era chiaro che gli scrittori anarchici tacciavano di utopie, in senso peggiorativo, esclusivamente le fantasticherie di paradisi esuberanti e di età dell’oro futuristiche, ma da attenti lettori di Fourier, non disdegnavano l’uso di formule letterarie prossime al paradisiaco.

Nel 1878, Giovanni Rossi pubblicò in Italia il romanzo "Una Comune Socialista", le cui critiche delle istituzioni, della famiglia e della religione gli valsero il carcere. Tentava di dimostrare come una città miserabile potesse essere trasformata in una comunità esemplare senza ricorrere all'autorità, alla proprietà o alla legge, il tutto grazie al lavoro organizzato, all'istruzione integrale e all’intima convivenza. Nel 1880, l'internazionalista Andrea Costa mandò in stampa un racconto intitolato "Il Sogno", in cui egli stesso si risvegliava anni dopo nella sua città natale, completamente trasformata grazie a una "grande rivoluzione internazionale". Il classico espediente del sogno sarebbe stato riutilizzato nella famosa utopia autoritaria di Bellamy, "L'anno 2000", e nel suo rovescio, "Notizie da nessun luogo" di William Morris, il romanzo utopico più influente dell'epoca. Morris non era anarchico, sebbene fosse amico di Kropotkin, e dato il suo contenuto, la sua utopia può certamente essere definita libertaria. Anche Ricardo Flores Magón scriverà "Il sogno di Pedro". Il viaggio iniziatico è un espediente utilizzato dalle prime utopie libertarie spagnole. In "¡Pensativo!" (Pensoso!), Juan Serrano Oteiza racconta la visita a una città riorganizzata in libertà grazie agli astuti consigli di un uomo colto. Come ci si aspetterebbe da un autore paladino della legalità, dell'organizzazione di massa e dell'istruzione integrale, il cambiamento si compie pacificamente, tuttavia, ne "La Nuova Utopía"  di Ricardo Mella (1890), esso è "prodotto da un profondo sconvolgimento sociale". Altri racconti collocano le loro comunità utopiche al Polo Nord (Louise Michel nel suo romanzo “Il mondo nuovo”) o nelle intricate foreste del Brasile (Vicente Carreras nel racconto “Acraciópolis”), ma è più comune il naufragio al largo di un'isola, come accade nel racconto catalano di Josep Llunas, “Amoria”, nella fantasia comunista di Jean Grave “Tierra Libre” [Terra Libera], o in “Los Pacíficos” [I Pacifici] dell'individualista Han Ryner. Il Congresso Internazionale di Amsterdam, tenutosi nel 1907, evidenziò la preponderanza nell'ambiente libertario delle tattiche sindacaliste, che influenzarono le utopie. L'esempio più chiaro è costituito dal romanzo di Émile Pouget ed Émile Pataud "Come faremo la rivoluzione", prima utopia sindacalista, pubblicata nel 1909 con un prologo di Kropotkin che invitava a riflettere sui grandi problemi con i quali i rivoluzionari avrebbero dovuto confrontarsi. Tuttavia, la maggior parte delle utopie seguì sia la via dell'individualismo, più interessato a cambiare l'individuo, abolire il matrimonio e tornare alla terra, sia quella del comunismo anarchico, più interessato all'abolizione del denaro e alla "conquista delle masse", senza dimenticare i credenti nella spontaneità estrema, che consideravano l’elaborazione di qualsiasi piano un'insopportabile dimostrazione di autoritarismo. Oltre alle opere di Grave e Ryner, menzionate sopra, figurano tra le opere degne di nota quelle pubblicate in Argentina da Juan Falconet, alias "Pierre Quiroule": "Sulla strada dell'anarchia", un violento ritorno alla natura, e "La città anarchica americana", con una critica urbanistica mai vista dopo Le notizie di Morris. Il messaggio di Quiroule metteva in guardia dal preservare le forme di produzione esistenti e gli agglomerati urbani ad esse inerenti: "Non dobbiamo, in nessuna circostanza, immaginare una nuova società modellata sullo stampo della società attuale. Tutto ciò che esiste deve essere sostituito da qualcosa di più razionale e conforme ai veri bisogni e aspirazioni umane [...] L'ideale anarchico consiste in piccoli gruppi di esseri razionali che attraverso l'associazione con i loro simili cercano il modo ottenere il massimo benessere con il minimo sforzo individuale e un'ampia e illimitata libertà".

Non saremmo in grado di tracciare un quadro completo se ignorassimo i tentativi di realizzare l'utopia all'interno di una società di classe, come proposto dalla corrente sperimentale. Questi tentativi includono non solo la completa segregazione della civiltà capitalista, ma anche i progetti di città giardino teorizzati da Ebenezer Howard, i laboratori cooperativi, i prestiti senza interessi e gli abbozzi di scambio equo. I suoi sostenitori credevano che la società potesse iniziare a cambiare senza attendere circostanze favorevoli, ovvero anticipando il modello di società desiderabile su scala ridotta. Si trattava di dimostrare, attraverso "utopie concrete", che un altro modo di vivere era possibile in qualsiasi momento, ossia che l'ideale anarchico era direttamente praticabile. Da questo punto di vista, le esperienze comunali potevano essere i migliori strumenti per la trasformazione sociale. In America proliferavano tali esperimenti, con vari gradi di successo. In “L’uomo e la terra” Reclus si riferiva a “un lavoro di esperienze dirette che si manifesta attraverso la fondazione di colonie libertarie e comuniste: si tratta di piccoli tentativi che si possono paragonare agli esperimenti di laboratorio condotti da chimici e ingegneri. Questi esperimenti di comuni modello presentano tutti il difetto capitale di essere concepiti al di fuori delle condizioni ordinarie della vita, cioè lontano dalle città dove gli uomini [e le donne] si mescolano, dove nascono le idee, dove gli intelletti si rinnovano. Eppure, molte di queste iniziative possono essere citate come pienamente riuscite. Kropotkin corrispondeva con i seguaci che avevano fondato una colonia in Scozia, lamentando che i suoi amici stessero abbandonando il lavoro di propaganda e di emancipazione finale per dedicarsi interamente a esperimenti potenzialmente fallimentari che avrebbero potuto portare a una completa disillusione. Ciononostante, offriva consigli pratici per un avvio di successo dell'impresa e per evitare i consueti pericoli che affliggevano le comuni. Eminentemente concentrato sul presente, l'anarchismo sperimentale si basava, d'altra parte, sulla riscoperta del passato. Il punto di riferimento più diretto erano le comunità di villaggio medievali, fenomeno storico evidenziato da Reclus, Kropotkin e Rossi. L'esperienza più famosa di "socialismo pratico" fu senza dubbio "La Cecilia", una colonia fondata nel 1890 da Giovanni Rossi in Brasile, che ebbe successo dal punto di vista materiale, però frustrata nel proposito conviviale dell’amore libero.  Già alla vigilia della Rivoluzione tedesca, Gustav Landauer sostenne l'esperimento cooperativo come tattica rivoluzionaria: la rivoluzione doveva mostrare un lato costruttivo, offrire contro modelli socialisti. In definitiva, da una parte o dall'altra, i tentativi comunitari non cessarono mai, di prodursi e nel 1932 l'individualista Émile Armand li documentò in un libro intitolato esplicitamente "Forme di vita in comune".

La Rivoluzione russa, nelle sue fasi iniziali, produsse diversi esperimenti, così come varie utopie, una delle prime delle quali fu quella dei fratelli Gordin: "Perché o come un contadino giunse nel paese dell'anarchia". A essa probabilmente s’ispirò "Il viaggio di mio fratello Aleksei nel paese dell'utopia contadina", opera di narrativa contraria allo sviluppo industriale promosso dai bolscevichi, che, durante il regime di Stalin, valse al suo autore, Aleksandr Čajanov, di essere accusato di cospirazione e fucilato. La degenerazione della Rivoluzione in un inferno statale produsse la prima distopia: "Noialtri", un'antiutopia che il suo autore, Evgenij Zamjatin, non arrivò a intitolare e che non ottenne popolarità fino alla sua pubblicazione in Francia nel 1929. Durante tutto il periodo tra le due guerre, furono scritte utopie libertarie piuttosto ottimistiche, come "Il mio comunismo.  La felicità universale" di Sébastiàn Faure, affermazione assoluta dell'individuo al di sopra di ogni obbligo o contratto, condividendo volentieri l’idea con la comunità, appropriato contrappunto all'ideologia socialista autoritaria. Furono scritte anche altre opere di tipo naturista. Albano Rosell, in "Il paese di Macrobia", luogo menzionato da Erodoto, descrive un'arcadia rurale dove il conflitto originario tra individuo e società (e tra civiltà e natura) è stato risolto. Una società di vegetariani naturalmente buoni dà libero sfogo ai propri istinti primitivi con i migliori risultati. Rosell seguiva la strada tracciata dai naturisti di Henri Zisly, corrente che produsse anche il romanzo "I naufraghi" di Adrián del Valle e che lasciò un segno indelebile negli anarchici spagnoli degli anni '20. Nel decennio successivo, o più concretamente, nel periodo precedente la Rivoluzione spagnola, la dimensione utopica è finita nella realtà: le condizioni per la materializzazione dell'utopia si avvicinavano e l'anarchismo diventava più messianico. Il momento della verità era arrivato e i proletari si preparavano a scendere in piazza e ottenere una vittoria che nessuno avrebbe potuto toglier loro. Quando si crede di essere alle porte  dell'anarchia, le forze costruttive che assicurano il nuovo ordine rivoluzionario diventano più importanti e vengono chiarite in opuscoli informativi. Di conseguenza, Higinio Noja Ruiz si occuperà della nuova organizzazione sociale nel suo complesso; Pierre Besnard, del ruolo dei sindacati e del corretto utilizzo delle competenze tecniche; Federico Urales, dei comuni liberi; Isaac Puente, della strutturazione del comunismo libertario; Bruno Lladó, della  base e dei mezzi per lo stesso; Rafael Ordóñez, delle relazioni amorose nella società comunista, e così via. Solo un autore, Alfonso Martínez Rizo, osò scrivere utopie. Nel 1933 pubblicò "1945. L'avvento del comunismo libertario", anno in cui l’esito felice emerse da una rivoluzione praticamente priva di violenza, grazie a una larga ed efficace preparazione sindacale. L'esito catastrofico della guerra civile spagnola, il crollo del movimento libertario internazionale di fronte al totalitarismo e la Seconda guerra mondiale spensero le fiamme utopiche. Successivamente, questo tipo di letteratura avrebbe perso tutti i suoi lettori. La fede nell'avanzata dello spirito ribelle, nel crescente respiro della libertà, o la fiducia nell'imminente scatenamento delle forze sociali, non trovavano più riscontro in un mondo di ideali sconfitti, con un'immaginazione sepolta e rivolto all'immediato. La distopia di George Orwell, "1984", che ruota attorno al controllo totale della mente umana da parte di uno Stato totalitario nelle mani di un partito unico, potrebbe essere il requiem più appropriato per la morte dell'utopia. Tuttavia, Maria Luisa Berneri ha scelto di scrivere "Un viaggio attraverso le utopie", convinta che in un'epoca senza speranza, "sarebbe un sano esercizio guardare indietro verso coloro che sognarono utopie e rifiutarono tutto ciò che non soddisfaceva il loro ideale di perfezione".

Il discredito del capitalismo di stato di matrice stalinista, gli effetti catastrofici della scienza e della tecnologia al servizio dell'industria e del potere, insieme all'implosione terminale del capitalismo globalizzato, hanno completamente delegittimato sia le dottrine comunistoidi sia le ideologie cittadiniste e neoliberali, dando origine a un mondo più simile alle distopie. Fine dell'idea di progresso: il futuro sarà peggiore. Gli utopisti di oggi – se ancora ne rimangono – sembrano essere i realisti meno chiaroveggenti. L'estinzione della dimensione utopica indica indubbiamente il disorientamento del pensiero anarchico di fronte alle azioni disastrose dei suoi rappresentanti ufficiali durante la Rivoluzione spagnola, disorientamento che si è diffuso di fronte al nuovo ordine delle cose, complesso e difficile da disfare. L'idea stessa di rivoluzione sociale sembra essere stata scartata da una parte del movimento libertario a favore di politiche identitarie senza sbocco. Sono tempi difficili per la retorica millenarista, poiché poco si può fare di fronte al massiccio riarmo degli Stati e alle loro enormi capacità repressive, ma la storia si è chiusa falsamente. Come ha detto Jérôme Baschet a proposito del movimento zapatista: "È tempo di riaprire il futuro... l'impulso utopico è indispensabile". C'è da sperare che la progressiva decomposizione dell'ordine e la regressione dei meccanismi di controllo lascino dietro di sé spazi deregolamentati in cui la necessità imponga un'auto-organizzazione sociale in equilibrio con la natura e in margine allo spettacolo manicheo della politica e del mercato globale. Questa frattura nella continuità temporale può diventare istante utopico e paralizzare la marcia verso la catastrofe. In determinate condizioni di abbandono – in un istante come quello menzionato – la crisi può essere affrontata sviluppando spazi autonomi, cioè spazi indipendenti e autogovernati, in cui economia e politica possano dissolversi come attività separate, o in altre parole, reintroducendo in questi spazi il valore d'uso, la piazza pubblica e la democrazia diretta delle assemblee di base e i consigli, qualcosa che l'autorità trionfante credeva di aver superato per sempre con le sue inappellabili vittorie.

Miquel Amorós, Gennaio 2026. Per la rivista "Redes Libertarias"


LA DIMENSIÓN UTÓPICA

El sueño de una sociedad armónica

 




Se dice que los libertarios viven en un mundo de sueños sobre

 el porvenir, y que no ven las cosas presentes. Tal vez las vemos

demasiado, y con sus verdaderos colores, y es por eso que

llevamos el hacha en medio de este bosque de prejuicios

 autoritarios que nos obcecan. (Piotr Kropotkin)

 

La utopía es una manera específica de imaginar la actividad social opuesta a la realidad vigente, y por eso, radicalmente crítica.  No solamente se trata de una visión feliz propia de un modo de vida dichoso presentado como ideal. Utópico, decía Herbert Marcuse, «es todo aquello que el poder de las sociedades imperantes prohíbe salir a la luz.» Karl Mannheim, en su influyente trabajo «Ideología y Utopía», consideraba utopista todo pensamiento que cuestionaba el orden establecido e incitaba a la revuelta. Así pues, solo se designarían como «utopías aquellas orientaciones que trascienden la realidad cuando, al pasar al plano de la práctica, tiendan a destruir, ya sea parcial o completamente, el orden de cosas existente en determinada época.» En las utopías se manifestarían las aspiraciones, los ideales y los sistemas de valores de los grandes movimientos sociales; son, pues, visiones globales del mundo, coherentes y estructuradas, y representan las necesidades profundas de una época. En ese sentido nosotros preferimos hablar de ideal, o simplemente de «idea» tal como hacían los anarquistas españoles. Y añadimos que, cuando las condiciones subjetivas y objetivas de realización de una sociedad libre no son halagüeñas, cuando las fuerzas materiales e intelectuales capaces de lograr un cambio social profundo no están presentes en magnitud suficiente, cuando ningún proyecto revolucionario creíble es inmediatamente realizable, la negación radical de lo existente adquiere connotaciones utópicas. La dimensión utópica o romántica del pensamiento crítico -el susodicho ideal, la anarquía- salva a los rebeldes del derrotismo trasladando el deseo de una vida sin constricciones al terreno de la imaginación y del sueño, en espera del momento favorable para su realización. El clima utópico libera de la desmotivación, puesto que mantiene el anhelo de una sociedad perfecta y pone en marcha las voluntades de cambio. En el caso libertario más que en ningún otro, la utopía no es entonces más que un artilugio propagandístico para mostrar expectativas de una futura emancipación con las que movilizar a las masas dolientes. Lejos de ser una evasión desde la historia hacia la fantasía, «es la verdad del mañana», en palabras de Victor Hugo, algo al alcance, pura anticipación. La utopía libertaria, en su afán por demostrar la aptitud de los hombres y mujeres de hoy para vivir racionalmente en comunidad, sin leyes ni reglamentos,sin jefes ni propiedades, forma parte del combate social: refleja las aspiraciones igualitarias y fraternales de las facciones más radicales de las clases oprimidas. Es como ideal realizable, un programa.

El anarquismo es una concepción del mundo enraizada en las tradiciones sociales y políticas radicales de la cultura universal, particularmente las que postulaban la soberanía popular ejercida directamente y rechazaban cualquier tipo de opresión. Críticas contra la autoridad y toda forma de poder separado encontraremos en filósofos griegos y chinos, personajes singulares como Rabelais o La Boétie, pensadores ilustrados y socialistas decimonónicos. Asimismo, facciones extremas por la libertad y la igualdad se harán presentes en los motines, revueltas y revoluciones a lo largo de la historia. No obstante, el anarquismo tal como lo concebimos ahora, no adquirirá un cuerpo de doctrina mínimamente coherente hasta la amalgama de la crítica social antiautoritaria con el federalismo y la lucha de clases, producida en el seno de la Asociación Internacional de Trabajadores. Al rehusar la acción política dentro de las instituciones burguesas y propugnar la abolición del capitalismo y del Estado como objetivo inmediato, el anarquismo se situaba en el terreno de la cruda realidad. Ahora bien, en el plano teórico quedaban por explicar las líneas generales constitutivas de la sociedad resultante del combate revolucionario entre clases, elementos fundamentales para la destrucción ideológica de las quimeras capitalistas. El internacionalista James Guillaume fue consciente de esa necesidad al exponer, en un artículo titulado «La Comuna Social» y publicado en 1871, lo que sería «una comuna inmediatamente después de la revolución social, durante la época de transición en la que será necesario hacer socialismo con los hombres y los medios de hoy.» Con este primer paso quedaba pendiente «trazar un cuadro de la sociedad tal como aparecería en el porvenir moviéndose anárquicamente la libertad individual en la comunidad social y produciendo la armonía», algo que Joseph Déjacque había tratado de hacer en 1858 con la redacción de su Humanisferio, la primera utopía netamente anarquista. En fin faltaba el bosquejo de una sociedad emancipada que podía funcionar, basada en la armonía de intereses y la participación libre en los deberes comunes, sin dioses ni amos; una sociedad producto final del proceso revolucionario. Faltaba pues la formulación probable del ideal libertario aunque fuera en clave de ficción. En consecuencia, el anarquismo se orientaba hacia la utopía. En completa oposición al marxismo, el anarquismo postulaba que la conducta humana era determinada más por el ideal que por la necesidad histórica, a definir por expertos en la materia. Salvo las excepciones pasadistas a tener en cuenta, por lo general el mañana pesaba más que el ayer.

La represión de la Comuna y de otros intentos revolucionarios, junto con la subsiguiente persecución de la Internacional en los países latinos y la desmovilización de las masas oprimidas, determinaron la división del movimiento anarquista en torno a temas como la organización, la violencia, la legalidad, el comunismo o la mismísima civilización. En el congreso internacional de Londres (1881) una mayoría se decantó por los grupos de afinidad efímeros y la propaganda por el hecho. Las contradicciones entre medios y fines, entre luchas cotidianas y objetivos finales, entre pragmatismo y utopía, ocasionaron violentos debates y clamorosas excomuniones. El grado de divergencias fue tan alto que generó una avalancha de publicaciones referentes a la anarquía y el comunismo libertario, la tendencia mayoritaria. Prestigiosos autores como Errico Malatesta, Eliseo Reclus, Kropotkin, Jean Grave, Charles Malato, Sebastián Faure, Anselmo Lorenzo y otros, atacaron el tema de la constitución de una sociedad de mujeres y hombres libres e iguales desde la política, la ciencia moderna, el derecho, la labor pedagógica, la filosofía y cualquier otro ángulo, demostrando el contenido racional, progresista y perfectamente factible del modelo social por el que abogaban. En su folleto de 1895, «La Anarquía», Reclus rechazaba el calificativo de «utópico»: «El sueño de la libertad mundial ha dejado de ser una pura utopía filosófica y literaria, como era para aquellos fundadores de ciudades del Sol o de nuevas Jerusalenes; se ha convertido en el fin práctico, activamente buscado por multitudes de hombres unidos que colaboran resueltamente en el nacimiento de una sociedad en la que ya no habrá amos, ni vigilantes oficiales de la moral pública, ni carceleros, ni verdugos, ni ricos ni pobres, sino tan sólo hermanos...». En el mismo sentido se pronunciaría más tarde Lorenzo: «Somos anarquistas, pero no utopistas […] desechamos aquellos futurismos imaginativos que quieren dar a la sociedad del porvenir cierta semejanza con los edenes celestiales de las religiones» (“Acracia”, 1908.) Kropotkin, en «La Conquista del Pan» y en diversos artículos de la «Nineteen Century» había intentado demostrar que los materiales y las ideas necesarias para edificar la anarquía ya se encontraban en la sociedad actual, y pensaba que «en el fondo la palabra utopía, sólo debiera aplicarse a las concepciones de la sociedad basadas únicamente sobre lo que el escritor considera 'deseable' desde el punto de vista teórico, nunca habría que aplicarla a las concepciones basadas sobre la observación de lo que ya se está desarrollando en la sociedad. En ese caso, salimos de la previsión utopista para entrar en la ciencia...» Estaba claro que los escritores anarquistas tachaban de utopías en sentido peyorativo, exclusivamente las ensoñaciones de paraísos exuberantes y edades de oro futuristas, pero en tanto que atentos lectores de Fourier, no desdeñaban el recurso a fórmulas literarias que rayaban con los edenes.

En 1878, Giovanni Rossi publicó en Italia la novela «Una Comuna Socialista» cuyas críticas a las instituciones, a la familia y a la religión le valieron la cárcel. Intentaba demostrar como podía transformarse un pueblo miserable en una comunidad ejemplar sin recurrir a la autoridad, a la propiedad y la ley, todo gracias al trabajo organizado, la instrucción integral y la convivencia íntima. El internacionalista Andrea Costa en 1880 envió a la imprenta un relato corto titulado «El Sueño», donde él mismo despertaba años después en su ciudad natal, completamente transformada gracias a una “gran revolución internacional”. El clásico recurso del sueño será nuevamente utilizado en la famosa utopía autoritaria de Bellamy, “El Año 2000”, y en su reverso, “Noticias de Ninguna Parte”, de William Morris, la novela utópica más influyente de la época. Morris no era anarquista, aunque sí amigo de Kropotkin y, dado el contenido, su utopía bien puede calificarse de libertaria. Tambíén Ricardo Flores Magón escribirá “El Sueño de Pedro”. El viaje iniciático es un recurso empleado por las primeras utopías libertarias españolas. En “¡Pensativo!”, Juan Serrano Oteiza narra la visita a un pueblo reorganizado en libertad gracias a los certeros consejos de un hombre instruido. Como cabía esperar de un autor partidario de la legalidad, la organización de masas y la educación integral, el cambio transcurre pacíficamente, sin embargo, en “La Nueva Utopía” de Ricardo Mella (1890), es “producto de una profunda conmoción social.” Otros relatos sitúan sus comunidades utópicas en el Polo Norte (Louise Michel en su novela “El Mundo Nuevo”) o en las intrincadas selvas del Brasil (Vicente Carreras en el cuento “Acraciópolis”) pero es más socorrido el naufragio frente a una isla como sucede en el relato catalán de Josep Llunas, “Amoria”, en la fantasía comunista “Tierra Libre”, de Jean Grave, o en “Los Pacíficos”, del individualista Han Ryner. El Congreso Internacional de Amsterdam, celebrado en 1907, puso de relieve la preponderancia en el medio libertario de las tácticas sindicalistas, que afectaron a las utopías. El ejemplo más claro lo constituye la novela de Émile Pouget y Émile Pataud “Cómo Haremos la Revolución”, primera utopía sindicalista, editada 1909 con un prólogo de Kropotkin que invitaba a reflexionar sobre los grandes problemas con los que habrían de enfrentarse los revolucionarios. No obstante, el grueso de las utopías siguió tanto la estela del individualismo, más preocupado por cambiar al individuo, abolir el matrimonio y retornar a la tierra, como la del comunismo anárquico,  más interesado en la supresión del dinero y de la “toma del montón”, sin faltar los creyentes en la espontaneidad extrema, que veían en la elaboración de cualquier plan una muestra insufrible de autoritarismo. Destacaron, aparte de las de Grave y Ryner, arriba mencionadas, las que Juan Falconet alias “Pierre Quiroule” publicó en Argentina:  “Sobre la Ruta de la Anarquía”, una vuelta violenta a la naturaleza, y “La Ciudad Anarquista Americana”, con una crítica urbanista que no leíamos desde las Noticias de Morris. El mensaje de Quiroule advertía contra la conservación de las formas de producción existentes y las aglomeraciones urbanas que les eran consustanciales: “No debemos imaginar bajo ningún concepto una nueva sociedad vaciada sobre el molde la la sociedad actual. Todo lo que existe debe ser sustituido por algo más racional y conforme con las verdaderas necesidades y aspiraciones humanas […] El ideal anarquista consiste en agrupaciones reducidas de seres racionales que buscan en la asociación con sus semejantes el medio de obtener el máximo de  bienestar con el mínimo esfuerzo individual y una libertad amplia sin restricciones.”

No acertaríamos a esbozar un cuadro completo si dejáramos de lado los intentos de realizar la utopía dentro de la sociedad clasista tal como proponía la corriente experimental. Incluimos en ellos no solo las tentativas de segregación completa de la civilización capitalista, sino los proyectos de ciudad jardín teorizados por Ebenezer Howard, los talleres cooperativos, los créditos sin interés o los esbozos de intercambio equitativo. Sus partidarios pensaban que se podía empezar a cambiar la sociedad sin esperar a coyunturas favorables, es decir, anticipando a escala menor el modelo de sociedad deseable. Se trataba de demostrar mediante “utopías concretas” que otra manera de vivir era posible en cualquier momento, o sea, que el ideal anárquico era directamente viable. Bajo este punto de vista, las experiencias comunales podían ser las mejores herramientas para la transformación social. En América pululaban ese tipo de ensayos, con mejor o peor fortuna. Reclus en “El Hombre y la Tierra” se refería a “un trabajo de experiencias directas que se manifiesta mediante la fundación de colonias libertarias y comunistas: se trata de pequeñas tentativas que uno puede comparar con los experimentos de laboratorio que llevan a cabo químicos e ingenieros. Estos ensayos de comunas modelo presentan todas el defecto capital de ser construidas al margen de las condiciones ordinarias de la vida, es decir, lejos de las ciudades donde se mezclan los hombres [y las mujeres], donde surgen las ideas, donde se renuevan los intelectos. Y sin embargo, pueden citarse muchas de tales empresas que han tenido un éxito pleno.” Kropotkin mantuvo correspondencia con unos seguidores que habían fundado una colonia en Escocia, en la que lamentaba ver a los amigos sustraerse a la obra de la propaganda y de la emancipación definitiva para entregarse enteramente a ensayos quizás fallidos que podían llevar a una desilusión completa. Aun así daba consejos prácticos para debutar con éxito en la empresa y soslayar los peligros habituales que acechaban a las comunas. El anarquismo experimental, eminentemente presentista, en cambio se apoyaba en un redescubrimiento del pasado. El referente más directo eran las comunidades de aldea medievales, fenómeno histórico resaltado por Reclus, Kropotkin y Rossi. La experiencia más famosa de “socialismo práctico” fue sin duda “La Cecilia”, colonia fundada en 1890 por Giovanni Rossi en Brasil, exitosa en lo material, pero frustrada en el propósito convivencial del amor libre. Ya en vísperas de la Revolución Alemana, Gustav Landauer apostó por el experimento cooperativo como táctica revolucionaria: la revolución debía mostrar un lado constructivo, ofrecer contra-modelos socialistas. En fin, en un lado o en otro, los tanteos comunitarios nunca dejaron de producirse y en 1932 el individualista Émile Armand lo hizo constar en un libro titulado explícitamente “Formas de Vida en Común”.

La Revolución Rusa en sus comienzos produjo diversos experimentos, así como varias utopías, siendo una de las primeras la de los hermanos Gordin, “Por qué o Cómo un Campesino Alcanzó el País de la Anarquía”. Probablemente inspiró el “Viaje de mi Hermano Aleksei al País de la Utopía Campesina”, ficción contraria al desarrollo industrial impulsado por los bolcheviques, lo que en tiempos de Stalin le valió a su autor Alexander Chayanov ser acusado de conspirador y fusilado. La degeneración de la Revolución en un infierno estatal produjo la primera distopía, “Nosotros”, una anti-utopía que su artífice Evgueni Zamiatin no llegó a titular, y que no adquirió popularidad hasta su publicación en Francia en 1929. A lo largo del periodo de entre-guerras se escribieron utopías libertarias bastante optimistas, como “Mi Comunismo. La Felicidad Universal”, de Sebastián Faure, afirmación absoluta del individuo por encima de cualquier obligación o contrato, compartiéndolo todo de buena gana con la comunidad, contrapunto apropiado de la ideología socialista autoritaria. También se redactaron otras de corte naturista. Albano Rosell en “El País de Macrobia”, lugar citado por Herodoto, describe una arcadia rural donde la disputa originaria entre en el individuo y la sociedad (y entre civilización y naturaleza) ha sido saldada. Una sociedad de vegetarianos buenos por naturaleza se libran  a  sus  instintos primitivos con los mejores resultados. Rosell seguía la línea trazada por los naturianos, de Henri Zisly, corriente que aún produjo la novela “los Náufragos”, de Adrián del Valle y en la década de los veinte dejó una impronta permanente en los anarquistas españoles. En la década siguiente, o más concretamente, durante el periodo previo a la Revolución Española, la dimensión utópica acababa en la realidad: las condiciones para la materialización de la utopía se aproximaban y el anarquismo se volvía más mesiánico. Había llegado la hora de la verdad y los proletarios se preparaban para lanzarse a la calle y obtener una victoria que nadie les puede arrebatar. Cuando se cree estar ante las puertas de la anarquía importan más las fuerzas constructivas que aseguren el nuevo orden revolucionario, y estas se van precisando en folletos clarificadores. En consecuencia, Higinio Noja Ruiz se ocupará en conjunto de la nueva organización social; Pierre Besnard, de la función de los sindicatos y del uso adecuado de las capacidades técnicas; Federico Urales, de los municipios libres; Isaac Puente, de la estructuración del comunismo libertario; Bruno Lladó, de la base y medio del mismo; Rafael Ordóñez, de las relaciones amorosas en la sociedad comunista, etc. Apenas un autor, Alfonso Martínez Rizo, osó escribir utopías. En 1933 publicó “1945. El Advenimiento del Comunismo Libertario”, año en que el feliz acontecimiento resultó salir de una revolución sin apenas violencia, gracias a una larga y eficaz preparación sindical. El desenlace catastrófico de la guerra civil española, la desbandada del movimiento libertario internacional ante el totalitarismo y la Segunda Guerra Mundial apagaron los fuegos utópicos. En lo sucesivo, ese tipo de literatura perderá todos sus lectores. La fe en el avance del espíritu rebelde, en el creciente aliento de la libertad, o la confianza en el próximo desencadenamiento de las fuerzas sociales, ya no se correspondían con un mundo de ideales derrotados, con la imaginación sepultada e inclinado a lo inmediato. La distopía de Geoge Orwell, “1984”, que gira en torno al control total de la mente humana por un Estado totalitario en manos de un partido único, podría ser el réquiem más adecuado de la muerte de la utopía. Sin embargo, Maria Luisa Berneri, optó por escribir un “Viaje a Través de las Utopías”, pensando que en una época sin esperanzas “constituiría un saludable ejercicio volver la mirada hacia quienes soñaron utopías y rechazaron todo lo que no satisficiera su ideal de perfección.”

El descrédito del capitalismo de Estado de raíz estalinista, los efectos catastróficos de la ciencia y la tecnología al servicio de la industria y el poder, junto con la implosión terminal del capitalismo globalizado, han deslegitimado totalmente tanto las doctrinas comunistoides, como las ideologías ciudadanistas y neoliberales, dando lugar a un mundo más propio de las distopías. Fin de la idea de progreso: el futuro será peor. Los utopistas de hoy -si es que todavía quedan- parecen ser los realistas menos clarividentes. La extinción de la dimensión utópica indica sin duda el extravío del pensamiento anarquista ante la pésima actuación de sus representantes oficiales durante la Revolución Española, desorientación expandida ante el nuevo orden de cosas, complejo y difícilmente desentrañable. La misma idea de revolución social parece haber sido desechada en una parte del medio libertario en provecho de callejones identitarios sin salida. Malos son los tiempos para la lírica milenarista, puesto que poco se puede hacer ante el gigantesco rearme de los Estados y sus enormes capacidades represivas, pero la historia se ha cerrado en falso. Como dijo Jerôme Baschet a propósito del movimiento zapatista: “Es hora de reabrir el futuro... el impulso utópico es indispensable.” Cabe esperar que la progresiva descomposición del orden y el retroceso de los aparatos de control dejen atrás espacios desregulados donde la necesidad obligue a una auto-organización social equilibrada con la naturaleza y al margen del espectáculo maniqueo de la política y del mercado global. Esa fractura en la continuidad temporal puede devenir instante utópico y paralizar la marcha hacia la catástrofe. En determinadas condiciones de abandono -en un instante como el mencionado- la crisis puede afrontarse desarrollando espacios autónomos, es decir, independientes y autogobernados, donde se puedan disolver la economía y la política como actividades separadas, o dicho de otra manera, reimplantando en ellos el valor de uso, la plaza pública y la democracia directa de las asambleas de base y los consejos, algo que la autoridad triunfante creía haber superado para siempre con sus inapelables victorias.

Miquel Amorós, Enero de 2026. Para la revista “Redes Libertarias”