Si dice che i libertari vivano in un mondo di sogni sul
futuro e che non vedano le
cose come sono nel presente.
Talvolta le vediamo anche
troppo, e con i loro veri colori,
per cui usiamo l'ascia in
mezzo a questo bosco di pregiudizi
autoritari che ci accecano.
(Piotr Kropotkin)
L'utopia è un modo
specifico d’immaginare l'attività sociale opposta alla realtà vigente e,
quindi, radicalmente critica. Non si tratta semplicemente di una visione felice
tipica di uno stile di vita beato presentato come ideale. Utopico, ha detto
Herbert Marcuse, "è tutto ciò che il potere delle società dominanti
impedisce di venire alla luce". Karl Mannheim, nella sua influente opera
"Ideologia e Utopia", considerava utopico qualsiasi pensiero che
mettesse in discussione l'ordine costituito e incitasse alla rivolta. Sarebbero
dunque designati come utopie solo “gli orientamenti che trascendono la realtà, quando
si estendono al regno della pratica e tendono a distruggere, parzialmente o
completamente, l'ordine esistente in una data epoca”. Nelle utopie si
manifesterebbero le aspirazioni, gli ideali e i sistemi di valori dei grandi
movimenti sociali; si tratta, quindi, di visioni globali del mondo coerenti e
strutturate, rappresentative delle esigenze profonde di un'epoca. In questo
senso, noi preferiamo parlare di ideale, o semplicemente di "idea"
come facevano gli anarchici spagnoli. E aggiungiamo che quando le condizioni
soggettive e oggettive per la realizzazione di una società libera non sono
favorevoli, quando le forze materiali e intellettuali capaci di realizzare un
profondo cambiamento sociale non sono presenti in quantità sufficiente, quando
nessun progetto rivoluzionario credibile è immediatamente realizzabile, la
negazione radicale dell'esistente assume connotazioni utopiche. La dimensione
utopica o romantica del pensiero critico – l'ideale sopra menzionato,
l'anarchia – salva i ribelli dal disfattismo relegando il desiderio di una vita
senza vincoli nel territorio dell'immaginazione e del sogno, in attesa del
momento favorevole per la sua realizzazione. Il clima utopico libera dalla
demotivazione, poiché alimenta l'anelito a una società perfetta e mette in moto
le volontà di cambiamento. Nel caso libertario, più che in ogni altro, l'utopia
non è dunque altro che uno strumento di propaganda per esprimere aspettative di
un’emancipazione futura con cui mobilitare le masse sofferenti. Lungi
dall'essere una fuga dalla storia verso la fantasia, è, secondo le parole di
Victor Hugo, "la verità di domani", qualcosa a portata di mano, pura
anticipazione. L'utopia libertaria, nel suo tentativo di dimostrare la capacità
degli uomini e delle donne del mondo moderno di vivere razionalmente in
comunità, senza leggi né regolamenti, senza padroni né proprietà, è parte della
lotta sociale: riflette le aspirazioni egualitarie e fraterne delle fazioni più
radicali delle classi oppresse. In quanto ideale realizzabile, è un programma.
L'anarchismo
è una concezione del mondo immersa nelle tradizioni sociali e politiche
radicali della cultura universale, in particolare quelle che sostenevano
l'esercizio diretto della sovranità popolare e rifiutavano ogni forma di
oppressione. Critiche all'autorità e a ogni forma di potere separato si possono
trovare in filosofi greci e cinesi, in figure singolari come Rabelais e La
Boétie, in pensatori illuministi e socialisti del diciannovesimo secolo. Allo
stesso modo, fazioni estreme che sostenevano la libertà e l'uguaglianza sono
state presenti in moti, rivolte e rivoluzioni nel corso della storia. Tuttavia,
l'anarchismo, così come lo intendiamo oggi, non acquisirà un corpo dottrinale
minimamente coerente fino all'amalgama della critica sociale antiautoritaria
con il federalismo e la lotta di classe, avvenuta all'interno dell'Associazione
Internazionale dei Lavoratori. Rifiutando l'azione politica all'interno
delle istituzioni borghesi e sostenendo l'abolizione del capitalismo e dello
Stato come suo obiettivo immediato, l'anarchismo si situava sul terreno della
cruda realtà. Tuttavia, a livello teorico, restavano da spiegare i tratti
costitutivi generali della società risultante dalla lotta di classe
rivoluzionaria, elementi fondamentali per la distruzione ideologica delle
illusioni capitaliste. L'internazionalista James Guillaume si mostrò cosciente
di questa esigenza quando, in un articolo intitolato "La Comune
Sociale" pubblicato nel 1871, delineò quella che sarebbe stata "una
comune subito dopo la rivoluzione sociale, durante il periodo di transizione in
cui sarà necessario costruire il socialismo con gli esseri umani e i mezzi di
oggi". Con questo primo passo, rimaneva pendente "abbozzare un quadro
della società come sarebbe apparsa successivamente, con la libertà individuale
in movimento anarchico all'interno della
comunità sociale e producendo l’armonia", qualcosa che Joseph Déjacque
aveva tentato di fare nel 1858 con la redazione del suo Umanisferio, la prima
utopia chiaramente anarchica. Infine, mancava il profilo di una
società emancipata che potesse funzionare, basata sull'armonia di interessi e
sulla libera partecipazione ai doveri comuni, senza dei né padroni; una società
prodotto finale del processo rivoluzionario. Mancava, quindi, la formulazione
probabile dell'ideale libertario, sia pure in forma di finzione. Di
conseguenza, l'anarchismo si orientava verso l'utopia. In completa opposizione
al marxismo, l'anarchismo postulava che la condotta umana fosse determinata più
dall'ideale che dalla necessità storica, da definire da parte degli esperti in
materia. A parte le eccezioni del passato da
tenere in conto, in generale, il domani aveva più peso che ieri.
La
repressione della Comune di Parigi e di altri tentativi rivoluzionari, insieme
alla successiva persecuzione dell'Internazionale nei paesi latini e alla
smobilitazione delle masse oppresse, portarono a una divisione all'interno del
movimento anarchico su questioni come l'organizzazione, la violenza, la
legalità, il comunismo e persino la civiltà stessa. Al Congresso Internazionale
di Londra (1881), emerse una maggioranza per i gruppi di affinità effimeri e
per la propaganda attraverso il fatto. Le contraddizioni tra mezzi e fini, tra
lotte quotidiane e obiettivi finali, tra pragmatismo e utopia, provocarono
accesi dibattiti e clamorose scomuniche. Il grado di divergenza fu così grande
da generare una valanga di pubblicazioni riguardanti l'anarchia e il comunismo
libertario, tendenza dominante. Autori prestigiosi come Errico Malatesta,
Élisée Reclus, Kropotkin, Jean Grave, Charles Malato, Sébastien Faure, Anselmo
Lorenzo e altri affrontarono la questione della creazione di una società di
donne e uomini liberi e uguali dal punto
di vista della politica, della scienza moderna, del diritto, dell'educazione,
della filosofia e da ogni altra angolazione, dimostrando il contenuto
razionale, progressista e perfettamente realizzabile del modello sociale da
loro propugnato. Nel suo opuscolo del 1895, "L’Anarchia", Reclus
rifiutava l'etichetta di "utopico": "Il sogno della libertà
mondiale ha cessato di essere una mera utopia filosofica e letteraria, come lo
fu per i fondatori di Città del Sole o di nuove Gerusalemme; l’onirico si è
convertito nell’obiettivo pratico, attivamente ricercato da moltitudini di
uomini uniti nella collaborazione risoluta per la nascita di una società in cui
non ci fossero più padroni, né tutori ufficiali della moralità pubblica, né
carcerieri, né carnefici, né ricchi né poveri, ma solo fratelli e
sorelle...". Lorenzo avrebbe espresso più tardi la stessa opinione: “Siamo anarchici, ma non utopisti […]
rifiutiamo quei futurismi immaginari che vogliono dare alla società del futuro
una qualche somiglianza con gli Eden celestiali delle religioni” (“Acracia”,
1908). Kropotkin, ne “La conquista del pane” e in vari articoli della rivista
“Nineteenth Century”, aveva cercato di dimostrare che i materiali e le idee
necessari per costruire l’anarchia erano presenti nella società attuale e
pensava che «in fondo la parola utopia dovrebbe essere applicata solo a
concezioni della società basate esclusivamente su ciò che lo scrittore
considera “desiderabile” da un punto di vista teorico, mentre non dovrebbe mai
essere applicata alle concezioni basate sull’osservazione di ciò che si sta già
sviluppando nella società. In tal caso, passiamo dalla previsione utopica alla
scienza...». Era chiaro che gli scrittori anarchici tacciavano di utopie, in
senso peggiorativo, esclusivamente le fantasticherie di paradisi esuberanti e
di età dell’oro futuristiche, ma da attenti lettori di Fourier, non
disdegnavano l’uso di formule letterarie prossime al paradisiaco.
Nel
1878, Giovanni Rossi pubblicò in Italia il romanzo "Una Comune
Socialista", le cui critiche delle istituzioni, della famiglia e della
religione gli valsero il carcere. Tentava di dimostrare come una città
miserabile potesse essere trasformata in una comunità esemplare senza ricorrere
all'autorità, alla proprietà o alla legge, il tutto grazie al lavoro
organizzato, all'istruzione integrale e all’intima convivenza. Nel 1880,
l'internazionalista Andrea Costa mandò in stampa un racconto intitolato
"Il Sogno", in cui egli stesso si risvegliava anni dopo nella sua
città natale, completamente trasformata grazie a una "grande rivoluzione
internazionale". Il classico espediente del sogno sarebbe stato
riutilizzato nella famosa utopia autoritaria di Bellamy, "L'anno
2000", e nel suo rovescio, "Notizie da nessun luogo" di William
Morris, il romanzo utopico più influente dell'epoca. Morris non era anarchico,
sebbene fosse amico di Kropotkin, e dato il suo contenuto, la sua utopia può
certamente essere definita libertaria. Anche Ricardo Flores Magón scriverà
"Il sogno di Pedro". Il viaggio iniziatico è un espediente
utilizzato dalle prime utopie libertarie spagnole. In "¡Pensativo!"
(Pensoso!), Juan Serrano Oteiza racconta la visita a una città riorganizzata in
libertà grazie agli astuti consigli di un uomo colto. Come ci si aspetterebbe
da un autore paladino della legalità, dell'organizzazione di massa e
dell'istruzione integrale, il cambiamento si compie pacificamente, tuttavia, ne
"La Nuova Utopía" di Ricardo
Mella (1890), esso è "prodotto da un profondo sconvolgimento
sociale". Altri racconti collocano le loro comunità utopiche al Polo Nord
(Louise Michel nel suo romanzo “Il mondo nuovo”) o nelle intricate foreste del
Brasile (Vicente Carreras nel racconto “Acraciópolis”), ma è più comune il
naufragio al largo di un'isola, come accade nel racconto catalano di Josep
Llunas, “Amoria”, nella fantasia comunista di Jean Grave “Tierra Libre” [Terra
Libera], o in “Los Pacíficos” [I Pacifici] dell'individualista Han Ryner. Il
Congresso Internazionale di Amsterdam, tenutosi nel 1907, evidenziò la
preponderanza nell'ambiente libertario delle tattiche sindacaliste, che
influenzarono le utopie. L'esempio più chiaro è costituito dal
romanzo di Émile Pouget ed Émile Pataud "Come faremo la rivoluzione",
prima utopia sindacalista, pubblicata nel 1909 con un prologo di Kropotkin che
invitava a riflettere sui grandi problemi con i quali i rivoluzionari avrebbero
dovuto confrontarsi. Tuttavia, la maggior parte delle utopie seguì sia la via
dell'individualismo, più interessato a cambiare l'individuo, abolire il
matrimonio e tornare alla terra, sia quella del comunismo anarchico, più
interessato all'abolizione del denaro e alla "conquista delle masse",
senza dimenticare i credenti nella spontaneità estrema, che consideravano
l’elaborazione di qualsiasi piano un'insopportabile dimostrazione di
autoritarismo. Oltre alle opere di Grave e Ryner, menzionate sopra, figurano
tra le opere degne di nota quelle pubblicate in Argentina da Juan Falconet,
alias "Pierre Quiroule": "Sulla strada dell'anarchia", un
violento ritorno alla natura, e "La città anarchica americana", con
una critica urbanistica mai vista dopo Le notizie di Morris. Il messaggio di Quiroule metteva in guardia
dal preservare le forme di produzione esistenti e gli agglomerati urbani ad
esse inerenti: "Non dobbiamo, in nessuna circostanza, immaginare una nuova
società modellata sullo stampo della società attuale. Tutto ciò che esiste deve
essere sostituito da qualcosa di più razionale e conforme ai veri bisogni e
aspirazioni umane [...] L'ideale anarchico consiste in piccoli gruppi di esseri
razionali che attraverso l'associazione con i loro simili cercano il modo
ottenere il massimo benessere con il minimo sforzo individuale e un'ampia e
illimitata libertà".
Non
saremmo in grado di tracciare un quadro completo se ignorassimo i tentativi di
realizzare l'utopia all'interno di una società di classe, come proposto dalla
corrente sperimentale. Questi tentativi includono non solo la completa
segregazione della civiltà capitalista, ma anche i progetti di città giardino
teorizzati da Ebenezer Howard, i laboratori cooperativi, i prestiti senza
interessi e gli abbozzi di scambio equo. I suoi sostenitori credevano che la
società potesse iniziare a cambiare senza attendere circostanze favorevoli,
ovvero anticipando il modello di società desiderabile su scala ridotta. Si
trattava di dimostrare, attraverso "utopie concrete", che un altro
modo di vivere era possibile in qualsiasi momento, ossia che l'ideale anarchico
era direttamente praticabile. Da questo punto di vista, le esperienze comunali
potevano essere i migliori strumenti per la trasformazione sociale. In America
proliferavano tali esperimenti, con vari gradi di successo. In “L’uomo e la
terra” Reclus si riferiva a “un lavoro di esperienze dirette che si manifesta
attraverso la fondazione di colonie libertarie e comuniste: si tratta di
piccoli tentativi che si possono paragonare agli esperimenti di laboratorio
condotti da chimici e ingegneri. Questi esperimenti di comuni modello
presentano tutti il difetto capitale di essere concepiti al di fuori delle
condizioni ordinarie della vita, cioè lontano dalle città dove gli uomini [e le
donne] si mescolano, dove nascono le idee, dove gli intelletti si rinnovano.
Eppure, molte di queste iniziative possono essere citate come pienamente
riuscite. Kropotkin corrispondeva con i seguaci che avevano fondato una colonia
in Scozia, lamentando che i suoi amici stessero abbandonando il lavoro di
propaganda e di emancipazione finale per dedicarsi interamente a esperimenti
potenzialmente fallimentari che avrebbero potuto portare a una completa
disillusione. Ciononostante, offriva consigli pratici per un avvio di successo
dell'impresa e per evitare i consueti pericoli che affliggevano le comuni.
Eminentemente concentrato sul presente, l'anarchismo sperimentale si basava,
d'altra parte, sulla riscoperta del passato. Il punto di riferimento più
diretto erano le comunità di villaggio medievali, fenomeno storico evidenziato
da Reclus, Kropotkin e Rossi. L'esperienza più famosa di "socialismo
pratico" fu senza dubbio "La Cecilia", una colonia fondata nel
1890 da Giovanni Rossi in Brasile, che ebbe successo dal punto di vista
materiale, però frustrata nel proposito conviviale dell’amore libero. Già alla
vigilia della Rivoluzione tedesca, Gustav Landauer sostenne l'esperimento
cooperativo come tattica rivoluzionaria: la rivoluzione doveva mostrare un lato
costruttivo, offrire contro modelli socialisti. In definitiva, da una parte o
dall'altra, i tentativi comunitari non cessarono mai, di prodursi e nel 1932
l'individualista Émile Armand li documentò in un libro intitolato
esplicitamente "Forme di vita in comune".
La
Rivoluzione russa, nelle sue fasi iniziali, produsse diversi esperimenti, così
come varie utopie, una delle prime delle quali fu quella dei fratelli Gordin:
"Perché o come un contadino giunse nel paese dell'anarchia". A essa
probabilmente s’ispirò "Il viaggio di mio fratello Aleksei nel paese
dell'utopia contadina", opera di narrativa contraria allo sviluppo
industriale promosso dai bolscevichi, che, durante il regime di Stalin, valse
al suo autore, Aleksandr Čajanov, di essere accusato di cospirazione e
fucilato. La degenerazione della Rivoluzione in un inferno statale produsse la
prima distopia: "Noialtri", un'antiutopia che il suo autore, Evgenij
Zamjatin, non arrivò a intitolare e che non ottenne popolarità fino alla sua
pubblicazione in Francia nel 1929. Durante tutto il periodo tra le due guerre,
furono scritte utopie libertarie piuttosto ottimistiche, come "Il mio
comunismo. La felicità
universale" di Sébastiàn Faure, affermazione assoluta dell'individuo al di
sopra di ogni obbligo o contratto, condividendo volentieri l’idea con la
comunità, appropriato contrappunto all'ideologia socialista autoritaria. Furono
scritte anche altre opere di tipo naturista. Albano Rosell, in "Il paese
di Macrobia", luogo menzionato da Erodoto, descrive un'arcadia rurale dove
il conflitto originario tra individuo e società (e tra civiltà e natura) è
stato risolto. Una società di vegetariani naturalmente buoni dà libero sfogo ai
propri istinti primitivi con i migliori risultati. Rosell seguiva la strada
tracciata dai naturisti di Henri Zisly, corrente che produsse anche il romanzo
"I naufraghi" di Adrián del Valle e che lasciò un segno indelebile
negli anarchici spagnoli degli anni '20. Nel decennio successivo, o più concretamente,
nel periodo precedente la Rivoluzione spagnola, la dimensione utopica è finita nella
realtà: le condizioni per la materializzazione dell'utopia si avvicinavano e
l'anarchismo diventava più messianico. Il momento della verità era arrivato e i
proletari si preparavano a scendere in piazza e ottenere una vittoria che
nessuno avrebbe potuto toglier loro. Quando si crede di essere alle porte dell'anarchia, le forze costruttive che
assicurano il nuovo ordine rivoluzionario diventano più importanti e vengono
chiarite in opuscoli informativi. Di conseguenza, Higinio Noja Ruiz si occuperà
della nuova organizzazione sociale nel suo complesso; Pierre Besnard, del ruolo
dei sindacati e del corretto utilizzo delle competenze tecniche; Federico
Urales, dei comuni liberi; Isaac Puente, della strutturazione del comunismo
libertario; Bruno Lladó, della base e
dei mezzi per lo stesso; Rafael Ordóñez, delle relazioni amorose nella società
comunista, e così via. Solo un autore, Alfonso Martínez Rizo, osò
scrivere utopie. Nel 1933 pubblicò "1945. L'avvento del comunismo
libertario", anno in cui l’esito felice emerse da una rivoluzione
praticamente priva di violenza, grazie a una larga ed efficace preparazione
sindacale. L'esito catastrofico della guerra civile spagnola, il crollo del
movimento libertario internazionale di fronte al totalitarismo e la Seconda
guerra mondiale spensero le fiamme utopiche. Successivamente, questo tipo di
letteratura avrebbe perso tutti i suoi lettori. La fede nell'avanzata dello
spirito ribelle, nel crescente respiro della libertà, o la fiducia
nell'imminente scatenamento delle forze sociali, non trovavano più riscontro in
un mondo di ideali sconfitti, con un'immaginazione sepolta e rivolto
all'immediato. La distopia di George Orwell,
"1984", che ruota attorno al controllo totale della mente umana da
parte di uno Stato totalitario nelle mani di un partito unico, potrebbe essere
il requiem più appropriato per la morte dell'utopia. Tuttavia, Maria Luisa
Berneri ha scelto di scrivere "Un viaggio attraverso le utopie",
convinta che in un'epoca senza speranza, "sarebbe un sano esercizio
guardare indietro verso coloro che sognarono utopie e rifiutarono tutto ciò che
non soddisfaceva il loro ideale di perfezione".
Il
discredito del capitalismo di stato di matrice stalinista, gli effetti
catastrofici della scienza e della tecnologia al servizio dell'industria e del
potere, insieme all'implosione terminale del capitalismo globalizzato, hanno
completamente delegittimato sia le dottrine comunistoidi sia le ideologie
cittadiniste e neoliberali, dando origine a un mondo più simile alle distopie.
Fine dell'idea di progresso: il futuro sarà peggiore. Gli utopisti di oggi – se
ancora ne rimangono – sembrano essere i realisti meno chiaroveggenti.
L'estinzione della dimensione utopica indica indubbiamente il disorientamento
del pensiero anarchico di fronte alle azioni disastrose dei suoi rappresentanti
ufficiali durante la Rivoluzione spagnola, disorientamento che si è diffuso di
fronte al nuovo ordine delle cose, complesso e difficile da disfare. L'idea stessa di rivoluzione sociale sembra
essere stata scartata da una parte del movimento libertario a favore di
politiche identitarie senza sbocco. Sono tempi difficili per la retorica
millenarista, poiché poco si può fare di fronte al massiccio riarmo degli Stati
e alle loro enormi capacità repressive, ma la storia si è chiusa falsamente.
Come ha detto Jérôme Baschet a proposito del movimento zapatista: "È tempo
di riaprire il futuro... l'impulso utopico è indispensabile". C'è da
sperare che la progressiva decomposizione dell'ordine e la regressione dei
meccanismi di controllo lascino dietro di sé spazi deregolamentati in cui la
necessità imponga un'auto-organizzazione sociale in equilibrio con la natura e
in margine allo spettacolo manicheo della politica e del mercato globale.
Questa frattura nella continuità temporale può diventare istante utopico e
paralizzare la marcia verso la catastrofe. In determinate condizioni di abbandono – in
un istante come quello menzionato – la crisi può essere affrontata sviluppando
spazi autonomi, cioè spazi indipendenti e autogovernati, in cui economia e
politica possano dissolversi come attività separate, o in altre parole,
reintroducendo in questi spazi il valore d'uso, la piazza pubblica e la
democrazia diretta delle assemblee di base e i consigli, qualcosa che
l'autorità trionfante credeva di aver superato per sempre con le sue
inappellabili vittorie.
Miquel Amorós, Gennaio 2026. Per la rivista "Redes
Libertarias"
LA DIMENSIÓN UTÓPICA
El sueño de una sociedad armónica
Se dice que los libertarios
viven en un mundo de sueños sobre
el porvenir, y que no ven las cosas presentes.
Tal vez las vemos
demasiado, y con sus verdaderos
colores, y es por eso que
llevamos el hacha en medio de
este bosque de prejuicios
autoritarios que nos obcecan. (Piotr Kropotkin)
La utopía es una manera
específica de imaginar la actividad social opuesta a la realidad vigente, y por
eso, radicalmente crítica. No solamente se trata de una visión feliz propia de un modo de vida dichoso
presentado como ideal. Utópico, decía Herbert Marcuse, «es todo
aquello que el poder de las sociedades imperantes prohíbe salir a la luz.» Karl
Mannheim, en su influyente trabajo «Ideología y Utopía», consideraba utopista
todo pensamiento que cuestionaba el orden establecido e incitaba a la revuelta.
Así pues, solo se designarían como «utopías aquellas orientaciones que
trascienden la realidad cuando, al pasar al plano de la práctica, tiendan a
destruir, ya sea parcial o completamente, el orden de cosas existente en
determinada época.» En las utopías se manifestarían las aspiraciones, los
ideales y los sistemas de valores de los grandes movimientos sociales; son,
pues, visiones globales del mundo, coherentes y estructuradas, y representan
las necesidades profundas de una época. En ese sentido nosotros preferimos
hablar de ideal, o simplemente de «idea» tal como hacían los anarquistas
españoles. Y añadimos que, cuando las condiciones subjetivas y objetivas de
realización de una sociedad libre no son halagüeñas, cuando las fuerzas
materiales e intelectuales capaces de lograr un cambio social profundo no están
presentes en magnitud suficiente, cuando ningún proyecto revolucionario creíble
es inmediatamente realizable, la negación radical de lo existente adquiere
connotaciones utópicas. La dimensión utópica o romántica del pensamiento
crítico -el susodicho ideal, la anarquía- salva a los rebeldes del derrotismo
trasladando el deseo de una vida sin constricciones al terreno de la
imaginación y del sueño, en espera del momento favorable para su realización.
El clima utópico libera de la desmotivación, puesto que mantiene el anhelo de
una sociedad perfecta y pone en marcha las voluntades de cambio. En el caso
libertario más que en ningún otro, la utopía no es entonces más que un
artilugio propagandístico para mostrar expectativas de una futura emancipación
con las que movilizar a las masas dolientes. Lejos de ser una evasión desde la
historia hacia la fantasía, «es la verdad del mañana», en palabras de Victor
Hugo, algo al alcance, pura anticipación. La utopía libertaria, en su afán por
demostrar la aptitud de los hombres y mujeres de hoy para vivir racionalmente
en comunidad, sin leyes ni reglamentos,sin jefes ni propiedades, forma parte
del combate social: refleja las aspiraciones igualitarias y fraternales de las
facciones más radicales de las clases oprimidas. Es como ideal realizable, un
programa.
El anarquismo es una
concepción del mundo enraizada en las tradiciones sociales y políticas
radicales de la cultura universal, particularmente las que postulaban la
soberanía popular ejercida directamente y rechazaban cualquier tipo de
opresión. Críticas contra la autoridad y toda forma de poder separado
encontraremos en filósofos griegos y chinos, personajes singulares como
Rabelais o La Boétie, pensadores ilustrados y socialistas decimonónicos.
Asimismo, facciones extremas por la libertad y la igualdad se harán presentes
en los motines, revueltas y revoluciones a lo largo de la historia. No
obstante, el anarquismo tal como lo concebimos ahora, no adquirirá un cuerpo de
doctrina mínimamente coherente hasta la amalgama de la crítica social
antiautoritaria con el federalismo y la lucha de clases, producida en el seno
de la Asociación Internacional de Trabajadores. Al rehusar la acción política
dentro de las instituciones burguesas y propugnar la abolición del capitalismo
y del Estado como objetivo inmediato, el anarquismo se situaba en el terreno de
la cruda realidad. Ahora bien, en el plano teórico quedaban por explicar las
líneas generales constitutivas de la sociedad resultante del combate
revolucionario entre clases, elementos fundamentales para la destrucción
ideológica de las quimeras capitalistas. El internacionalista James Guillaume
fue consciente de esa necesidad al exponer, en un artículo titulado «La Comuna
Social» y publicado en 1871, lo que sería «una comuna inmediatamente después de
la revolución social, durante la época de transición en la que será necesario
hacer socialismo con los hombres y los medios de hoy.» Con este primer paso
quedaba pendiente «trazar un cuadro de la sociedad tal como aparecería en el
porvenir moviéndose anárquicamente la libertad individual en la comunidad
social y produciendo la armonía», algo que Joseph Déjacque había tratado de
hacer en 1858 con la redacción de su Humanisferio, la primera utopía netamente
anarquista. En fin faltaba el bosquejo de una sociedad emancipada que podía
funcionar, basada en la armonía de intereses y la participación libre en los
deberes comunes, sin dioses ni amos; una sociedad producto final del proceso
revolucionario. Faltaba pues la formulación probable del ideal libertario
aunque fuera en clave de ficción. En consecuencia, el anarquismo se orientaba
hacia la utopía. En completa oposición al marxismo, el anarquismo postulaba que
la conducta humana era determinada más por el ideal que por la necesidad
histórica, a definir por expertos en la materia. Salvo las excepciones
pasadistas a tener en cuenta, por lo general el mañana pesaba más que el ayer.
La represión de la Comuna y de
otros intentos revolucionarios, junto con la subsiguiente persecución de la
Internacional en los países latinos y la desmovilización de las masas
oprimidas, determinaron la división del movimiento anarquista en torno a temas
como la organización, la violencia, la legalidad, el comunismo o la mismísima
civilización. En el congreso internacional de Londres (1881) una mayoría se
decantó por los grupos de afinidad efímeros y la propaganda por el hecho. Las
contradicciones entre medios y fines, entre luchas cotidianas y objetivos
finales, entre pragmatismo y utopía, ocasionaron violentos debates y clamorosas
excomuniones. El grado de divergencias fue tan alto que generó una avalancha de
publicaciones referentes a la anarquía y el comunismo libertario, la tendencia
mayoritaria. Prestigiosos autores como Errico Malatesta, Eliseo Reclus,
Kropotkin, Jean Grave, Charles Malato, Sebastián Faure, Anselmo Lorenzo y
otros, atacaron el tema de la constitución de una sociedad de mujeres y hombres
libres e iguales desde la política, la ciencia moderna, el derecho, la labor
pedagógica, la filosofía y cualquier otro ángulo, demostrando el contenido
racional, progresista y perfectamente factible del modelo social por el que
abogaban. En su folleto de 1895, «La Anarquía», Reclus rechazaba el
calificativo de «utópico»: «El sueño de la libertad mundial ha dejado de ser
una pura utopía filosófica y literaria, como era para aquellos fundadores de
ciudades del Sol o de nuevas Jerusalenes; se ha convertido en el fin práctico,
activamente buscado por multitudes de hombres unidos que colaboran
resueltamente en el nacimiento de una sociedad en la que ya no habrá amos, ni
vigilantes oficiales de la moral pública, ni carceleros, ni verdugos, ni ricos
ni pobres, sino tan sólo hermanos...». En el mismo sentido se pronunciaría más
tarde Lorenzo: «Somos anarquistas, pero no utopistas […] desechamos aquellos futurismos imaginativos que quieren dar
a la sociedad del porvenir cierta semejanza con los edenes celestiales de las
religiones» (“Acracia”, 1908.) Kropotkin, en «La Conquista del
Pan» y en diversos artículos de la «Nineteen Century» había intentado demostrar
que los materiales y las ideas necesarias para edificar la anarquía ya se
encontraban en la sociedad actual, y pensaba que «en
el fondo la palabra utopía, sólo debiera aplicarse a las concepciones de la
sociedad basadas únicamente sobre lo que el escritor considera 'deseable' desde
el punto de vista teórico, nunca habría que aplicarla a las concepciones
basadas sobre la observación de lo que ya se está desarrollando en la sociedad.
En ese caso, salimos de la previsión utopista para entrar en la ciencia...»
Estaba claro que los escritores anarquistas tachaban de utopías en sentido
peyorativo, exclusivamente las ensoñaciones de paraísos exuberantes y edades de
oro futuristas, pero en tanto que atentos lectores de Fourier, no desdeñaban el
recurso a fórmulas literarias que rayaban con los edenes.
En 1878, Giovanni Rossi
publicó en Italia la novela «Una Comuna Socialista» cuyas críticas a las
instituciones, a la familia y a la religión le valieron la cárcel. Intentaba
demostrar como podía transformarse un pueblo miserable en una comunidad
ejemplar sin recurrir a la autoridad, a la propiedad y la ley, todo gracias al
trabajo organizado, la instrucción integral y la convivencia íntima. El
internacionalista Andrea Costa en 1880 envió a la imprenta un relato corto
titulado «El Sueño», donde él mismo despertaba años después en su ciudad natal,
completamente transformada gracias a una “gran revolución internacional”. El
clásico recurso del sueño será nuevamente utilizado en la famosa utopía
autoritaria de Bellamy, “El Año 2000”, y en su reverso, “Noticias de Ninguna
Parte”, de William Morris, la novela utópica más influyente de la época. Morris
no era anarquista, aunque sí amigo de Kropotkin y, dado el contenido, su utopía
bien puede calificarse de libertaria. Tambíén Ricardo Flores Magón escribirá
“El Sueño de Pedro”. El viaje iniciático es un recurso empleado por las
primeras utopías libertarias españolas. En “¡Pensativo!”, Juan Serrano Oteiza
narra la visita a un pueblo reorganizado en libertad gracias a los certeros
consejos de un hombre instruido. Como cabía esperar de un autor partidario de
la legalidad, la organización de masas y la educación integral, el cambio
transcurre pacíficamente, sin embargo, en “La Nueva Utopía” de Ricardo Mella
(1890), es “producto de una profunda conmoción social.” Otros relatos sitúan
sus comunidades utópicas en el Polo Norte (Louise Michel en su novela “El Mundo
Nuevo”) o en las intrincadas selvas del Brasil (Vicente Carreras en el cuento
“Acraciópolis”) pero es más socorrido el naufragio frente a una isla como
sucede en el relato catalán de Josep Llunas, “Amoria”, en la fantasía comunista
“Tierra Libre”, de Jean Grave, o en “Los Pacíficos”, del individualista Han
Ryner. El Congreso Internacional de Amsterdam, celebrado en 1907, puso de
relieve la preponderancia en el medio libertario de las tácticas sindicalistas,
que afectaron a las utopías. El ejemplo más claro lo constituye la novela de
Émile Pouget y Émile Pataud “Cómo Haremos la Revolución”, primera utopía
sindicalista, editada 1909 con un prólogo de Kropotkin que invitaba a
reflexionar sobre los grandes problemas con los que habrían de enfrentarse los
revolucionarios. No obstante, el grueso de las utopías siguió tanto la estela
del individualismo, más preocupado por cambiar al individuo, abolir el
matrimonio y retornar a la tierra, como la del comunismo anárquico, más interesado en la supresión del dinero y
de la “toma del montón”, sin faltar los creyentes en la espontaneidad extrema,
que veían en la elaboración de cualquier plan una muestra insufrible de
autoritarismo. Destacaron, aparte de las de Grave y Ryner, arriba mencionadas,
las que Juan Falconet alias “Pierre Quiroule” publicó en Argentina: “Sobre la Ruta de la Anarquía”, una vuelta violenta
a la naturaleza, y “La Ciudad Anarquista Americana”, con una crítica urbanista
que no leíamos desde las Noticias de Morris. El mensaje de Quiroule advertía
contra la conservación de las formas de producción existentes y las
aglomeraciones urbanas que les eran consustanciales: “No debemos imaginar bajo
ningún concepto una nueva sociedad vaciada sobre el molde la la sociedad
actual. Todo lo que existe debe ser sustituido por algo más racional y conforme
con las verdaderas necesidades y aspiraciones humanas […] El ideal anarquista
consiste en agrupaciones reducidas de seres racionales que buscan en la
asociación con sus semejantes el medio de obtener el máximo de bienestar con el mínimo esfuerzo individual y
una libertad amplia sin restricciones.”
No acertaríamos a esbozar un
cuadro completo si dejáramos de lado los intentos de realizar la utopía dentro
de la sociedad clasista tal como proponía la corriente experimental. Incluimos
en ellos no solo las tentativas de segregación completa de la civilización
capitalista, sino los proyectos de ciudad jardín teorizados por Ebenezer
Howard, los talleres cooperativos, los créditos sin interés o los esbozos de
intercambio equitativo. Sus partidarios pensaban que se podía empezar a cambiar
la sociedad sin esperar a coyunturas favorables, es decir, anticipando a escala
menor el modelo de sociedad deseable. Se trataba de demostrar mediante “utopías concretas” que otra manera de vivir
era posible en cualquier momento, o sea, que el ideal anárquico era
directamente viable. Bajo este punto de vista, las experiencias comunales
podían ser las mejores herramientas para la transformación social. En América
pululaban ese tipo de ensayos, con mejor o peor fortuna. Reclus en “El Hombre y
la Tierra” se refería a “un trabajo de experiencias directas que se
manifiesta mediante la fundación de colonias libertarias y comunistas: se trata
de pequeñas tentativas que uno puede comparar con los experimentos de
laboratorio que llevan a cabo químicos e ingenieros. Estos ensayos de comunas
modelo presentan todas el defecto capital de ser construidas al margen de las
condiciones ordinarias de la vida, es decir, lejos de las ciudades donde se
mezclan los hombres [y las mujeres], donde surgen las ideas, donde se renuevan
los intelectos. Y sin embargo, pueden citarse muchas de tales empresas que han
tenido un éxito pleno.” Kropotkin mantuvo correspondencia con unos seguidores
que habían fundado una colonia en Escocia, en la que lamentaba ver a los amigos
sustraerse a la obra de la propaganda y de la emancipación definitiva para
entregarse enteramente a ensayos quizás fallidos que podían llevar a una
desilusión completa. Aun así daba consejos prácticos para debutar con éxito en
la empresa y soslayar los peligros habituales que acechaban a las comunas. El
anarquismo experimental, eminentemente presentista, en cambio se apoyaba en un
redescubrimiento del pasado. El referente más directo eran las comunidades de
aldea medievales, fenómeno histórico resaltado por Reclus, Kropotkin y Rossi.
La experiencia más famosa de “socialismo práctico” fue sin duda “La Cecilia”,
colonia fundada en 1890 por Giovanni Rossi en Brasil, exitosa en lo material,
pero frustrada en el propósito convivencial del amor libre. Ya en vísperas de
la Revolución Alemana, Gustav Landauer apostó por el experimento cooperativo
como táctica revolucionaria: la revolución debía mostrar un lado constructivo,
ofrecer contra-modelos socialistas. En fin, en un lado o en otro, los tanteos
comunitarios nunca dejaron de producirse y en 1932 el individualista Émile
Armand lo hizo constar en un libro titulado explícitamente “Formas de Vida en
Común”.
La Revolución Rusa en sus comienzos produjo diversos
experimentos, así como varias utopías, siendo una de las primeras la de los
hermanos Gordin, “Por qué o Cómo un Campesino Alcanzó el País de la Anarquía”.
Probablemente inspiró el “Viaje de mi Hermano Aleksei al País de la Utopía
Campesina”, ficción contraria al desarrollo industrial impulsado por los
bolcheviques, lo que en tiempos de Stalin le valió a su autor Alexander
Chayanov ser acusado de conspirador y fusilado. La degeneración de la
Revolución en un infierno estatal produjo la primera distopía, “Nosotros”, una
anti-utopía que su artífice Evgueni Zamiatin no llegó a titular, y que no
adquirió popularidad hasta su publicación en Francia en 1929. A lo largo del
periodo de entre-guerras se escribieron utopías libertarias bastante
optimistas, como “Mi Comunismo. La Felicidad Universal”, de Sebastián Faure,
afirmación absoluta del individuo por encima de cualquier obligación o
contrato, compartiéndolo todo de buena gana con la comunidad, contrapunto apropiado
de la ideología socialista autoritaria. También se redactaron otras de corte
naturista. Albano Rosell en “El País de Macrobia”, lugar citado por Herodoto,
describe una arcadia
rural donde la disputa originaria entre en el individuo y la sociedad (y entre
civilización y naturaleza) ha sido saldada. Una sociedad de vegetarianos buenos
por naturaleza se libran a sus
instintos primitivos con los mejores resultados. Rosell seguía la línea
trazada por los naturianos, de Henri Zisly, corriente que aún produjo la novela
“los Náufragos”, de Adrián del Valle y en la década de los veinte dejó una
impronta permanente en los anarquistas españoles. En la década siguiente, o más
concretamente, durante el periodo previo a la Revolución Española, la dimensión
utópica acababa en la realidad: las condiciones para la materialización de la
utopía se aproximaban y el anarquismo se volvía más mesiánico. Había llegado la
hora de la verdad y los proletarios se preparaban para lanzarse a la calle y
obtener una victoria que nadie les puede arrebatar. Cuando se cree estar ante
las puertas de la anarquía importan más las fuerzas constructivas que aseguren
el nuevo orden revolucionario, y estas se van precisando en folletos
clarificadores. En consecuencia, Higinio Noja Ruiz se ocupará en conjunto de la
nueva organización social; Pierre Besnard, de la función de los sindicatos y
del uso adecuado de las capacidades técnicas; Federico Urales, de los
municipios libres; Isaac Puente, de la estructuración del comunismo libertario;
Bruno Lladó, de la base y medio del mismo; Rafael Ordóñez, de las relaciones
amorosas en la sociedad comunista, etc. Apenas un autor, Alfonso Martínez Rizo,
osó escribir utopías. En 1933 publicó “1945. El Advenimiento del Comunismo
Libertario”, año en que el feliz acontecimiento resultó salir de una revolución
sin apenas violencia, gracias a una larga y eficaz preparación sindical. El
desenlace catastrófico de la guerra civil española, la desbandada del
movimiento libertario internacional ante el totalitarismo y la Segunda Guerra
Mundial apagaron los fuegos utópicos. En lo sucesivo, ese tipo de literatura
perderá todos sus lectores. La fe en el avance del espíritu rebelde, en el
creciente aliento de la libertad, o la confianza en el próximo
desencadenamiento de las fuerzas sociales, ya no se correspondían con un mundo de
ideales derrotados, con la imaginación sepultada e inclinado a lo inmediato. La
distopía de Geoge Orwell, “1984”, que gira en torno al control total de la
mente humana por un Estado totalitario en manos de un partido único, podría ser
el réquiem más adecuado de la muerte de la utopía. Sin embargo, Maria Luisa
Berneri, optó por escribir un “Viaje a Través de las Utopías”, pensando que en
una época sin esperanzas “constituiría un saludable ejercicio volver la mirada
hacia quienes soñaron utopías y rechazaron todo lo que no satisficiera su ideal
de perfección.”
El descrédito del capitalismo de Estado de raíz estalinista, los
efectos catastróficos de la ciencia y la tecnología al servicio de la industria
y el poder, junto con la implosión terminal del capitalismo globalizado, han
deslegitimado totalmente tanto las doctrinas comunistoides, como las ideologías
ciudadanistas y neoliberales, dando lugar a un mundo más propio de las
distopías. Fin de la idea de progreso: el futuro será peor. Los utopistas de
hoy -si es que todavía quedan- parecen ser los realistas menos clarividentes.
La extinción de la dimensión utópica indica sin duda el extravío del
pensamiento anarquista ante la pésima actuación de sus representantes oficiales
durante la Revolución Española, desorientación expandida ante el nuevo orden de
cosas, complejo y difícilmente desentrañable. La misma idea de revolución
social parece haber sido desechada en una parte del medio libertario en
provecho de callejones identitarios sin salida. Malos son los tiempos para la
lírica milenarista, puesto que poco se puede hacer ante el gigantesco rearme de
los Estados y sus enormes capacidades represivas, pero la historia se ha
cerrado en falso. Como dijo Jerôme Baschet a propósito del movimiento
zapatista: “Es hora de reabrir el futuro... el impulso utópico es indispensable.”
Cabe esperar que la progresiva descomposición del orden y el retroceso de los
aparatos de control dejen atrás espacios desregulados donde la necesidad
obligue a una auto-organización social equilibrada con la naturaleza y al
margen del espectáculo maniqueo de la política y del mercado global. Esa
fractura en la continuidad temporal puede devenir instante utópico y paralizar
la marcha hacia la catástrofe. En determinadas condiciones de abandono -en un
instante como el mencionado- la crisis puede afrontarse desarrollando espacios
autónomos, es decir, independientes y autogobernados, donde se puedan disolver
la economía y la política como actividades separadas, o dicho de otra manera,
reimplantando en ellos el valor de uso, la plaza pública y la democracia
directa de las asambleas de base y los consejos, algo que la autoridad
triunfante creía haber superado para siempre con sus inapelables victorias.
Miquel
Amorós, Enero de 2026. Para la revista “Redes Libertarias”