Intervista a Miguel Amorós di Diego Luis Sanromán per ROJO Y NEGRO
Miguel Amorós (Alcoy, 1949)
è autore di un'ampia opera come teorico e storico dell'anarchismo. Negli anni
'70, ha fatto parte di diversi gruppi acratici di corta durata, come Bandera
Negra, Tierra Libre, Barricada, Los Incontrolados (Gli Incontrollati) e
Trabajadores por la Autonomía Proletaria y la Revolución Social (Lavoratori per
l'Autonomia Proletaria e la Rivoluzione Sociale). Poi, tra il 1984 e il 1992,
ha fatto parte della redazione di "L’Encyclopédie des Nuisances"
(L'Enciclopedia delle nocività), promossa, tra gli altri, dal suo amico Jaime
Semprún. Questa pubblicazione ha proseguito criticamente la linea aperta
dall'Internazionale Situazionista fino alla partecipazione dello stesso Guy
Debord. Qualche mese fa, la casa editrice La Rosa Negra, con sede a Vallecas,
ha pubblicato il suo ultimo libro, un breve volume dal titolo semplice
"Che cos'è l'anarchismo?". Nell'intervista che segue, parliamo di
questo libro, ma non solo.
DLS – Che cos'è l'anarchismo? Anarchismo individualista,
collettivista, comunista, anarco-sindacalismo, post-anarchismo, e anche
anarchismo di destra, anarco-capitalismo o nazional-anarchismo... Non è forse un'impresa impossibile definire ciò che, per
definizione, appare indefinibile: un insieme di tendenze disparate e, in alcuni
casi, apertamente contraddittorie, che sembrano non avere nulla in comune se
non ciò che negano?
MA -
Attualmente, in piena crisi dello stato di cose tipico della globalizzazione
capitalista e immersi in un processo di distorsione ideologica, possiamo, però,
considerare l'anarchismo come l'insieme di insegnamenti e compiti che
perseguono l'instaurazione dell'anarchia, un sistema sociopolitico che prescinde
dello Stato e di ogni forma di autorità. Tuttavia, con la parola anarchismo,
come con tutti gli "ismi", il vero significato dipende da chi la pronuncia.
Questa particolare polisemia serve all'ordine costituito, le cui consegne e
messaggi sono diffusi attraverso una proficua colonizzazione del linguaggio.
L'uso unilaterale delle parole da parte dei leader – ovvero la loro
appropriazione da parte del potere – mira alla disinformazione, fondamento
stesso del dominio. Spetta ai nemici dello status quo classista usare queste
parole contro di esso, infonderle di nuovi contenuti sovversivi, reinventarle,
ridefinirle. Si tratta di un compito al contempo positivo e negativo, ovvero
dialettico. Il situazionista Khayati affermava sulla rivista "I.S."
che "una definizione è sempre aperta, mai definitiva; le nostre sono
storicamente valide, per un dato periodo legato a una prassi storica".
Qualsiasi definizione contemporanea dell’anarchismo deve tenerne conto.
DLS – «L'anarchismo non conta più molto», dici. «Le prospettive
non sono promettenti». Pensi, tuttavia, che esista ancora un luogo in cui si
possa riconoscere anche solo una scintilla di quest'impulso emancipatore che ha
acceso le rivolte del passato?
MA –
Diciamo che, oggigiorno, nella maggior parte dei paesi, l'anarchismo è un
movimento sociale insignificante, senza un'influenza rilevante tra i lavoratori
salariati, incapace di modificare minimamente il sistema o di influenzare la
mentalità di chi ne soffre. Tuttavia, in alcuni «popoli senza storia», ovvero
in società rimaste più o meno ai margini del capitalismo, dei legami comunitari
e dei sistemi di auto-organizzazione sono persistiti, abbastanza forti da
resistere allo Stato e governarsi autonomamente. Tale ha potuto essere il caso
di popolazioni contadine indigene in paesi come Cile, Ecuador, Bolivia o
Messico, o degli abitanti degli altipiani del Sud-est asiatico, come i Karen, i
Hmong e i Lahu. Siamo di fronte a società che si ribellano contro un presente
desolante con caratteristiche inequivocabilmente anarchiche, cui si aggiunge la
più moderna società municipalista curda. Nel mondo occidentale, le scintille
libertarie sono appena visibili nelle lotte contro lo sviluppo, nella difesa
del territorio e nelle mobilitazioni spontanee come quella dei Gilet Jaunes, ma
senza un legame spirituale con le rivolte esemplari del passato.
DLS - Nel libro, rilevi che l'unico modo per superare la
confusione degli anarchismi postmoderni, o delle interpretazioni
dell'anarchismo come una tendenza trans-storica inerente all'essere umano, è la
riattivazione della coscienza storica. È questa coscienza, ad esempio, che ci
permette di discernere il ruolo decisivo svolto dal movimento operaio nella
genesi delle idee anarchiche. Tu evidenzi, credo, due tappe fondamentali: la
fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT) e il ruolo di
Bakunin come teorico dell'anarchismo rivoluzionario, da un lato, e la
Rivoluzione spagnola del 1936, dall'altro. In entrambi i casi, sembrerebbe che
la sconfitta abbia portato con sé il declino e la frammentazione del movimento,
e la sostituzione della teoria rivoluzionaria con un'ideologia quasi
completamente distaccata dalla pratica. Potresti approfondire quest’aspetto?
MA - Vorrei
rilevare alcune altre tappe fondamentali ricche di insegnamenti: il movimento
magonista messicano, l'insurrezione machnovista in Ucraina e la rivoluzione
asturiana del 1934. Le sconfitte, infatti, comportano battute d'arresto
disastrose per la coscienza, poiché, con la perdita della capacità di reagire
al dominio, il pensiero critico scompare e al suo posto subentra l'ideologia,
prodotto dottrinale della coscienza alienata, cristallizzazione di una visione
falsa e manichea della realtà. La verità di questo mondo si perde in una
nebulosa d’idee astratte con cui i vinti cercano di giustificare il loro ruolo
post-festum e le loro rinunce. In un contesto di declino del movimento operaio,
di amnesia, di evaporazione delle prospettive rivoluzionarie e di
imborghesimento, l'ideologia scende di un altro gradino nella degradazione e
tende a seguire i dettami delle mode giovanili. Così, nel campo autoproclamato come
anarchico, si assiste alla sfilata successiva di formule miracolose mesocratiche
come il reddito di base, la decrescita, lo specismo, il woke, il processo di
autonomia catalana o la pagliacciata nazionalista di "rivolte della
terra".
DLS: Nel secondo testo incluso nel libro, analizzi la situazione
attuale, segnata dalla paralisi – o dalla vera e propria scomparsa – del
movimento operaio, dalla disgregazione dei grandi ideali della modernità e
dall'ascesa delle classi medie salariate. Inizi affermando: "la parola
'rivoluzione' è scomparsa dal vocabolario degli oppressi e degli
sfruttati", e più avanti sottolinei: "[senza democrazia diretta] non
c'è rivoluzione". Potresti approfondire quest'ultima idea?
MA: I
cambiamenti sociali dal basso sono molto difficili, poiché delle masse
atomizzate, indebitate e intrappolate nel consumismo, non sono inclini a
sostenerlo. Solo quando precarietà, minaccia di esclusione, pignoramento o
sfratto incombono su di loro – quando non hanno più nulla da perdere – sono
costrette a mobilitarsi e a mettere in discussione la propria
proletarizzazione. La crescente capacità repressiva del sistema cesserà allora
di essere percepita come un ostacolo insormontabile. Quanto più a lungo dura il
conflitto, tanto più è probabile che abbandonino lo spirito borghese e adottino
una visione più realistica del superamento delle loro condizioni di vita,
ovvero una visione antistatale e anticapitalista. La democrazia diretta è il
sistema che meglio risponde al funzionamento autonomo della popolazione ribelle
e quello che meglio può svilupparne il potenziale rivoluzionario. Le strutture
assembleari assolvono le dinamiche di auto-organizzazione dei movimenti di
massa. Il pericolo risiede nella perdita di autonomia dovuta all'azione dei
partiti politici che perseguono una deriva istituzionale burocratica, nel qual
caso le uniche misure possibili sono l'espulsione dei rappresentanti che
agiscono in modo indipendente o lo scioglimento del partito stesso.
DLS - Il terzo testo incluso nel libro è dedicato all'analisi
delle probabili cause dell'ascesa dell'estrema destra, "il fenomeno più
eclatante dei nostri tempi recenti", come affermi all'inizio. Leggendoti
mi è venuto in mente qualcosa che il Comitato Invisibile diceva nelle prime
righe dell’opuscolo Adesso:
"Tutte le ragioni per fare la rivoluzione ci sono. Tuttavia, non sono le
ragioni che fanno le rivoluzioni; sono i corpi. E i corpi sono davanti agli
schermi". Denunci anche i social media come "fattore decisivo"
nell'ascesa dell'estrema destra. "I social media", dici, "hanno
svolto lo stesso ruolo che la radio ha avuto un tempo nell'ascesa del partito
nazista". Per un certo periodo, e fino a non molto tempo fa, alcuni hanno
nutrito l'illusione che il World Wide Web potesse rendere reale la democrazia
diretta nelle società complesse e densamente popolate. Che cosa rimane di
questa illusione, se qualcosa resta? Questioni ecologiche a parte, pensi che
internet sia necessariamente uno strumento di controllo?
MA –
Qualsiasi coincidenza io possa avere con il Comitato Invisibile, forma avanguardista
postmoderna del radicalismo infantile, è puramente casuale. Qui abbiamo un
prodotto ideologico da scuola elementare, montato con materiali eterogenei, che
spaziano dal situazionismo al foucaultismo, presentato con abilità. Qualche
tempo fa, Jacques Ellul rispose al cliché secondo cui "la macchina è
neutrale; il modo in cui la usiamo dipende da noi", sostenendo che non si
trattava di un oggetto isolato, bensì di un sistema meccanico completo che non
avevamo scelto e che non potevamo controllare; al contrario, il nostro comportamento
e la nostra vita erano determinati da lui. Eravamo liberi di accettarlo, ma non
di rifiutarlo. Quando è apparso Internet, la mia prima preoccupazione non è
stata la perdita di posti di lavoro tipica del progresso capitalista, ma la
virtualizzazione delle relazioni sociali. Ovvero lo spostamento della
comunicazione e del dibattito al di fuori del mondo reale, in uno spazio
immaginario, banalizzante e facilmente controllabile, dove chiunque poteva
agire da estremista senza alzarsi dalla sedia. Non mancarono gli informatici
progressisti che prendevano in considerazione le possibilità ecologiche,
democratiche e liberatorie di una simile incarnazione della megamacchina di cui
parlava Mumford. Con il progredire del processo, l'informatizzazione del mondo
si è rivelata una fonte inesauribile di problemi. Con l'avvento dei social
media, il dibattito è degenerato in una lotta senza quartiere, dove tutto era
permesso e le uniche regole erano quelle dettate dagli algoritmi delle
piattaforme. La viralità ha prevalso sulla verità e la realtà ha finito per
svanire in una valanga industriale di fake news, scemenze e presentismo. Il
salto qualitativo nella pseudo comunicazione e nella disinformazione dei social
media ha superato la natura frivola e banale dei suoi inizi, trasformandosi in
una temibile arma di dominio, la prima con una portata globale. I social media,
rifugio di una gioventù iperalienata, hanno fomentato il caos, ambito ideale
per i predatori politico-mediatici. E appunto, insieme alla paura, il caos è
oggi, nella fase finale del capitalismo, l'elemento imprescindibile del nuovo
stile di governo.
DLS - Ci siamo incontrati personalmente nel contesto del
movimento 15M, quindici anni fa ormai! Le tue risposte offrono spunti per
comprendere la situazione, ma vorrei conoscere quel che pensi in proposito e
chiederti direttamente: che cosa è andato storto allora? Credo che molti di
noi, in certi momenti, abbiano creduto che il crollo dell'ordine costituito
fosse possibile, eppure non accadde...
MA - Non fu
un movimento di grande portata, sebbene sintomatico, contemporaneo e degno di
Twitter e Facebook. In seguito alla crisi economica del 2008, i figli della
classe media, privati di futuro, hanno vissuto un apparente risveglio che, per
un momento, ha potuto illudere chi vedeva in quegli accampamenti autorizzati la
realizzazione delle proprie fantasie contestatarie. Tuttavia, questa
"indignazione" rivelò presto il suo vero volto. La gioventù indignata
ha mostrato, attivamente e passivamente che non scendeva in piazza per cambiare
l'ordine politico, ma per migliorarlo, e guai a chiunque osasse sovvertirlo! Con
la scusa del pacifismo, si risvegliarono aspirazioni poliziesche; in
un'atmosfera ludica e un festoso agitar di mani, s’incoraggiava lo spirito delatore.
I temi cittadinisti alimentavano un linguaggio con cui si esprimeva la volontà
di collaborare con il sistema parlamentare, a patto che accettasse piccole
riforme: "Vera democrazia, ora!". Gli indignati si sentivano traditi
da politici che non li rappresentavano, poiché non si curavano del loro
benessere – quello del 99% – ma piuttosto di quello dei banchieri, l’un per
cento restante. Non mancò niente; in realtà, il movimento 15M trionfò, sebbene
la crisi politica non si risolvesse rapidamente. La perdita di credibilità dei
partiti tradizionali si congiunse con la creazione di nuovi partiti – Podemos,
Ciudadanos, Comunes... – che, nonostante le iniziali dichiarazioni
rigeneratrici in sintonia con l'indignazione, seppero insediarsi a velocità
vertiginosa, consentendo una tranquilla stabilizzazione dello spettacolo
sociale protetto dallo Stato.
DLS: Cinque anni prima, avevamo già collaborato alla
pubblicazione dei testi della sezione italiana dell'Internazionale
Situazionista, tu scrivendo il prologo e io la traduzione. Ci siamo poi ritrovati
nel 2018 per “Dalla miseria nell'ambiente studentesco”, con la stessa divisione
dei ruoli. Per finire, vorrei chiederti: che cosa rimane dell'eredità
situazionista? Le sue analisi e le sue proposte strategiche sono ancora valide
oggi?
MA: La
critica situazionista è stata quella che ha capito meglio il suo tempo e ha
indicato con maggiore coerenza come superarlo. Qual è la parte non sconfitta
della sua eredità? Certamente non la correzione hegeliana del marxismo, la
formula del comunismo consiliare o l'incrollabile fede nel proletariato
rivoluzionario. Piuttosto, è il metodo dialettico, la teoria dello spettacolo,
la critica dell'urbanistica, il superamento dell'arte, la pratica dello
scandalo e l'impegno per la vita. Il capitalismo ha colonizzato la vita
quotidiana delle persone; Il suo potere finanziario ormai abbraccia l'intero
pianeta, e la sua militarizzazione procede a marce forzate. Le masse salariate
sono alla deriva e il deterioramento mentale della popolazione sta diventando preoccupante.
Mai prima d'ora una società ha raggiunto un tale livello di psicosi, indegnità
e predazione. Oggi, mentre la civiltà si sgretola e non s’intravede alcuna
rivoluzione imminente, né le analisi delle crisi né le strategie
anticapitaliste possono essere le stesse. I punti di rottura sono diversi e gli
attori sono diversi. Ripetere vecchie tesi non ci porterà molto lontano, ma una
rivisitazione trasgressiva delle teorie situazioniste ci fornirà elementi
critici che, impiegati in modo creativo, ci aiuteranno a promuovere progetti
sovversivi.
“L’anarchia è la vittoria dello spirito umano
sulla brutale dominazione.” Errico Malatesta
¿Qué es el anarquismo?
Una entrevista con Miguel Amorós de Diego Luis Sanromán
Miguel Amorós (Alcoy, 1949) es autor de una extensa obra como teórico e
historiador del anarquismo. En la década de los setenta formó parte de distintos
grupos ácratas de existencia efímera como Los Incontrolados o los Trabajadores
por la Autonomía Proletaria y la Revolución Social y, entre 1984 y 1992, de la
redacción de "La Encyclopédie des Nuisances", impulsada entre otros
por su amigo Jaime Semprún, una publicación que continuaba de forma crítica la
línea abierta por la Internacional Situacionista y en la que llegaría a
participar el propio Guy Debord. Hace unos meses, la editorial vallecana La
Rosa Negra publicaba su último libro, un breve volumen titulado sencillamente
"¿Qué es el anarquismo?". De él, aunque no exclusivamente, hablamos
en la siguiente entrevista.
DLS- ¿Qué es el anarquismo? Anarquismo
individualista, colectivista, comunista, anarcosindicalismo, posanarquismo e
incluso anarquismo de derechas, anarco-capitalismo o nacional-anarquismo… ¿ No
es un empeño imposible definir lo que parece, por definición, indefinible: un
conjunto de tendencias dispares y, en algunos casos, abiertamente
contradictorias, que parecen no tener en común entre sí más que aquello que
niegan?
MA- Actualmente, en plena crisis del estado de cosas característico de la
globalización capitalista e inmersos en un proceso de distorsión ideológica,
todavía podemos considerar anarquismo el conjunto de enseñanzas y tareas que
persiguen la implantación de la anarquía, un sistema sociopolítico que
prescinde del Estado y de toda clase de autoridad. Sin embargo, con la palabra
anarquismo ocurre como con todos los “ismos”: que su significado real depende
de quién la pronuncie. Esta particular polisemia sirve al orden establecido,
cuyas consignas y mensajes se divulgan mediante una provechosa colonización del
lenguaje. El empleo unilateral de las palabras por parte de los dirigentes, o
sea, su recuperación por el poder, tiene por objetivo la incomunicación, la
base fundamental del dominio. Corresponde a los enemigos del statu quo clasista
usarlas en su contra, dotarlas de nuevo contenido subversivo, reinventarlas,
redefinirlas. Trabajo a la vez positivo y negativo, es decir, dialéctico. El
situacionista Khayati dijo en la revista “I.S.” que “una definición es algo
siempre abierto, jamás definitivo; las nuestras son válidas históricamente,
durante un periodo dado ligado a una praxis histórica”. Cualquier determinación
contemporánea del anarquismo ha de contar con eso.
DLS- “El anarquismo ya no es gran cosa” –dices–. “El panorama no es
halagüeño”. ¿Crees, no obstante, que hay algún lugar en el que aún pueda
reconocerse siquiera un chispazo de ese impulso emancipador que encendió las
revueltas del pasado?
MA- Digamos que, hoy en día, en la mayoría de países, el anarquismo es un
movimiento social insignificante, sin influencia sensible entre los
asalariados, incapaz de alterar mínimamente el sistema y de incidir en la
mentalidad de quienes lo padecen. No obstante, en algunos “pueblos sin
historia”, es decir, en sociedades que se han mantenido más o menos al margen
del capitalismo, han persistido lazos comunitarios y modos autoorganizativos lo
suficientemente sólidos como para resistir al Estado y administrarse por su
cuenta. Tal podía ser el caso de pueblos campesinos indígenas de países como
Chile, Ecuador, Bolivia o México, o el de los habitantes de las tierras altas
del sudeste asiático como los karen, hmong y lahu. Estamos ante sociedades que
se revuelven contra el desolador presente con rasgos inequívocamente
anarquistas, a las que añadiríamos la más moderna sociedad kurda municipalista.
En el mundo occidental apenas saltan chispazos libertarios en las luchas
antidesarrollistas, en la defensa del territorio y en movilizaciones
espontáneas como la de los chalecos amarillos, pero sin conexión espiritual con
las revueltas ejemplares del pasado.
DLS- En el libro señalas que el único modo de superar la confusión de los
anarquismos posmodernos, o de las lecturas del anarquismo como una tendencia
transhistórica y connatural al ser humano, es la reactivación de la conciencia
histórica. Es ella, por ejemplo, la que nos permite discernir el papel decisivo
que el movimiento obrero desempeñó en la génesis de las ideas anarquistas. Destacas, creo, dos hitos: la fundación de la AIT y
la función de Bakunin como teórico del anarquismo revolucionario, por un lado,
y la Revolución Española de 1936, por otro. En ambos casos, se diría que la
derrota trajo consigo el declive y la fragmentación del movimiento, así como la
sustitución de la teoría revolucionaria por una ideología casi completamente
separada de la práctica. ¿No sé si nos podrías contar algo más al respecto?
MA- Destacaría unos cuantos hitos más ricos en enseñanzas: el movimiento
magonista mexicano, la insurrección makhnovista en Ucrania y la revolución
asturiana de 1934. En verdad las derrotas comportan retrocesos que resultan
desastrosos para la conciencia, puesto que, al perderse la capacidad de
respuesta a la dominación, desaparece el pensamiento crítico y su lugar queda
ocupado por la ideología, el producto doctrinal propio de la conciencia
alienada, la cristalización de una visión falsa y maniquea de la realidad. La
verdad de este mundo queda sumergida en una nebulosa de ideas abstractas con
las que los vencidos tratan de justificar su papel post festum y sus renuncias.
En un contexto de decadencia del movimiento obrero, desmemoria, evaporación de
las perspectivas revolucionarias y aburguesamiento, la ideología desciende un
peldaño más en la degradación y tiende a seguir las indicaciones de las modas
juveniles. Así contemplamos en el campo autodenominado anarquista el desfile
sucesivo de fórmulas milagreras mesocráticas como la renta básica, el
decrecimiento, el especifismo, lo woke, el procès o la payasada nacionalista de
“revoltes de la terra”.
DLS- En el segundo texto incluido en el libro, realizas un análisis de la
situación actual, marcada por la parálisis —o la desaparición sin más— del
movimiento obrero, la desintegración de las grandes ideas de la modernidad y el ascenso de las
clases medias asalariadas. Comienzas afirmando: “la palabra «revolución» ha
desaparecido del vocabulario de los oprimidos y explotados”, y más adelante
señalas: “[sin democracia directa] no hay revolución”. ¿Podrías desarrollar un
poco más esta última idea?
MA- Los cambios sociales desde abajo son muy difíciles, pues unas masas
atomizadas, endeudadas y enclaustradas en el consumo no se sienten inclinadas a
favorecerlos. Solamente en los momentos en los que pende sobre ellas la
precariedad, la amenaza de exclusión, el embargo o el desahucio, en los
momentos en que no tienen nada que perder, se ven obligadas a moverse y
cuestionar su proletarización. La creciente capacidad represora del sistema
dejará entonces de verse como un obstáculo insalvable. Cuanto más prolongado
sea el conflicto, más probable será que abandonen el espíritu de clase media y
adopten una visión más realista de la superación de sus condiciones de vida, es
decir, antiestatal y anticapitalista. La democracia directa es el sistema que
mejor responde al funcionamiento autónomo de la población rebelde y el que
mejor puede desarrollar sus potencialidades revolucionarias. Las estructuras
asamblearias cumplen con la dinámica de autoorganización de los movimientos de
masas. El peligro reside en la pérdida de autonomía por la acción de los
partidos políticos que persiguen una deriva institucional burocrática, ante lo
cual no caben otras medidas que la expulsión de los representantes que actúen
por su cuenta o la autodisolución.
DLS- El tercer texto incluido en el libro está dedicado al análisis de las
causas probables del auge de la extrema derecha, “el fenómeno más llamativo de
nuestra época reciente”, como afirmas al comienzo. Leyéndote me acordaba de
algo que decía el Comité Invisible en las primeras líneas de su panfleto Ahora:
“Todas las razones para hacer la revolución están ahí. Pero no son las razones
las que hacen las revoluciones; son los cuerpos. Y los cuerpos están delante de
las pantallas”. Tú también apuntas a las redes sociales como el “factor
definitivo” en el auge de la extrema derecha. “Las redes –te cito– han
desempeñado el mismo papel que jugó antaño la radio en el advenimiento del
partido nazi”. Durante algún t tiempo, y hasta hace no mucho, algunos albergaron
la ilusión de que la WWW podía hacer realidad la democracia directa en las
sociedades complejas y densamente pobladas. ¿Qué queda de esto, si algo queda?
Cuestiones de orden ecológico al margen, ¿te parece que Internet es
necesariamente una herramienta de control?
MA- Cualquier coincidencia mía con el Comité Invisible, forma vanguardista
posmoderna del radicalismo infantil, es obra del azar. Aquí tenemos un producto
ideológico de escuela primaria hecho con materiales diversos, desde el
situacionismo al foucaultismo, hábilmente presentado. Hace ya un tiempo,
Jacques Ellul respondía al tópico de “la máquina es neutra, el uso que le demos
depende de nosotros”, con el argumento de que no se trataba de un objeto
aislado sino de un completo sistema mecánico que no habíamos elegido y no
podíamos dominar; bien al contrario, nuestra conducta y nuestra vida queda ba
determinada por él. Teníamos libertad para aceptarlo, pero no para rechazarlo.
Cuando apareció Internet, lo primero que me preocupó no fue la supresión de
puestos de trabajo típica del avance capitalista, sino la virtualización de las
relaciones sociales. El desplazamiento de la comunicación y el debate a un
espacio imaginario, o sea, fuera del mundo real, banalizante y fácilmente
controlable, donde cualquiera podía ejercer de extremista sin moverse de la
silla. No faltaron informáticos progresistas que ponderaran las posibilidades
ecológicas, democráticas y liberadoras de tal encarnación de la megamáquina de
la que hablaba Mumford. A medida que avanzaba, la informatización del mundo
terminó revelándose como una fuente inagotable de problemas. Con el
advenimiento de las redes sociales, el debate se convertía en pelea de gallos,
donde todo estaba permitido y las únicas reglas eran las fijadas por los
algoritmos de las plataformas. La viralidad primaba sobre la verdad y la
realidad terminaba por esfumarse en medio de una avalancha industrial de fake
news, deyecciones y presentismo. El salto cualitativo en la incomunicación y
desinformación de las redes dejaba atrás el carácter frívolo y baladí del
comienzo y conformaba una temible arma para la dominación, la primera de
alcance global. Las redes, refugio de una juventud superalienada, fomentaban el
caos, el medio idóneo de los depredadores político-mediáticos. Y precisamente,
junto con el miedo, el caos es hoy, en la fase última del capitalismo, el
elemento imprescindible del nuevo estilo de gobierno.
DLS- Nos conocimos personalmente en el contexto de las movilizaciones del
15-M —¡hace ya quince años!—. De tus respuestas se pueden derivar claves para
el diagnóstico, pero me gustaría saber qué piensas al respecto y preguntarte
directamente: ¿Qué falló entonces? Creo que fuimos muchos los que, en ciertos
momentos, pensamos que el desbordamiento del orden era posible, y sin embargo
no se produjo…
MA- Aquello no fue una movida importante, aunque sí sintomática, coetánea y
digna de twitter y facebook. Tras la crisis económica de 2008 se produjo en los
retoños de las clases medias, privados de futuro, un aparente despertar que por
un instante pudo ilusionar a quienes quisieron ver en aquellas acampadas
consentidas la realización de sus fantasías contestatarias. Sin embargo, a tal
“indignación” pronto se le vio el plumero. Por activa y por pasiva la juventud
indignada dejó claro que no permanecía en las plazas para cambiar el orden
político, sino para mejorarlo y ¡ay de quienes quisieran subvertirlo! Con la
excusa del pacifismo se despertaban vocaciones de policía; bajo una atmósfera
lúdico-festiva y un animoso agitar de manos se alentaba el espíritu delator.
Los tópicos ciudadanistas nutrían un lenguaje con el que se expresaba la
voluntad de colaborar con el sistema parlamentario por poco que este se
reformarse: “Democracia real ¡ya!”. Los indignados se sentían estafados por
políticos que no les representaban, ya que no procuraban su bienestar, el del
99%, y sí el de los banqueros, el 1% restante. No falló nada; en realidad, el
15-M triunfó, aunque la crisis política no se solucionase con rapidez. La
pérdida de credibilidad de los partidos habituales tuvo que conjurarse con la
creación de nuevos partidos –Podemos, Ciudadanos, Comunes...– que, a pesar de
sus iniciales proclamas regeneracionistas en sintonía con la indignación,
supieron apoltronarse a velocidad de vértigo, permitiendo una estabilización tranquila
del espectáculo social amparado por el Estado.
DLS- Cinco años antes ya habíamos colaborado en la edición de los textos de
la sección italiana de la Internacional Situacionista, tú poniendo el prólogo y
yo poniendo la traducción. Y volvimos a encontrarnos en 2018 en De la miseria
en el medio estudiantil, con el mismo reparto de papeles. Para terminar, me
gustaría preguntarte: ¿Qué queda del legado situacionista? ¿Sus análisis, sus
propuestas estratégicas, siguen todavía vigentes en nuestros días?
MA- La crítica situacionista fue la que mejor supo explicar su tiempo y la
que más coherentemente indicó la manera de superarlo. ¿Cuál es la parte no
vencida de su legado? No ciertamente la corrección hegeliana del marxismo, la
fórmula consejista o la fe ineluctable en el proletariado revolucionario. Sí,
en cambio, el método dialéctico, la teoría del espectáculo, la crítica del
urbanismo, la superación del arte, la práctica del escándalo y la apuesta por
la vida. El capitalismo ha colonizado la vida cotidiana de la gente, su abrazo
financiero abarca ya a todo el planeta, y en el momento actual se está
militarizando a marchas forzadas. Las masas asalariadas van a la deriva y el
deterioro mental de la población empieza a ser alarmante. Nunca antes una
sociedad alcanzó tal grado de psicosis, indignidad y predación. Hoy, cuando la
civilización se desmorona y no se vislumbra una revolución inminente por
ninguna parte, ni los análisis de las crisis, ni las estrategias
anticapitalistas pueden ser las mismas. Los puntos de ruptura son otros y los
actores son distintos. La repetición de las viejas tesis no nos llevaría muy
lejos, pero una revisitación transgresora de las teorías situacionistas nos
proporcionará elementos críticos que creativamente empleados nos ayudarán a
impulsar proyectos sediciosos.
“La anarquía es la victoria del espíritu humano sobre la
dominación brutal”
Errico Malatesta