giovedì 16 aprile 2026

Che cos'è l'anarchismo? Intervista a Miguel Amorós

 





 

Intervista a Miguel Amorós di Diego Luis Sanromán per ROJO Y NEGRO

 

Miguel Amorós (Alcoy, 1949) è autore di un'ampia opera come teorico e storico dell'anarchismo. Negli anni '70, ha fatto parte di diversi gruppi acratici di corta durata, come Bandera Negra, Tierra Libre, Barricada, Los Incontrolados (Gli Incontrollati) e Trabajadores por la Autonomía Proletaria y la Revolución Social (Lavoratori per l'Autonomia Proletaria e la Rivoluzione Sociale). Poi, tra il 1984 e il 1992, ha fatto parte della redazione di "L’Encyclopédie des Nuisances" (L'Enciclopedia delle nocività), promossa, tra gli altri, dal suo amico Jaime Semprún. Questa pubblicazione ha proseguito criticamente la linea aperta dall'Internazionale Situazionista fino alla partecipazione dello stesso Guy Debord. Qualche mese fa, la casa editrice La Rosa Negra, con sede a Vallecas, ha pubblicato il suo ultimo libro, un breve volume dal titolo semplice "Che cos'è l'anarchismo?". Nell'intervista che segue, parliamo di questo libro, ma non solo.

 

DLS – Che cos'è l'anarchismo? Anarchismo individualista, collettivista, comunista, anarco-sindacalismo, post-anarchismo, e anche anarchismo di destra, anarco-capitalismo o nazional-anarchismo... Non è forse un'impresa impossibile definire ciò che, per definizione, appare indefinibile: un insieme di tendenze disparate e, in alcuni casi, apertamente contraddittorie, che sembrano non avere nulla in comune se non ciò che negano?

 

MA - Attualmente, in piena crisi dello stato di cose tipico della globalizzazione capitalista e immersi in un processo di distorsione ideologica, possiamo, però, considerare l'anarchismo come l'insieme di insegnamenti e compiti che perseguono l'instaurazione dell'anarchia, un sistema sociopolitico che prescinde dello Stato e di ogni forma di autorità. Tuttavia, con la parola anarchismo, come con tutti gli "ismi", il vero significato dipende da chi la pronuncia. Questa particolare polisemia serve all'ordine costituito, le cui consegne e messaggi sono diffusi attraverso una proficua colonizzazione del linguaggio. L'uso unilaterale delle parole da parte dei leader – ovvero la loro appropriazione da parte del potere – mira alla disinformazione, fondamento stesso del dominio. Spetta ai nemici dello status quo classista usare queste parole contro di esso, infonderle di nuovi contenuti sovversivi, reinventarle, ridefinirle. Si tratta di un compito al contempo positivo e negativo, ovvero dialettico. Il situazionista Khayati affermava sulla rivista "I.S." che "una definizione è sempre aperta, mai definitiva; le nostre sono storicamente valide, per un dato periodo legato a una prassi storica". Qualsiasi definizione contemporanea dell’anarchismo deve tenerne conto.

 

DLS – «L'anarchismo non conta più molto», dici. «Le prospettive non sono promettenti». Pensi, tuttavia, che esista ancora un luogo in cui si possa riconoscere anche solo una scintilla di quest'impulso emancipatore che ha acceso le rivolte del passato?

 

MA – Diciamo che, oggigiorno, nella maggior parte dei paesi, l'anarchismo è un movimento sociale insignificante, senza un'influenza rilevante tra i lavoratori salariati, incapace di modificare minimamente il sistema o di influenzare la mentalità di chi ne soffre. Tuttavia, in alcuni «popoli senza storia», ovvero in società rimaste più o meno ai margini del capitalismo, dei legami comunitari e dei sistemi di auto-organizzazione sono persistiti, abbastanza forti da resistere allo Stato e governarsi autonomamente. Tale ha potuto essere il caso di popolazioni contadine indigene in paesi come Cile, Ecuador, Bolivia o Messico, o degli abitanti degli altipiani del Sud-est asiatico, come i Karen, i Hmong e i Lahu. Siamo di fronte a società che si ribellano contro un presente desolante con caratteristiche inequivocabilmente anarchiche, cui si aggiunge la più moderna società municipalista curda. Nel mondo occidentale, le scintille libertarie sono appena visibili nelle lotte contro lo sviluppo, nella difesa del territorio e nelle mobilitazioni spontanee come quella dei Gilet Jaunes, ma senza un legame spirituale con le rivolte esemplari del passato.

 

DLS - Nel libro, rilevi che l'unico modo per superare la confusione degli anarchismi postmoderni, o delle interpretazioni dell'anarchismo come una tendenza trans-storica inerente all'essere umano, è la riattivazione della coscienza storica. È questa coscienza, ad esempio, che ci permette di discernere il ruolo decisivo svolto dal movimento operaio nella genesi delle idee anarchiche. Tu evidenzi, credo, due tappe fondamentali: la fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT) e il ruolo di Bakunin come teorico dell'anarchismo rivoluzionario, da un lato, e la Rivoluzione spagnola del 1936, dall'altro. In entrambi i casi, sembrerebbe che la sconfitta abbia portato con sé il declino e la frammentazione del movimento, e la sostituzione della teoria rivoluzionaria con un'ideologia quasi completamente distaccata dalla pratica. Potresti approfondire quest’aspetto?

 

MA - Vorrei rilevare alcune altre tappe fondamentali ricche di insegnamenti: il movimento magonista messicano, l'insurrezione machnovista in Ucraina e la rivoluzione asturiana del 1934. Le sconfitte, infatti, comportano battute d'arresto disastrose per la coscienza, poiché, con la perdita della capacità di reagire al dominio, il pensiero critico scompare e al suo posto subentra l'ideologia, prodotto dottrinale della coscienza alienata, cristallizzazione di una visione falsa e manichea della realtà. La verità di questo mondo si perde in una nebulosa d’idee astratte con cui i vinti cercano di giustificare il loro ruolo post-festum e le loro rinunce. In un contesto di declino del movimento operaio, di amnesia, di evaporazione delle prospettive rivoluzionarie e di imborghesimento, l'ideologia scende di un altro gradino nella degradazione e tende a seguire i dettami delle mode giovanili. Così, nel campo autoproclamato come anarchico, si assiste alla sfilata successiva di formule miracolose mesocratiche come il reddito di base, la decrescita, lo specismo, il woke, il processo di autonomia catalana o la pagliacciata nazionalista di "rivolte della terra".

 

DLS: Nel secondo testo incluso nel libro, analizzi la situazione attuale, segnata dalla paralisi – o dalla vera e propria scomparsa – del movimento operaio, dalla disgregazione dei grandi ideali della modernità e dall'ascesa delle classi medie salariate. Inizi affermando: "la parola 'rivoluzione' è scomparsa dal vocabolario degli oppressi e degli sfruttati", e più avanti sottolinei: "[senza democrazia diretta] non c'è rivoluzione". Potresti approfondire quest'ultima idea?

 

MA: I cambiamenti sociali dal basso sono molto difficili, poiché delle masse atomizzate, indebitate e intrappolate nel consumismo, non sono inclini a sostenerlo. Solo quando precarietà, minaccia di esclusione, pignoramento o sfratto incombono su di loro – quando non hanno più nulla da perdere – sono costrette a mobilitarsi e a mettere in discussione la propria proletarizzazione. La crescente capacità repressiva del sistema cesserà allora di essere percepita come un ostacolo insormontabile. Quanto più a lungo dura il conflitto, tanto più è probabile che abbandonino lo spirito borghese e adottino una visione più realistica del superamento delle loro condizioni di vita, ovvero una visione antistatale e anticapitalista. La democrazia diretta è il sistema che meglio risponde al funzionamento autonomo della popolazione ribelle e quello che meglio può svilupparne il potenziale rivoluzionario. Le strutture assembleari assolvono le dinamiche di auto-organizzazione dei movimenti di massa. Il pericolo risiede nella perdita di autonomia dovuta all'azione dei partiti politici che perseguono una deriva istituzionale burocratica, nel qual caso le uniche misure possibili sono l'espulsione dei rappresentanti che agiscono in modo indipendente o lo scioglimento del partito stesso.

 

DLS - Il terzo testo incluso nel libro è dedicato all'analisi delle probabili cause dell'ascesa dell'estrema destra, "il fenomeno più eclatante dei nostri tempi recenti", come affermi all'inizio. Leggendoti mi è venuto in mente qualcosa che il Comitato Invisibile diceva nelle prime righe dell’opuscolo Adesso: "Tutte le ragioni per fare la rivoluzione ci sono. Tuttavia, non sono le ragioni che fanno le rivoluzioni; sono i corpi. E i corpi sono davanti agli schermi". Denunci anche i social media come "fattore decisivo" nell'ascesa dell'estrema destra. "I social media", dici, "hanno svolto lo stesso ruolo che la radio ha avuto un tempo nell'ascesa del partito nazista". Per un certo periodo, e fino a non molto tempo fa, alcuni hanno nutrito l'illusione che il World Wide Web potesse rendere reale la democrazia diretta nelle società complesse e densamente popolate. Che cosa rimane di questa illusione, se qualcosa resta? Questioni ecologiche a parte, pensi che internet sia necessariamente uno strumento di controllo?

 

MA – Qualsiasi coincidenza io possa avere con il Comitato Invisibile, forma avanguardista postmoderna del radicalismo infantile, è puramente casuale. Qui abbiamo un prodotto ideologico da scuola elementare, montato con materiali eterogenei, che spaziano dal situazionismo al foucaultismo, presentato con abilità. Qualche tempo fa, Jacques Ellul rispose al cliché secondo cui "la macchina è neutrale; il modo in cui la usiamo dipende da noi", sostenendo che non si trattava di un oggetto isolato, bensì di un sistema meccanico completo che non avevamo scelto e che non potevamo controllare; al contrario, il nostro comportamento e la nostra vita erano determinati da lui. Eravamo liberi di accettarlo, ma non di rifiutarlo. Quando è apparso Internet, la mia prima preoccupazione non è stata la perdita di posti di lavoro tipica del progresso capitalista, ma la virtualizzazione delle relazioni sociali. Ovvero lo spostamento della comunicazione e del dibattito al di fuori del mondo reale, in uno spazio immaginario, banalizzante e facilmente controllabile, dove chiunque poteva agire da estremista senza alzarsi dalla sedia. Non mancarono gli informatici progressisti che prendevano in considerazione le possibilità ecologiche, democratiche e liberatorie di una simile incarnazione della megamacchina di cui parlava Mumford. Con il progredire del processo, l'informatizzazione del mondo si è rivelata una fonte inesauribile di problemi. Con l'avvento dei social media, il dibattito è degenerato in una lotta senza quartiere, dove tutto era permesso e le uniche regole erano quelle dettate dagli algoritmi delle piattaforme. La viralità ha prevalso sulla verità e la realtà ha finito per svanire in una valanga industriale di fake news, scemenze e presentismo. Il salto qualitativo nella pseudo comunicazione e nella disinformazione dei social media ha superato la natura frivola e banale dei suoi inizi, trasformandosi in una temibile arma di dominio, la prima con una portata globale. I social media, rifugio di una gioventù iperalienata, hanno fomentato il caos, ambito ideale per i predatori politico-mediatici. E appunto, insieme alla paura, il caos è oggi, nella fase finale del capitalismo, l'elemento imprescindibile del nuovo stile di governo.

 

DLS - Ci siamo incontrati personalmente nel contesto del movimento 15M, quindici anni fa ormai! Le tue risposte offrono spunti per comprendere la situazione, ma vorrei conoscere quel che pensi in proposito e chiederti direttamente: che cosa è andato storto allora? Credo che molti di noi, in certi momenti, abbiano creduto che il crollo dell'ordine costituito fosse possibile, eppure non accadde...

 

MA - Non fu un movimento di grande portata, sebbene sintomatico, contemporaneo e degno di Twitter e Facebook. In seguito alla crisi economica del 2008, i figli della classe media, privati di futuro, hanno vissuto un apparente risveglio che, per un momento, ha potuto illudere chi vedeva in quegli accampamenti autorizzati la realizzazione delle proprie fantasie contestatarie. Tuttavia, questa "indignazione" rivelò presto il suo vero volto. La gioventù indignata ha mostrato, attivamente e passivamente che non scendeva in piazza per cambiare l'ordine politico, ma per migliorarlo, e guai a chiunque osasse sovvertirlo! Con la scusa del pacifismo, si risvegliarono aspirazioni poliziesche; in un'atmosfera ludica e un festoso agitar di mani, s’incoraggiava lo spirito delatore. I temi cittadinisti alimentavano un linguaggio con cui si esprimeva la volontà di collaborare con il sistema parlamentare, a patto che accettasse piccole riforme: "Vera democrazia, ora!". Gli indignati si sentivano traditi da politici che non li rappresentavano, poiché non si curavano del loro benessere – quello del 99% – ma piuttosto di quello dei banchieri, l’un per cento restante. Non mancò niente; in realtà, il movimento 15M trionfò, sebbene la crisi politica non si risolvesse rapidamente. La perdita di credibilità dei partiti tradizionali si congiunse con la creazione di nuovi partiti – Podemos, Ciudadanos, Comunes... – che, nonostante le iniziali dichiarazioni rigeneratrici in sintonia con l'indignazione, seppero insediarsi a velocità vertiginosa, consentendo una tranquilla stabilizzazione dello spettacolo sociale protetto dallo Stato.

 

DLS: Cinque anni prima, avevamo già collaborato alla pubblicazione dei testi della sezione italiana dell'Internazionale Situazionista, tu scrivendo il prologo e io la traduzione. Ci siamo poi ritrovati nel 2018 per “Dalla miseria nell'ambiente studentesco”, con la stessa divisione dei ruoli. Per finire, vorrei chiederti: che cosa rimane dell'eredità situazionista? Le sue analisi e le sue proposte strategiche sono ancora valide oggi?

 

MA: La critica situazionista è stata quella che ha capito meglio il suo tempo e ha indicato con maggiore coerenza come superarlo. Qual è la parte non sconfitta della sua eredità? Certamente non la correzione hegeliana del marxismo, la formula del comunismo consiliare o l'incrollabile fede nel proletariato rivoluzionario. Piuttosto, è il metodo dialettico, la teoria dello spettacolo, la critica dell'urbanistica, il superamento dell'arte, la pratica dello scandalo e l'impegno per la vita. Il capitalismo ha colonizzato la vita quotidiana delle persone; Il suo potere finanziario ormai abbraccia l'intero pianeta, e la sua militarizzazione procede a marce forzate. Le masse salariate sono alla deriva e il deterioramento mentale della popolazione sta diventando preoccupante. Mai prima d'ora una società ha raggiunto un tale livello di psicosi, indegnità e predazione. Oggi, mentre la civiltà si sgretola e non s’intravede alcuna rivoluzione imminente, né le analisi delle crisi né le strategie anticapitaliste possono essere le stesse. I punti di rottura sono diversi e gli attori sono diversi. Ripetere vecchie tesi non ci porterà molto lontano, ma una rivisitazione trasgressiva delle teorie situazioniste ci fornirà elementi critici che, impiegati in modo creativo, ci aiuteranno a promuovere progetti sovversivi.

“L’anarchia è la vittoria dello spirito umano

sulla brutale dominazione.” Errico Malatesta


¿Qué es el anarquismo?

 

Una entrevista con Miguel Amorós de Diego Luis Sanromán 

 

Miguel Amorós (Alcoy, 1949) es autor de una extensa obra como teórico e historiador del anarquismo. En la década de los setenta formó parte de distintos grupos ácratas de existencia efímera como Los Incontrolados o los Trabajadores por la Autonomía Proletaria y la Revolución Social y, entre 1984 y 1992, de la redacción de "La Encyclopédie des Nuisances", impulsada entre otros por su amigo Jaime Semprún, una publicación que continuaba de forma crítica la línea abierta por la Internacional Situacionista y en la que llegaría a participar el propio Guy Debord. Hace unos meses, la editorial vallecana La Rosa Negra publicaba su último libro, un breve volumen titulado sencillamente "¿Qué es el anarquismo?". De él, aunque no exclusivamente, hablamos en la siguiente entrevista.

 

DLS- ¿Qué es el anarquismo? Anarquismo individualista, colectivista, comunista, anarcosindicalismo, posanarquismo e incluso anarquismo de derechas, anarco-capitalismo o nacional-anarquismo… ¿ No es un empeño imposible definir lo que parece, por definición, indefinible: un conjunto de tendencias dispares y, en algunos casos, abiertamente contradictorias, que parecen no tener en común entre sí más que aquello que niegan?

 

MA- Actualmente, en plena crisis del estado de cosas característico de la globalización capitalista e inmersos en un proceso de distorsión ideológica, todavía podemos considerar anarquismo el conjunto de enseñanzas y tareas que persiguen la implantación de la anarquía, un sistema sociopolítico que prescinde del Estado y de toda clase de autoridad. Sin embargo, con la palabra anarquismo ocurre como con todos los “ismos”: que su significado real depende de quién la pronuncie. Esta particular polisemia sirve al orden establecido, cuyas consignas y mensajes se divulgan mediante una provechosa colonización del lenguaje. El empleo unilateral de las palabras por parte de los dirigentes, o sea, su recuperación por el poder, tiene por objetivo la incomunicación, la base fundamental del dominio. Corresponde a los enemigos del statu quo clasista usarlas en su contra, dotarlas de nuevo contenido subversivo, reinventarlas, redefinirlas. Trabajo a la vez positivo y negativo, es decir, dialéctico. El situacionista Khayati dijo en la revista “I.S.” que “una definición es algo siempre abierto, jamás definitivo; las nuestras son válidas históricamente, durante un periodo dado ligado a una praxis histórica”. Cualquier determinación contemporánea del anarquismo ha de contar con eso.

 

DLS- “El anarquismo ya no es gran cosa” –dices–. “El panorama no es halagüeño”. ¿Crees, no obstante, que hay algún lugar en el que aún pueda reconocerse siquiera un chispazo de ese impulso emancipador que encendió las revueltas del pasado?

 

MA- Digamos que, hoy en día, en la mayoría de países, el anarquismo es un movimiento social insignificante, sin influencia sensible entre los asalariados, incapaz de alterar mínimamente el sistema y de incidir en la mentalidad de quienes lo padecen. No obstante, en algunos “pueblos sin historia”, es decir, en sociedades que se han mantenido más o menos al margen del capitalismo, han persistido lazos comunitarios y modos autoorganizativos lo suficientemente sólidos como para resistir al Estado y administrarse por su cuenta. Tal podía ser el caso de pueblos campesinos indígenas de países como Chile, Ecuador, Bolivia o México, o el de los habitantes de las tierras altas del sudeste asiático como los karen, hmong y lahu. Estamos ante sociedades que se revuelven contra el desolador presente con rasgos inequívocamente anarquistas, a las que añadiríamos la más moderna sociedad kurda municipalista. En el mundo occidental apenas saltan chispazos libertarios en las luchas antidesarrollistas, en la defensa del territorio y en movilizaciones espontáneas como la de los chalecos amarillos, pero sin conexión espiritual con las revueltas ejemplares del pasado.

 

DLS- En el libro señalas que el único modo de superar la confusión de los anarquismos posmodernos, o de las lecturas del anarquismo como una tendencia transhistórica y connatural al ser humano, es la reactivación de la conciencia histórica. Es ella, por ejemplo, la que nos permite discernir el papel decisivo que el movimiento obrero desempeñó en la génesis de las ideas anarquistas. Destacas, creo, dos hitos: la fundación de la AIT y la función de Bakunin como teórico del anarquismo revolucionario, por un lado, y la Revolución Española de 1936, por otro. En ambos casos, se diría que la derrota trajo consigo el declive y la fragmentación del movimiento, así como la sustitución de la teoría revolucionaria por una ideología casi completamente separada de la práctica. ¿No sé si nos podrías contar algo más al respecto?

 

MA- Destacaría unos cuantos hitos más ricos en enseñanzas: el movimiento magonista mexicano, la insurrección makhnovista en Ucrania y la revolución asturiana de 1934. En verdad las derrotas comportan retrocesos que resultan desastrosos para la conciencia, puesto que, al perderse la capacidad de respuesta a la dominación, desaparece el pensamiento crítico y su lugar queda ocupado por la ideología, el producto doctrinal propio de la conciencia alienada, la cristalización de una visión falsa y maniquea de la realidad. La verdad de este mundo queda sumergida en una nebulosa de ideas abstractas con las que los vencidos tratan de justificar su papel post festum y sus renuncias. En un contexto de decadencia del movimiento obrero, desmemoria, evaporación de las perspectivas revolucionarias y aburguesamiento, la ideología desciende un peldaño más en la degradación y tiende a seguir las indicaciones de las modas juveniles. Así contemplamos en el campo autodenominado anarquista el desfile sucesivo de fórmulas milagreras mesocráticas como la renta básica, el decrecimiento, el especifismo, lo woke, el procès o la payasada nacionalista de “revoltes de la terra”.

 

DLS- En el segundo texto incluido en el libro, realizas un análisis de la situación actual, marcada por la parálisis —o la desaparición sin más— del movimiento obrero, la desintegración de las grandes  ideas de la modernidad y el ascenso de las clases medias asalariadas. Comienzas afirmando: “la palabra «revolución» ha desaparecido del vocabulario de los oprimidos y explotados”, y más adelante señalas: “[sin democracia directa] no hay revolución”. ¿Podrías desarrollar un poco más esta última idea?

 

MA- Los cambios sociales desde abajo son muy difíciles, pues unas masas atomizadas, endeudadas y enclaustradas en el consumo no se sienten inclinadas a favorecerlos. Solamente en los momentos en los que pende sobre ellas la precariedad, la amenaza de exclusión, el embargo o el desahucio, en los momentos en que no tienen nada que perder, se ven obligadas a moverse y cuestionar su proletarización. La creciente capacidad represora del sistema dejará entonces de verse como un obstáculo insalvable. Cuanto más prolongado sea el conflicto, más probable será que abandonen el espíritu de clase media y adopten una visión más realista de la superación de sus condiciones de vida, es decir, antiestatal y anticapitalista. La democracia directa es el sistema que mejor responde al funcionamiento autónomo de la población rebelde y el que mejor puede desarrollar sus potencialidades revolucionarias. Las estructuras asamblearias cumplen con la dinámica de autoorganización de los movimientos de masas. El peligro reside en la pérdida de autonomía por la acción de los partidos políticos que persiguen una deriva institucional burocrática, ante lo cual no caben otras medidas que la expulsión de los representantes que actúen por su cuenta o la autodisolución.

 

DLS- El tercer texto incluido en el libro está dedicado al análisis de las causas probables del auge de la extrema derecha, “el fenómeno más llamativo de nuestra época reciente”, como afirmas al comienzo. Leyéndote me acordaba de algo que decía el Comité Invisible en las primeras líneas de su panfleto Ahora: “Todas las razones para hacer la revolución están ahí. Pero no son las razones las que hacen las revoluciones; son los cuerpos. Y los cuerpos están delante de las pantallas”. Tú también apuntas a las redes sociales como el “factor definitivo” en el auge de la extrema derecha. “Las redes –te cito– han desempeñado el mismo papel que jugó antaño la radio en el advenimiento del partido nazi”. Durante algún t tiempo, y hasta hace no mucho, algunos albergaron la ilusión de que la WWW podía hacer realidad la democracia directa en las sociedades complejas y densamente pobladas. ¿Qué queda de esto, si algo queda? Cuestiones de orden ecológico al margen, ¿te parece que Internet es necesariamente una herramienta de control?

 

MA- Cualquier coincidencia mía con el Comité Invisible, forma vanguardista posmoderna del radicalismo infantil, es obra del azar. Aquí tenemos un producto ideológico de escuela primaria hecho con materiales diversos, desde el situacionismo al foucaultismo, hábilmente presentado. Hace ya un tiempo, Jacques Ellul respondía al tópico de “la máquina es neutra, el uso que le demos depende de nosotros”, con el argumento de que no se trataba de un objeto aislado sino de un completo sistema mecánico que no habíamos elegido y no podíamos dominar; bien al contrario, nuestra conducta y nuestra vida queda ba determinada por él. Teníamos libertad para aceptarlo, pero no para rechazarlo. Cuando apareció Internet, lo primero que me preocupó no fue la supresión de puestos de trabajo típica del avance capitalista, sino la virtualización de las relaciones sociales. El desplazamiento de la comunicación y el debate a un espacio imaginario, o sea, fuera del mundo real, banalizante y fácilmente controlable, donde cualquiera podía ejercer de extremista sin moverse de la silla. No faltaron informáticos progresistas que ponderaran las posibilidades ecológicas, democráticas y liberadoras de tal encarnación de la megamáquina de la que hablaba Mumford. A medida que avanzaba, la informatización del mundo terminó revelándose como una fuente inagotable de problemas. Con el advenimiento de las redes sociales, el debate se convertía en pelea de gallos, donde todo estaba permitido y las únicas reglas eran las fijadas por los algoritmos de las plataformas. La viralidad primaba sobre la verdad y la realidad terminaba por esfumarse en medio de una avalancha industrial de fake news, deyecciones y presentismo. El salto cualitativo en la incomunicación y desinformación de las redes dejaba atrás el carácter frívolo y baladí del comienzo y conformaba una temible arma para la dominación, la primera de alcance global. Las redes, refugio de una juventud superalienada, fomentaban el caos, el medio idóneo de los depredadores político-mediáticos. Y precisamente, junto con el miedo, el caos es hoy, en la fase última del capitalismo, el elemento imprescindible del nuevo estilo de gobierno.

 

DLS- Nos conocimos personalmente en el contexto de las movilizaciones del 15-M —¡hace ya quince años!—. De tus respuestas se pueden derivar claves para el diagnóstico, pero me gustaría saber qué piensas al respecto y preguntarte directamente: ¿Qué falló entonces? Creo que fuimos muchos los que, en ciertos momentos, pensamos que el desbordamiento del orden era posible, y sin embargo no se produjo…

 

MA- Aquello no fue una movida importante, aunque sí sintomática, coetánea y digna de twitter y facebook. Tras la crisis económica de 2008 se produjo en los retoños de las clases medias, privados de futuro, un aparente despertar que por un instante pudo ilusionar a quienes quisieron ver en aquellas acampadas consentidas la realización de sus fantasías contestatarias. Sin embargo, a tal “indignación” pronto se le vio el plumero. Por activa y por pasiva la juventud indignada dejó claro que no permanecía en las plazas para cambiar el orden político, sino para mejorarlo y ¡ay de quienes quisieran subvertirlo! Con la excusa del pacifismo se despertaban vocaciones de policía; bajo una atmósfera lúdico-festiva y un animoso agitar de manos se alentaba el espíritu delator. Los tópicos ciudadanistas nutrían un lenguaje con el que se expresaba la voluntad de colaborar con el sistema parlamentario por poco que este se reformarse: “Democracia real ¡ya!”. Los indignados se sentían estafados por políticos que no les representaban, ya que no procuraban su bienestar, el del 99%, y sí el de los banqueros, el 1% restante. No falló nada; en realidad, el 15-M triunfó, aunque la crisis política no se solucionase con rapidez. La pérdida de credibilidad de los partidos habituales tuvo que conjurarse con la creación de nuevos partidos –Podemos, Ciudadanos, Comunes...– que, a pesar de sus iniciales proclamas regeneracionistas en sintonía con la indignación, supieron apoltronarse a velocidad de vértigo, permitiendo una estabilización tranquila del espectáculo social amparado por el Estado.

 

DLS- Cinco años antes ya habíamos colaborado en la edición de los textos de la sección italiana de la Internacional Situacionista, tú poniendo el prólogo y yo poniendo la traducción. Y volvimos a encontrarnos en 2018 en De la miseria en el medio estudiantil, con el mismo reparto de papeles. Para terminar, me gustaría preguntarte: ¿Qué queda del legado situacionista? ¿Sus análisis, sus propuestas estratégicas, siguen todavía vigentes en nuestros días?

 

MA- La crítica situacionista fue la que mejor supo explicar su tiempo y la que más coherentemente indicó la manera de superarlo. ¿Cuál es la parte no vencida de su legado? No ciertamente la corrección hegeliana del marxismo, la fórmula consejista o la fe ineluctable en el proletariado revolucionario. Sí, en cambio, el método dialéctico, la teoría del espectáculo, la crítica del urbanismo, la superación del arte, la práctica del escándalo y la apuesta por la vida. El capitalismo ha colonizado la vida cotidiana de la gente, su abrazo financiero abarca ya a todo el planeta, y en el momento actual se está militarizando a marchas forzadas. Las masas asalariadas van a la deriva y el deterioro mental de la población empieza a ser alarmante. Nunca antes una sociedad alcanzó tal grado de psicosis, indignidad y predación. Hoy, cuando la civilización se desmorona y no se vislumbra una revolución inminente por ninguna parte, ni los análisis de las crisis, ni las estrategias anticapitalistas pueden ser las mismas. Los puntos de ruptura son otros y los actores son distintos. La repetición de las viejas tesis no nos llevaría muy lejos, pero una revisitación transgresora de las teorías situacionistas nos proporcionará elementos críticos que creativamente empleados nos ayudarán a impulsar proyectos sediciosos.

 

  

 “La anarquía es la victoria del espíritu humano sobre la dominación brutal”

Errico Malatesta