venerdì 7 settembre 2012

IL DESIDERIO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE




IL DESIDERIO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE

“Disgrazia a chi non ha più nulla da desiderare.”

J. J. Rousseau, Giulia o la nuova Eloisa, 1761.

La felicità è un’idea nuova in Europa.
Saint-Just, 15 ventoso dell’anno II (3 marzo 1794).

“Prendo i miei desideri per la realtà perché credo nella realtà dei miei desideri.”
Graffiti alla base della scala rococò del grande anfiteatro della Sorbona, maggio 1968.

Poiché le passioni sono state sottomesse per secoli alla redditività e al potere, la natura apparente dei desideri ha subito una trasformazione che rende difficile avvicinarsi allo stesso concetto di “desiderio” senza aver prima ripulito il terreno della riflessione da una serie terribile di falsificazioni e di alterazioni di senso poco raccomandabili.
Cominciamo con il ristabilire le connessioni coerenti tra due slogan del ’68 che gli spiriti contorti e fobici, carichi di odio nei confronti della rivoluzione culturale del “bel maggio”, oppongono con cieco accanimento: “Godiamo senza ostacoli” e “Consumate di più, vivrete di meno”.
Ricordiamoci semplicemente che il godimento non può cominciare che dalla coscienza radicale dei desideri naturali, i quali non possono essere manipolati e trafficati dalla società dei consumi senza tornare a noi come mostri vampireschi e osceni.
Quasi mezzo secolo dopo l’eclatante sconfitta vittoriosa del maggio ’68 (sconfitta perché il vecchio mondo è sempre lì, più nichilista che mai; vittoriosa, tuttavia, perché la stessa natura suggerisce ormai l’opzione di uno sciopero generale antiproduttivista), l’emancipazione attraverso il godimento della vita è la sola risposta radicale a una sopravvivenza miserabile e alla volgarità stupida e frustrante del consumismo.
Allora, mentre una frattura rivoluzionaria si era subitamente operata nelle coscienze, la critica dello sfruttamento e dell’alienazione attraverso il lavoro era diventata un’evidenza; in seguito, una pedagogia intensiva si è incaricata per decenni di restaurare la servitù volontaria.

In un mondo finito, una crescita infinita è visibilmente una follia integralista, assurda e nichilista, nel momento in cui le nocività dell’industrializzazione svelano crudelmente l’obsolescenza crescente dell’uomo nella corruzione della biosfera.
Prima ancora che la rivolta di maggio si spegnesse, la natura lanciava già dei temibili segnali schiaccianti di responsabilità per il capitalismo e per la sua civiltà produttivistica. Invano.
Mentre la centralità operaia si sgretolava definitivamente sulle barricate della vita quotidiana, una nuova coscienza di classe cominciava allora il suo periglioso cammino presso i soggetti smarriti di un proletariato in preda alla confusione ideologica e al recupero consumistico.
L’insurrezione in sospeso è stata rapidamente sviata dai mercenari del capitalismo e dai suoi oppositori spettacolari (leninisti, trotzkisti, maoisti e altri gauchisti autoritari e fascisti rossi); poi, colmo dei colmi, è lo stesso capitalismo che s’è visto obbligato ad abolire di sua volontà quel lavoro salariato che aveva tanto sacralizzato nel paradiso democratico del preteso mondo libero. La logica finanziaria che rode come una crisi economica strutturale, lo spinge, infatti, a delocalizzare la sfera produttiva là dove il costo del lavoro resta insignificante (Cina, India, e altri paesi definiti emergenti dall’ironia involontaria del dominio), rendendo la sacralizzazione del lavoro visibilmente ridicola.
L’abolizione tendenziale del lavoro in assenza di qualunque difesa dei salari annuncia al capitalismo trionfante nel suo sfruttamento del tempo di lavoro astratto il suo scacco postumo di fronte al progetto concreto di emancipazione portato dagli eredi degli insorti di Maggio che, al contrario, avevano messo il lavoro in testa alla lista delle “cose” esecrabili da abolire.
Ora, se non è affatto il caso di tornare al passato, è arrivata l’ora di ritrovare nel presente lo slancio per una rivoluzione culturale più urgente che mai. Riprendiamo, dunque, il filo di Arianna di una coscienza radicale perduta nelle curve ideologiche di un consumismo che ha ridotto l’umanità al clone mostruoso dell’homo œconomicus.

In qualunque cultura gli uomini liberi amano sempre giocare con l’appetito affinandolo per poi soddisfarlo fraternamente prima che si deteriori tragicamente in bisogno.
Tutta la storia dell’umanità danza intorno alla festa e all’abbondanza sbirciata con la paura della penuria e del lutto che quest’ultima comporta.
Cionondimeno, a partire dalla preistoria, è inequivocabile che le carestie, le carenze e le catastrofi umanitarie sono state prodotte da una cattiva gestione della società umana gerarchizzata e organizzata attorno allo sfruttamento produttivistico e al conflitto da questi generato, ben più che da catastrofi naturali ineluttabili e impreviste.
Si può affermare che “le affettività” (il piacere e il dolore, la gioia e la tristezza) risalgono fino all’animalità. L’uomo vi aggiunge la consapevolezza, cioè la volontà lungimirante di coglierle o evitarle. Così sgorga spontaneamente il desiderio, impaziente di essere soddisfatto in modo creativo e giocoso.
Abbiamo pur inventato, nella notte dei tempi, con rituali diversi - sacri o profani ma omogenei nella loro comune ricerca di godimento - una convivialità fondatrice della comunità umana.
Essa è sopravvissuta fino a noi - individui in perpetua promiscuità ma afflitti dalla solitudine e manipolati dalla globalizzazione di una società artificiale - attraverso la festa moderna dell’aperitivo, cerimonia che incarna dappertutto, spontaneamente, la complicità onnipresente verso una felicità condivisa.
Civiltà del lavoro contro civiltà della festa.


L’uomo è mortale, certo, ma anche e soprattutto - per il tempo di un’esistenza - un amante della bella vita che la civiltà del lavoro ha spesso ristretto a un uomo economizzato, ridotto a calcolare la sua speranza di vita ma incapace di vivere; assai ottuso, dunque, per cadere nella trappola del “mors tua vita mea”, esorcismo che include sempre un sacrificio umano più o meno dissimulato.
All’inizio della vita, il desiderio appare semplicemente come la coscienza attiva dei bisogni spontanei che si soddisfano naturalmente. Si respira e lo si riconosce piacevolmente come un fatto che diventa improvvisamente un tragico bisogno solo se ci manca l’aria. Lo stesso vale per il cibo del corpo e dello spirito che da bisogno soddisfatto naturalmente può trasformarsi in una mancanza più o meno grave e reversibile ma assai poco sublimabile.
Il desiderio precede dunque, in natura, la forma miserabile del bisogno che deriva dalla mancanza. Esso abita naturalmente il corpo e lo spirito di ognuno in quanto coscienza istintiva della felicità comune possibile e l’aiuto reciproco è il comportamento spontaneo, intelligente e sensibile, dell’uomo orgastico, dell’uomo sano alla ricerca gioiosa e avventurosa di felicità.
Il viaggio di ogni esistenza individuale include nei suoi bagagli essenziali la pulsione di vita contro la morte, di piacere contro la sofferenza, della salute contro la malattia, del gioco contro la corvè.
Quando si dice “contro”, tuttavia, il più difficile è di restare dialettici, di continuare a tendere al superamento e di non lasciarsi intrappolare dalla scelta manichea del bene “contro” il male, vuoi da quella particolarmente barbara del vincitore “contro” il perdente.

E se noi sottolineiamo anche che Fagiana ha detto a Drit : “Tu mi conosci”, possiamo dedurne che la relazione di Drit con la fata è più profonda e più essenziale di quel che sembrava; Drit sarebbe dunque l’aspetto femminile di Fagiana, il ragazzo-foresta, che forse fa tutt’uno con la ragazza-foresta.”
Jacques Dournes, Forêt Femme Folie, una traversata dell’immaginario Jörai, Aubier-Montaigne, Paris 1978.

Ogni funzione vitale ha tendenza a rovesciarsi nel suo opposto ogni volta che è troppo contrariata. Essa ha orrore del vuoto statico e dell’attesa immobile poiché la vita è divenire e cambiamento incessante. In questo movimento, l’umano (omo ed etero uniti nella lotta) si muove in continua tensione verso la fusione dei generi e la totalità.

In effetti, l’uomo è sempre femminile e maschile, armonia mobile dei generi, io e l’altro in una dialettica senza fine, come il desiderio.
Per questo, del resto, l’uomo totale (femmina/maschio) è naturalmente un animale sociale, poiché l’“io” non esiste senza l’altro né senza il superamento della separazione tra il corpo e lo spirito di cui la religione si è impossessata da sempre (o quasi) per eternizzarla.
In questo senso, l’emancipazione della donna, tanto necessaria alla specie, passa per la sua capacità di riappropriarsi del termine “uomo” come inclusivo dei due generi umani piuttosto che per un’ossessiva femminizzazione simbolica delle parole o dei ruoli. Di una parità burocratica il femminile non sa che farsene. La sua liberazione passa piuttosto per il dono generoso di un po’ di femminilità al povero maschio…dominante ormai soltanto sulle rovine dell’orgasmo, dal momento che anche il sesso cosiddetto forte subisce la minaccia di castrazione che l’imperativo fallico del modo di produzione dominante evoca.
Come siamo arrivati a questo punto?

Il desiderio umano per eccellenza è quello del dono di sé, del dono orgastico che nell’unione con l’altro realizza la natura sociale dell’essere umano. Quest’impulsione fusionale si cerca nella complessità del movimento che tende contemporaneamente alla realizzazione e al superamento dell’animalità. Non c’è l’uno senza l’altra. Cioè, si supera l’animalità solo realizzandola e viceversa.
Ai suoi tempi, Fourier fece già uno sforzo enorme di riflessione e di sperimentazione per descrivere la gamma dei piaceri concepibili. Io mi limito qui a citare anche il desiderio di superamento, di andare avanti, il desiderio di conoscere legato al piacere di cercare e trovare che può scivolare fino all’ambiguo piacere estatico della trascendenza, laddove il desiderio di verità si traveste da desiderio spirituale, impalpabile e quindi facilmente carico di farneticazioni più o meno opportuniste.
Così, in un incessante mescolarsi di sensibile e d’irrazionale, penetriamo nel territorio immenso della perversione che può variare dal gioco orgastico piacevole e complice fino all’umiliazione autoritaria di un sadismo sfrenato.
Ora, come fosse un caso, i grandi desideri che animano gli esseri umani sono stati ricondotti all’ingrosso ai sette peccati capitali (l’accidia, l’orgoglio, la golosità, la lussuria, l’avarizia, la collera e l’invidia) identificati da Tommaso d’Aquino (grande maestro scolastico di una filosofia ridotta - soprattutto dai monoteismi - ad ancilla teologiae).
Scaricando su ogni desiderio un qualche senso di colpa, solo i bisogni hanno diritto di cittadinanza nella civiltà dello sfruttamento economico: desiderio di cibo (golosità), desiderio carnale (lussuria, concupiscenza), desiderio di ricchezza (cupidità, avarizia), desiderio di potere (ambizione, invidia), desiderio di onori (orgoglio).
Colpevolizzando la sorgente stessa della voglia di vivere nell’ottica della felicità, la religione - tutte le religioni, incluse le ideologie politiche che si vendono come laiche - ha assolto il compito di piegare un essere innamorato della libertà al ruolo di produttore di beni in una società gerarchica. Mescolando all’ingrosso dei desideri naturali con le loro conseguenze culturali, la religione è riuscita a gerarchizzare gli uomini colpevolizzandoli, anziché aiutarli a emanciparsi. Per giustificare l’alienazione necessaria al buon funzionamento della società produttivistica, il pensiero religioso si è occupato vantaggiosamente di tutte le forme di voglia di felicità per tramutarle in sacrifici.


La soddisfazione è il nome dato allo stato d’animo e/o del corpo che accompagna la realizzazione di un desiderio e va distinta dal semplice appagamento che non riguarda che il soddisfacimento di un bisogno. In questo senso, la soddisfazione costituisce un sentimento più che una semplice sensazione di sollievo, ma essa si oppone allo stato di frustrazione perché è anche dissipazione di dispiacere, di pena psicologica (la tensione del desiderio ridotto a bisogno s’accompagna di uno stato di dispiacere psicologico).
La soddisfazione si distingue dal semplice piacere in quanto quest’ultimo non definisce che una sensazione piacevole, edonistica: impressione fisica (piacere della carne), impressione culturale (piacere di vedere qualcosa di bello, di giudicare una teoria convincente), impressione sociale (piacere del calore umano, dell’amore), impressione psicologica (piacere di sentirsi ricco di potenza), impressione spirituale (piacere di considerare qualcosa che va oltre di noi).
Nella cultura sacrificale dominante, il più difficile è distinguere il desiderio dal bisogno (che rinvia alla carenza e a quanto è utile per colmarla) e dalla necessità (che può essere impersonale, vuoi logica). Per gli schiavi della civiltà del lavoro, il desiderio non è che uno sforzo di riduzione di una tensione derivata da un sentimento di carenza e, in tal senso, non si desidera che ciò di cui si crede mancare. Confuso con il bisogno, il desiderio è talvolta considerato positivamente poiché si considera l’oggetto desiderato come fonte di piacere o di appagamento, vuoi di felicità; talvolta, invece, è visto negativamente come una fonte di sofferenza, come una forma d’insoddisfazione permanente.
In effetti, il desiderio che assicura la soddisfazione non si riduce mai a un edonismo: è epicureo in quanto realizzazione di sé.
Da un punto di vista psicologico, il desiderio è una tendenza diventata cosciente di sé stessa che si accompagna della rappresentazione dello scopo da raggiungere e spesso di una volontà di mettere in atto dei modi per raggiungere lo scopo.
Confrontato con degli oggetti o degli obiettivi considerati una possibile fonte di soddisfazione, l’uomo vi tende naturalmente e il primitivismo animale meccanicista del maschio dominante della società patriarcale fa presto ad accaparrarsi il potere sacralizzando al contempo la divisione del lavoro e la gerarchia.
Così è nata la società produttivistica e con essa lo scadimento del desiderio, sottomesso al ricatto economico fino alla fase terminale del modo di produzione capitalistico, laddove la falsa coscienza stessa del desiderio è stata messa al lavoro sottoforma di pubblicità consumistica.



L’umanità non è una specie naturale. È una creazione, la sola opera d’arte capace di trasformare una scimmia impaurita in un essere umano inventore di felicità. La quale felicità, neppure lei esiste in natura, e soprattutto non come prodotto di una ricchezza che ha barattato l’essere con l’avere, riducendo la poesia del vivente a un’economia politica la cui redditività è la sola misura degli esseri ancor più che delle cose.
La realizzazione della felicità è talmente difficile e aleatoria perché non può essere che individuale e collettiva al contempo. Alla minima ricaduta nel pessimismo di una volontà depressa, spunta sempre qualche predatore opportunista, armato dello stupido ottimismo di un razionalismo morboso, per sacralizzare l’avere e umiliare l’essere in quanto fragile utopista senza dio né padrone.
Attraverso una sacralizzazione ossessiva del reale, il pensiero religioso (che sta al misticismo come la malattia alla febbre) lavora il corpo e lo spirito degli umani incompiuti trasformando il dubbio in credenza. Così sono apparsi gli improbabili dei del cielo, prima che l’armatura caratteriale rigida forgiata dall’alienazione passasse al servizio di una merce ben terrestre per mezzo di un materialismo volgare e ottuso.
La felicità mercantile si è allora sostituita alla vera felicità in una frustrazione generalizzata, ma il gioco di prestigio non era ancora finito e il peggio è arrivato sottoforma di una società dello spettacolo dove persino l’avere si è ridotto a una rappresentazione poiché se l’abbondanza è un presupposto di una società finalmente umana, è soprattutto questione di un’abbondanza dell’essere, ben più che dell’avere e del suo scadimento ultimo nell’apparire.
Mollati gli ormeggi che legavano ancora i beni al loro valore d’uso, il feticismo della merce inventò allora l’adorazione del denaro virtuale e la scimmia sapiens-sapiens in giacca e cravatta fu presto messa di fronte all’evidenza che non si può mangiare né bere una tale ricchezza miserabile e autoreferenziale.
Certo, nessuno può negare l’evidenza che in un mondo asfittico, abbandonato alle incertezze di una natura capricciosa (nel senso che essa non è affatto l’allevatrice premurosa delle specie che la abitano, ma reagisce sempre alla minima modificazione della sua fragile armonia), i beni materiali sono decisivi per la semplice sopravvivenza dell’animale umano e dell’animale in genere. Il che, tuttavia, non garantisce l’umanità dell’uomo ma soltanto - bene o male e chissà fino a quando - la sopravvivenza bruta di questo primate in perpetua mutazione incompiuta dalla bestia all’umano.

Il vero desiderio è irrecuperabile come la volontà di vivere. Non si accomoda di nessuna ideologia di destra, di sinistra o di altrove. Il suo martello dialettico ama spaccare i mattoni di ogni manicheismo. Il desiderio autentico è rivoluzionario perché è la prima radice dell’umano, la sua prima verità vissuta. Spinge l’individuo cosciente a rifiutare le voglie pubblicitarie che fanno del desiderio alienato il motore dello spettacolo. La sua passione di essere invita spontaneamente al disprezzo per il feticismo dell’avere.
Decompone, così, la falsa coscienza narcisista della politica spettacolare - tutte le ideologie, nessuna esclusa - opponendole l’esigenza di una coscienza di classe attiva perché mostra la frattura tra dominanti e dominati non attraverso un discorso o una morale, ma attraverso la pratica possibile del superamento gaudente delle condizioni di sopravvivenza imposte dal totalitarismo economicista.
Finalmente la questione sociale comincia a decifrarsi: da un lato i soddisfatti dell’insoddisfazione, poveri o ricchi, umanisti o barbari, reazionari o progressisti, crescenti o decrescenti che troppo spesso condividono la stessa preoccupazione di migliorare la sopravvivenza anziché la vita; dall’altro quelli che hanno coscienza di essere degli sfruttati e degli alienati ma si rifiutano di restarlo, ora e per sempre.
Da un lato l’uomo capitalizzato (lumpenborghese e lumpenproletario); dall’altro l’uomo biologico, il proletario assoluto deciso ad auto abolirsi in nome dell’umano che germoglia in lui.
Da un lato quelli che accettano, in un modo o nell’altro, la sacralità (sia quella della civiltà del lavoro che quella antitetica e speculare di una natura divinizzata); dall’altro quelli che non vogliono più lavorare per la sopravvivenza e che si sanno in compartecipazione sensuale con la natura del vivente.
I produttivisti da un lato, gli esploratori di un mondo nuovo attraverso la rivoluzione della vita quotidiana dall’altro.
Per la salvezza della specie, bisognerà pure che ci si decida a praticare quell’idea di felicità che del resto non è più, oggi, un’idea tanto nuova.

Sergio Ghirardi






sabato 1 settembre 2012

VIA DALLA PAZZA FOLLA





Il movimento 5 stelle potrebbe passare dal 15 al 30%?


Arriva la nuova legge elettorale . I partiti vogliono un sistema elettorale “greco”, che regali un forte “premio di maggioranza” (15%?) al primo partito. In base ai sondaggi, il “premio” andrebbe al Pd: che otterrebbe, con il 25% dei voti, il 40% dei parlamentari. (Così si indebolisce lastabilità costituzionale, ma tant’è).
Lo scopo, nobile, della riforma è la “governabilità”, messa a rischio dall’avanzata del Movimento 5 Stelle, con il quale però i partiti tradizionali non sono disposti a collaborare. M5S vale oggi il 15-20%, e sottrae voti a tutti gli altri. Ma il Pd deve poter imbarcare un numero limitato di alleati, al governo, per contenere le beghe nella futura maggioranza. Come fare? Priviamo a giocare coi numeri. Centrisinistra “aperto”: Pd 25% + Casini 6% + Vendola 7% fa 36%: non va! La “Foto di vasto”: Pd 25% + Sel 7% +Idv 7% +Rc3% = 42%. Neppure. Una “Grande Coalizione”? Pd 25% + Pdl e If, 20% + UDC 6% = 51%: troppo poco.
Se però, grazie al “premio”, il Pd ottenesse il 40% dei parlamentari, tutte (o quasi) queste combinazioni diverrebbero possibili. E chi dovesse restare fuori conserverebbe un certo grado di influenza, perchè il Pd dovrà mantenere comunque viva un’alternativa, e quindi, per fare un esempio, buoni rapporti col Pdl perché Vendola ricordi che nessuno è insostituibile.
Ma che succederebbe se alla fine, il primo partito risultasse M5S? Con il 40% dei parlamentari, sarebbero obbligati a governare?! Oggi è un sogno, per alcuni; una catastrofe, per altri; “un grosso buco nero nella mia testa” per i più, gli agnostici, che non hanno idea di come governerebbe M5S. Potrebbe accadere? Come? Grillo lo vuole o no?
Semplificando, M5S ha finora offerto proposte su temi particolari: ambientali, locali, sulla moralizzazione delle istituzioni. Ha raccolto in cambio il voto di protesta, ha vinto qualche elezione locale. Per andare oltre deve rassicurare gli elettori che è in grado di governare il paese, perché:
·         Un Movimento tende ad avere un’agenda limitata e rigida; un partito di governo la adatta alle circostanze sorprendenti che la Storia presenta.
·         I problemi nazionali ed internazionali sono sistemici: molto più complessi di quelli locali o delle “single issues” (p.es. l’ineleggibilità in Parlamento dei condannati).
·         Non si governa da soli. Se M5S è incapace di dialogare e stabilire alleanze, il voto a M5S apparirà inutile. è la strategia di Bersani: delegittimare, isolare. Per fare alleanze bisogna rinunciare a parte delle proprie istanze e accogliere quelle degli altri, restando tuttavia compatti. Un gruppo parlamentare di “puri e duri” non va lontano, se è al governo; ma può fare bene l’opposizione.
Sono tempi duri: la gente non ha più voglia di mandare al governo guitti e buffoni, politici cialtroni, venditori di fumo. Vuole gente capace di risolvere i problemi. Non tanto in Parlamento – organo essenzialmente politico, di controllo e di impulso – quanto nell’Esecutivo. Che si troverà alle prese con problemi economici gravissimi; dei quali neppure Monti finora è riuscito a venire a capo. Ecco: per fare il grande salto, M5S dovrebbe convincere gli elettori di saper affrontare la crisi meglio di Monti. Altrimenti, tanto vale votare per ABC.
Finora l’ispirazione di Grillo è stata proprio quella di promuovere le competenze della società italiana tenute lontane dai partiti. Ma il salto di qualità richiesto dal livello nazionale è molto forte. Inoltre la competenza è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Come dimostra la scelta infelice di Napolitano: un esperto di Antitrust per affrontare una crisi che è invece tipicamente keynesiana. In realtà, competenza e politica vanno fuse assieme.
M5S può puntare al 30% (anche perché l’economia va male) selezionando candidati premier e ministri capaci di aggiungere qualcosa all’M5S attuale. Che abbiano, oltre agli obiettivi del Movimento stampati nel cuore, alcune caratteristiche:
·         Soluzioni innovative di alto livello sui problemi economici ed istituzionali dell’Europa e dell’Italia
·         Capacità di colloquiare con l’elettorato meno radicalizzato
·         Disponibilità a confrontarsi nel merito, a dimostrare l’inadeguatezza dei partiti.
E qui cominciano i problemi. Soprattutto per Grillo. Un candidato premier “puro come una colomba, furbo (dialogante) come un serpente” farebbe ombra a Beppe Grillo, tanto più se ha successo. Potrebbe ‘impadronirsi’ del Movimento. E in caso di divergenza d’opinioni? Potrebbe (dal punto di vista di Grillo) ‘snaturare’ il Movimento?! Tutto ciò sarebbe doloroso per il fondatore, che ha sputato sudore e sangue per arrivare dov’è. Non per niente, tutti i partiti tengono lontano le grandi competenze, salvo lo stretto necessario, e solo se di provata fedeltà.
In queste settimane il Movimento 5 Stelle decide se vuole diventare grande. Per fare una rivoluzione democratica e civile, deve andare oltre Grillo. Ma non può farlo senza l’accordo dello stesso Grillo. Il quale, per darlo, dovrebbe rivelare qualità umane (umiltà, amore per il proprio paese, fiducia negli altri, disponibilità al sacrificio mediatico) davvero insolite.  

Commento di Sergio Ghirardi:

Grillo non può e non deve che contare uno, altrimenti si riproduce il ghetto concentrazionario da cui urge uscire. Questo deve, però, valere per tutti: fuori arrivisti, carrieristi e decisionisti di una nuova politica che si mostrerebbe figlia della vecchia truffa parlamentare. Oltre il parlamentarismo un aut-aut: o ritorno al déjà-vu di una qualche dittatura - esplicita (fascista) o mascherata (oclocratica) - oppure democrazia consiliare libertaria.
La maggior parte dei cittadini di tutti gli Stati canaglia è ormai, seppur confusamente, arrivata a recepire che la forma della democrazia rappresentativa è una forma adulterata di democrazia. Ciò non impedisce, tuttavia, alle diverse strutture caratteriali di origine e alle ideologie che ne approfittano, di continuare a incanalare nei recinti del parlamentarismo - a destra, a sinistra o al centro, come a un semaforo che riporta tutti all'ovile della sottomissione - le masse confuse di cittadini-spettatori addomesticati. Se il M5S cade in questa trappola si autodissolverà gattopardescamente.
Una nuova coscienza, tuttavia, sta nascendo nelle metropoli e nelle campagne sempre più abitate da “néoruraux” antiproduttivisti in fuga dalla trappola delle megalopoli-fabbrica. Insieme all’esigenza di autonomia, cresce la consapevolezza che ci si sta avviando ineluttabilmente verso un cambio di civiltà che va ben oltre le opposizioni spettacolari vendute nel supermercato del parlamentarismo corrotto.
La democrazia diretta sta emergendo come una tautologia necessaria alla transizione verso un’autogestione generalizzata della vita quotidiana portatrice dell’emancipazione della specie e dei singoli individui.
Pur se tutto resta da fare, il vecchio mondo sta spirando davanti al nostri occhi e agli schermi che ci condizionano fingendo d’informarci.

SE QUESTO È UN GIORNALISTA…





Destra e sinistra in Italia ? Oscurate dal Centro



Parlare di destra e sinistra, in Italia, ha qualcosa di romantico e ingenuo allo stesso tempo. Lo dico per due ragioni.
In primo luogo ciò che è stato ritenuto ‘di destra’ è diventato ‘di sinistra’ e viceversa a seconda delle convenienze del momento. L’anomalia dell’esperienza politica di Berlusconi ha modificato le carte in tavola. Posizionato certamente a destra, con alleati certamente di destra, ha spesso disatteso alcune delle regole auree del conservatorismo occidentale: abbassamento della pressione fiscale mai attuata, debito pubblico mai aggredito, idea della giustizia e della legalità a dir poco soggettivo. 
La destra italiana non è mai nata, soffocata dall’immagine dell’ex-Premier, e allo stesso tempo la sinistra italiana, forse anche a causa di un vero interlocutore politico, non ha avuto il coraggio di essere sinistra fino in fondo. Le liberalizzazioni di Bersani, considerate da molti il punto più alto del governo Prodi, appartengono a una dottrina politica ben lontana dal socialismo classicamente inteso.
C’è chi sostiene che l’uscita di scena di Berlusconi (quando avverrà) favorirà l’affermazione di una destra e di una sinistra nuove e soprattutto vere e che questo, di conseguenza, porterà al riposizionamento di politici, giornalisti, centri di potere e di pensiero verso collocazioni più ‘naturali’. Non si può escludere che ciò effettivamente avvenga, ma c’è bisogno di una condizione propedeutica: le nuove classi dirigenti dovranno avere progetti politici davvero alternativi.
Deve essere chiaro il modello di società proposto, le ricette economiche, la posizione sul progresso dei diritti civili. E ci devono essere due modelli in campo. Non uno di più, non uno di meno: il bipolarismo, ossia il sistema alla base della democrazia negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, in Spagna, teoricamente anche in Germania è una condizione politica irreversibile se davvero si vuole essere chiari con gli italiani (e poi è l’unico risultato politico di Berlusconi: volete togliergli davvero tutto?)
L’assenza di una sinistra e di una destra moderne in Italia porta a un altro effetto distorsivo: l’utilizzo di categorie storiche (e anche di nomi storici, in assenza di altro: Berlinguer e Almirante i più citati) e dunque di divisioni storiche, pre-caduta del muro di Berlino, per giustificare una presunta differenza culturale tra i due modelli alternativi. Nel frattempo, però, è cambiato tutto e forse ci sono valori che è sbagliato ridurre come patrimonio di una sola parte politica, perché sarebbe più opportuno che siano considerati universali.
Perseguire la legalità, pagare le tasse, rispettare l’ambiente, chiedere che i politici corrotti siano allontanati dalla cosa pubblica, chiedere che gli sprechi di denaro pubblico siano puniti (per citare i casi più eclatanti) sono aspetti che dovrebbero uscire dalla discussione politica e spostarsi, piuttosto, sul terreno dell’educazione civica. 
La sostanziale assenza di una vera sinistra e di una vera destra in Italia e la conseguente confusione ideologica è anche alla base del secondo punto di riflessione. In Italia sinistra e destra erano complementari alla Dc nella Prima Repubblica e, tutto sommato, le cose non sono cambiate nella Seconda. Se è vero che non esiste più il grande partito di Centro, è altrettanto vero che il Centro ha invaso destra e sinistra. E infatti le due coalizioni (ipoteticamente) alternative non si chiamano sinistra e destra, ma centrosinistra e centrodestra (con o senza trattino, a seconda dei gusti). 
Questa anomalia è tutta italiana ed è anche grottesca. Riuscite a immaginate i centrolaburisti inglesi, i centrorepubblicani americani, i centrosocialisti spagnoli, i centroconservatori francesi? 
Entrambe le coalizioni, tra le altre cose, ospitano ex-democristiani e in alcuni casi strizzano gli occhi agli stessi valori. Finché non torneremo a usare la parola ‘sinistra’ e la parola ‘destra’ (lo ribadisco: con due progetti alternativi. Non è solo una questione semantica, anche se le parole aiutano a comprendere la realtà politica, non essendo usate per caso) in Italia non ci sarà una vera sinistra e una vera destra, ma due centri con qualche piccola differenza. Superabile, tutto sommato, se arrivano i tecnici e se Monti vorrà governare anche dopo il 2013.

Dino Amenduni in risposta a tal malanzirotti ha pure aggiunto:
A me piace la campagna Obama-Romney. Si capisce la differenza tra i due. Anche quella Sarko-Hollande.


Commento di Sergio Ghirardi :

Esempio fulgido di giornalismo imbedded alla società dello spettacolo. Una vera e propria diarrea benpensante, addomesticata, leggermente pop e decisamente conformista che si spinge fino ad amare le campagne Obama-Rumney e Sarko-Hollande.
…Lei cambierebbe due fustini di destra con uno di sinistra? Viva il bipolarismo della democrazia spettacolare...In fondo anche Berlusconi ha i suoi meriti, non vorrete mica levarglieli amici miei e via col vento fino ad Apocalipse Now per un borghese piccolo piccolo...