giovedì 25 marzo 2021

L’insurrezione qui, ora e dovunque

 




Cari amici e compagni di una strada verso il mondo nuovo dal percorso non facile, la traduzione che segue è la prefazione di Raoul Vaneigem per la pubblicazione in russo del suo Appello alla vita contro la tirannia statale e mercantile (Appel à la vie contre la tyrannie étatique et marchande, Libertalia, Paris 2019).  Buona lettura.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon

 

 

L’insurrezione qui, ora e dovunque

La Russia ha avuto il privilegio sanguinoso di interpretare il ruolo di Cassandra rivelando al mondo qualche verità che il bombardamento ideologico, culturale e mediatico, un tempo chiamato propaganda, non è in grado di occultare.

Se è vero che la storia non si ripete mai se non in forma di farsa, è necessario constatare che le politiche governative della nostra epoca si avvicinano sempre di più al modello di tirannia che la Russia ha sperimentato con successo.

Non abbiamo forse ereditato, come una beffa postuma, quel totalitarismo con pretesa democratica istallato dovunque regni il capitalismo monopolistico, lo stesso che definiva ieri il Mondo libero? La sua modernità ha riciclato le vecchie ideologie. Recupera il sangue e la violenza degli scontri antichi congelandoli per istillare negli organismi viventi il veleno additivo del profitto.

Siamo debitori nei confronti dell’impero detto sovietico per la sua dimostrazione dell’impostura di un comunismo che non era altro che un capitalismo di Stato burocratizzato.

Il sorriso di compiacimento di Stalin è sparito; i baffi sono rimasti. Nessun capo di Stato arriva alla caviglia dell’ubuesco Piccolo padre del popolo ma a quali contorcimenti sono pronti a dedicarsi i dirigenti pur d’imitarlo nello specchio delle smorfie dello spettacolo? L’attrazione dell’Occidente per l’efficacia commerciale e repressiva dell’impero comunista cinese illustra bene il trionfo postumo del più grande serial killer della storia.

Qualificato di sinistra o di gauchismo dal giornalismo straccione, il progressismo aveva fondato grandi speranze sull’idea di una dittatura del proletariato da cui sarebbe nata la società senza classi. Capire di un tratto che si trattava di una dittatura esercitata sul popolo e in suo nome ha dato il colpo di grazia alla coscienza operaia che la colonizzazione consumistica e la menzogna del benessere per tutti avrebbero poi laminato. La rovina dell’ideologia comunista non è bastata per liberare e ravvivare la combattività dei lavoratori. La confusione e la disperazione hanno spinto verso una disfatta emozionale generale la regressione della coscienza e l’ascesa dell’oscurantismo. Dopo la sconfitta del Movimento delle occupazioni del Maggio 68, si è vista l’intelligenza sensibile cedere il passo all’intelligenza del portafoglio. Il progresso umano si è inchinato dinanzi ai progressi tecnologici del registratore di cassa. Il culto della predazione ha reclutato per il partito della morte un populismo dei fatti di cronaca ossessionato e affascinato dal suicidio vendicativo.

Si sarebbe potuto credere che scottato dalle imposture dell’emancipazione il progressismo si sarebbe indirizzato verso la sperimentazione concreta delle libertà, promessa rimasta come in sospeso nel nostro passato e che, di generazione in generazione, sollecita la sua realizzazione. Invece no! Riprende il cammino dei suoi errori. Mentre ha sotto gli occhi una carcassa cadente di Stato stalinista in cui le multinazionali covano le loro uova, si accanisce a indirizzargli rimostranze e lamentele, pretende di moralizzarlo, ripulirlo, purificarlo delle sue menzogne – come se si potesse governare senza mentire!

Alla testa putrescente di questa Francia considerata a lungo il faro delle libertà umane, un’accozzaglia di uomini d’affari e di addetti ai bisogni urinari del monarca ha ottenuto un risultato che avrebbe stupito l’affabile Maestro del terrore.

Manipolare la paura di un virus il cui pericolo, per quanto reale fosse, è stato deliberatamente esagerato dai mass media, ha in effetti ottenuto quel che nessuna tirannia del passato avrebbe osato sperare: una popolazione che accetta di nascondersi come un animale spinto alla disperazione, milioni di persone rintanate nell’isolamento che rinunciano alle relazioni affettive, alla tenerezza, agli incontri, alla solidarietà. Le generazioni future non mancheranno di notare che, in tutta evidenza, l’epidemia ha ucciso meno che la paura, il risentimento, l’aggressività, la delazione, l’odio di sé e degli altri, propagati dalla morbosità politica.

Detenzione, puritanesimo dei gesti bloccati, segregazione dei pro e antivaccino, trattamento politico-poliziesco al posto del trattamento sanitario hanno prodotto gli effetti peggiori: l’avvilimento della coscienza di sé, la promozione del calcolo egoista, la metamorfosi di un individuo avido di libertà in un individualista di gregge, fiero di scegliere e imporre il proprio mattatoio.

Il dibattito sull’individuo autonomo e sull’individualista predatore ha nutrito da sempre le speculazioni filosofiche e religiose. Tuttavia, niente ha esacerbato la sua importanza quanto il dinamismo del capitalismo industriale.

Il mito di Prometeo che strappa l’uomo all’autocrazia degli Dei à servito da vessillo per il liberalismo e per la sua parola d’ordine “Arricchitevi!”. Mentre l’America e il suo evangelismo calvinista rendevano popolare sotto i tratti del self made man una delle più ignobili caricature del divenire dell’Uomo, la predominanza di una comunità agraria e il ritardo dell’industrializzazione salvaguardavano nella Russia zarista una problematica del “solo contro la tirannia”, non sprovvista di romanticismo. In assenza di un conflitto aperto tra classe borghese e proletariato, l’individuo in cerca di libertà e autonomia sfidava e si scontrava con il dispotismo monarchico con un’audacia esemplare. Si ribellava in suo nome e in quello dei contadini oppressi. La sua requisitoria era universale.

Benché l’anarchismo abbia abbordato dovunque la questione dell’individuo e della rivoluzione sociale, è in Russia che essa si è posta con la più grande acuità. Non è questo il luogo per analizzare il percorso di Vera Zasulič, ma esso testimonia di un’evoluzione alla quale i sollevamenti che scuotono oggi il pianeta accordano una luce particolare. Zasulič parte dal nichilismo di Nečaev per arrivare al marxismo, passando per l’assassinio dello Zar. Si tratta di un florilegio della violenza alternativamente e simultaneamente liberatrice e alienante. La generosità sacrificale del militante s’incrocia con la freddezza militare, l’intelligenza individuale fiancheggia la folla in preda ai tribuni.

Non è forse da questo guazzabuglio che scaturiranno la ribellione del 1905, I soviet degli operai, dei contadini e dei soldati nel 1917, i consigli rivoluzionari di Cronstadt, schiacciati da Trotskij nel 1921? Le collettività libertarie della rivoluzione spagnola del 1936 partecipano a un’ispirazione simile e sembra che la scommessa della libertà al risveglio che si attua sotto i nostri occhi e in una grande varietà di paesi, non ne sia estranea. L’appello di Kropotkin alla conquista solidale dell’autonomia non è mai stato così primordiale.

L’agonia del vecchio mondo riporta alla superficie della nostra memoria il magma originale di una storia che miti, favole, dogmi e pregiudizi si sono impegnati a occultare che era fatta da noi e contro di noi.

Siamo rimasti prigionieri di uno sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo che a dispetto delle varie forme rivestite, non è mai cambiato.

Qualche millennio fa, un sistema economico, sociale e politico ha imposto all’evoluzione umana la svolta di una storia disumana. Una struttura d’appropriazione e di scambi ha instaurato, con il nome di civiltà, una società inamovibile di signori e di schiavi. Come stupirsi che, a contrario, la permanenza dell’oppressione intrattenga un clima insurrezionale altrettanto persistente?

Il capitalismo non è che la forma più recente dello sfruttamento della natura terrestre e della natura umana inaugurata dall’agricoltura intensiva, dall’allevamento e dall’apparizione delle città-stato.

Succedendo all’immobilismo agrario, il dinamismo del capitalismo industriale ha favorito la trasformazione della plebe e delle sue rivolte disperate in un proletariato iniziatore di una società senza classi, egualitaria e fraterna.

Ora, nella misura in cui la cupidigia del profitto a breve termine distrugge la vita e il pianeta, il progetto proletario di società senza classi scompare in quanto forma e riappare in quanto progetto che ne costituiva la sostanza: l’emancipazione della donna e dell’uomo e la realizzazione della loro specificità umana.

L’insurrezione che divampa dappertutto nel mondo ignora le frontiere. Non è un paese, un territorio che è minacciato, è la vita quotidiana di milioni di esseri umani. La loro etichetta geografica è diventata risibile.

Assistiamo alla fine dello Stato, doppiamente condannato.

Da un lato è vampirizzato dalle imprese multinazionali che non gli delegano più che una funzione repressiva e ne fanno il semplice gendarme dei loro interessi privati.

Dall’altro, a forza di ingarbugliarsi nella menzogna balbuziente, la corruzione, l’arbitrario e il ridicolo, il sistema di rappresentazione parlamentare perde ogni credibilità agli occhi dei cittadini. La Francia sempre pronta a dare lezioni, non è più che un modello di totalitarismo democratico. Non resta al popolo che un’alternativa: impoverirsi strisciando miserabilmente nella servitù volontaria o fondare le proprie rivendicazioni su un’autorganizzazione locale e federata che renda effettivo un vero governo del popolo per il popolo.

Bisogna ricordarlo? Siamo nel cuore di un mutamento di civiltà. La roccia delle certezze antiche vola in frantumi. Noi cerchiamo un suolo stabile nel momento in cui le scosse sismiche della confusione ci assalgono. Il vecchio mondo, scosso da ogni parte è sotto il regime di un profitto a breve termine che distrugge la vita e il pianeta distruggendo se stesso. Il nuovo pena ad affermarsi, come colpito dal terrore di fronte alla propria audacia. Lottare per riappropriarsi della propria vita è una lotta individuale e collettiva che promette di essere lunga e difficile.

Nella notte e nella nebbia che ci circondano, non mancano i segni di quella reazione del vivente che abbiamo sempre visto manifestarsi contro i peggiori periodi di epidemie e di massacri. La scoperta dell’autonomia individuale fa parte dell’autodifesa del soggetto che rifiuta di essere trattato da oggetto, da merce. L’insurrezione della vita contro la reificazione che di giorno in giorno la rinsecchisce era ieri il sogno dell’impossibile. Il suo divampare a livello mondiale è oggi il segno di un risveglio delle coscienze. Anche se destinata a eclissarsi come il gatto del Cheshire nell’Alice di Carroll, la sua irrecuperabile spontaneità ha di che spezzare la tirannia del profitto e del potere.

La rinascita del vivente non ha prezzo.

 

25 febbraio 2021








L’INSURRECTION ICI, MAINTENANT, PARTOUT 

 

Raoul Vaneigem

 

         La Russie a eu le sanglant privilège de jouer les Cassandre en révélant au monde quelques vérités que le matraquage idéologique, culturel et médiatique, jadis appelé propagande, échoue à occulter.

         S’il est vrai que l’histoire ne se répète jamais que sur le mode parodique, force est de constater que les politiques gouvernementales de notre époque sacrifient de plus en plus au modèle de tyrannie que la Russie a expérimenté avec succès.

         N’avons-nous pas hérité, comme d’une plaisanterie posthume, de ce totalitarisme à prétention démocratique implanté partout où règne le capitalisme monopolistique, celui-là même qui définissait hier le Monde libre ? Sa modernité a recyclé les vieilles idéologies. Elle récupère le sang et la violence des affrontements anciens et elle le congèle pour instiller dans les organismes vivants le venin additif du profit.

         Nous sommes redevables à l’empire dit soviétique d’avoir démontré l’imposture d’un communisme qui n’était qu’un capitalisme d’Etat bureaucratisé.

         Le sourire de complaisance de Staline a disparu ; la moustache est restée. Nul chef d’Etat n’arrive à la cheville de l’ubuesque Petit père du peuple mais à quels tortillements les dirigeants ne se livrent-ils pas pour le singer dans le miroir à grimaces du spectacle ? La fascination de l’Occident pour l’efficacité commerciale et répressive de l’empire communiste chinois illustre bien le triomphe posthume du plus grand serial killer de l’histoire.

         Qualifié de gauche ou de gauchisme par le journalisme de serpillière, le progressisme avait fondé de grandes espérances sur l’idée d’une dictature du prolétariat, d’où naîtrait la société sans classes. Comprendre soudain qu’elle était en fait une dictature exercée contre le peuple et en son nom a donné le coup de grâce à la conscience ouvrière, que lamineraient la colonisation consumériste et le mensonge du bien-être pour tous. Le délabrement de l’idéologie communiste n’a pas suffi a libérer et à raviver la combativité des travailleurs. La confusion et le désespoir ont entraîné dans une débâcle émotionnelle générale la régression de la conscience et la montée de l’obscurantisme. On a vu, après l’échec du Mouvement des occupation de mai 1968, l’intelligence sensible céder le pas à l’intelligence du portefeuille. Le progrès humain s’est incliné devant les progrès technologiques du tiroir-caisse. Le culte de la prédation a recruté pour le parti de la mort un populisme de faits-divers hanté et fasciné par le suicide vindicatif.

         On aurait pu croire qu’échaudé par les impostures de l’émancipation le progressisme se tournât vers l’expérimentation concrète des libertés, une promesse restée comme en suspend dans notre passé et qui, de génération en génération, sollicite son accomplissement. Mais non ! Il repart sur le chemin de ses égarements. Alors qu’il a sous les yeux une carcasse dépenaillée d’État stalinien, où les multinationales pondent leurs œufs, il s’acharne à lui adresser remontrances et doléances, il prétend le moraliser, le récurer, le purifier de ses mensonges - comme si l’on pouvait gouverner sans mentir !

         A la tête putrescente de cette France tenue longtemps pour le phare des libertés humaines un ramassis d’hommes d’affaires et de valets de pisse a atteint à un résultat qui eût laissé pantois l’affable Maestro de la  terreur.

         Manipuler la peur d’un virus dont le danger, pour réel qu’il fût, a été délibérément exagéré par les médias, a en effet obtenu ce qu’aucune tyrannie du passé n’eût osé espérer : une population acceptant de se terrer telle une bête aux abois, des millions de personnes se rencognant dans l’isolement, renonçant aux relations affectives, à la tendresse, aux rencontres, à la solidarité. Les générations futures ne manqueront pas de noter que, de toute évidence, l’épidémie a moins tué que la peur, le ressentiment, l’agressivité, la délation, la haine de soi et des autres, propagés par la morbidité politique.

         Enfermement, puritanisme des gestes figés, ségrégation des pro et anti-vaccins, traitement politico-policier supplantant le traitement sanitaire ont entraîné les pires effets : l’avilissement de la conscience de soi, la promotion du calcul égoïste, la métamorphose d’ un individu avide de liberté en individualiste de troupeau, fier de choisir et d’imposer son abattoir.

         Le débat de l’individu autonome et de l’individualiste prédateur a nourri de tous temps les spéculations philosophiques et religieuses. Mais rien n’a autant exacerbé son importance que le dynamisme du capitalisme industriel.

         Le mythe de Prométhée arrachant l’homme à l’autocratie des Dieux a servi d’oripeau au libéralisme et à son mot d’ordre « enrichissez vous ! ». Tandis que l’Amérique et son évangélisme calviniste popularisaient sous les traits du self made man une des plus ignobles caricatures du devenir de l’Homme, la prédominance d’une économie agraire et le retard de l’industrialisation sauvegardaient en Russie tsariste une problématique du « seul contre la tyrannie, » non dénuée de romantisme. En l’absence d’un conflit ouvert entre classe bourgeoise et prolétariat, l’individu en quête de liberté et d’autonomie défiait et affrontait le despotisme monarchique avec une témérité exemplaire. Il s’insurgeait en son nom et au nom des paysans opprimés. Son réquisitoire était universel.

         Bien que l’anarchisme ait abordé partout la question de l’individu et de la révolution sociale, c’est en Russie qu’elle s’est posée avec le plus d’acuité. Ce n’est pas ici le lieu d’analyser le parcours de Vera Zassoulitch mais il témoigne d’une évolution à laquelle les soulèvements qui ébranlent aujourd’hui la planète accordent un éclairage singulier. Zassoulitch part du nihilisme de Netchaïev pour aboutir au marxisme, en passant par l’assassinat du tsar. C’est un florilège de la violence alternativement et simultanément libératrice et aliénante. La générosité sacrificielle du militant y croise la froideur militaire, l’intelligence individuelle y côtoie la foule en proie aux tribuns.

         N’est-ce pas de cet embrouillamini que sortiront la rébellion de 1905, les soviets d’ouvriers, de paysans et de soldats en 1917, les conseils révolutionnaires de Cronstadt, écrasés par Trotski en 1921 ? Les collectivités libertaires de la révolution espagnole de 1936 participent d’une inspiration similaire et il semble que le pari de la liberté en éveil, qui se joue sous nos yeux et dans une grande diversité de pays, n’y soit pas étranger. Jamais n’a été si primordial l’appel de Kropotkine à la conquête solidaire de l’autonomie.

 

          L’agonie du vieux monde ramène à la surface de notre mémoire le magma originel d’une histoire que mythes, fables, dogmes et préjugés s’employaient à dissimuler qu’elle était faite par nous et contre nous.

         Nous sommes restés prisonniers d’une exploitation de l’homme par l’homme qui, en dépit des formes variées qu’elle a revêtues, n’a jamais changé.

         Il y a quelques millénaires, un système économique, social et politique a imposé à l’évolution humaine le virage d’une histoire inhumaine. Une structure d’appropriation et d’échanges a instauré, sous le nom de civilisation, une société inamovible de maîtres et d’esclaves. S’étonnera-t-on, qu’a contrario, la permanence de l’oppression entretient un climat insurrectionnel tout aussi persistant ?

         Le capitalisme n’est que la forme la plus récente de l’exploitation de la nature terrestre et de la nature humaine inaugurée par l’agriculture intensive, l’élevage et l’apparition d’Etats-Cités. 

         En succédant à l’immobilisme agraire, le dynamisme du capitalisme industriel a favorisé la transformation de la plèbe et de ses révoltes désespérées en un prolétariat initiateur d’une société sans classes, égalitaire et fraternelle.

         Or, à mesure que la cupidité du profit à court terme détruit la vie et la planète, le projet prolétarien de société sans classes disparaît en tant que forme et reparaît en tant que projet qui en constituait la substance : l’émancipation de la femme et de l’homme et la réalisation de leur spécificité humaine.

         L’insurrection qui s’embrase partout dans le monde ignore les frontières. Ce n’est pas un pays, un territoire qui est menacé, c’est la vie quotidienne de millions d’êtres humains. Leur étiquetage géographique est devenu dérisoire.

         Nous assistons à la fin de l’État, frappé d’une double condamnation.

         D’une part, il est vampirisé par les entreprises multinationales qui ne lui délèguent plus qu’une fonction répressive et en font le simple gendarme de leurs intérêts privés.

         D’autre part, à force de s’enliser dans le mensonge balbutiant, la corruption, l’arbitraire et le ridicule, le système de représentation parlementaire perd toute crédibilité aux yeux des citoyens. La France, si prompte à donner des leçons, n’est plus qu’un modèle de totalitarisme démocratique. Il ne reste au peuple qu’une alternative : ou se paupériser en rampant misérablement dans la servitude volontaire, ou fonder ses revendications sur une auto-organisation locale et fédérée, qui rende effectif un vrai gouvernement du peuple par le peuple.

         Faut-il le rappeler ? Nous sommes au cœur d’une mutation de civilisation. Le roc des certitudes anciennes vole en éclats. Nous cherchons un sol stable tandis que les secousses sismiques de la confusion nous assaillent. Le vieux monde, ébranlé de toute part, est sous la coupe d’un profit à court terme qui détruit la vie et la planète en se détruisant lui-même. Le nouveau peine à s’affirmer, comme frappé d’effroi devant sa propre audace. Lutter pour se réapproprier sa propre vie est un combat individuel et collectif qui promet d’être long et difficile.

         Dans la nuit et le brouillard qui nous environnent, les signes ne manquent pas de cette réaction du vivant que l’on a toujours vu se manifester à l’encontre des pires périodes d’épidémies et de massacres. La découverte de l’autonomie individuelle participe de l’auto-défense du sujet refusant d’être traité en objet, en marchandise. L’insurrection de la vie contre la réification qui de jour en jour la dessèche était hier le rêve de l’impossible. Son embrasement mondial est aujourd’hui le signe d’un éveil des consciences. Même vouée à s’éclipser aussi inopinément que le chat du Cheshire, son irrécupérable spontanéité possède de quoi jeter à bas la tyrannie du profit et du pouvoir.

         La renaissance du vivant n’a pas de prix.

 

Le 25 février 2021