domenica 7 luglio 2019

La crisi dei mercati finanziari, l'economia reale e il ruolo degli Stati - di Marco Minoletti




questo scritto di Marco Minoletti vuole essere una bozza di discussione e di lavoro attorno al tema che interessa a molti in modo che ne nasca un confronto e un approfondimento per procedere un po' alla volta, insieme, speriamo ..... 

aggiornato a : 07-07-2019



L'economia sta […] crollando. La speculazione ha ucciso il dinamismo della Borsa e le illusioni che alimentava. Non offre più un piedistallo al dispotismo personale: tutt'al più lascia qualche sgabello a certi arroganti effimeri e flatulenti che gonfiano di corruzione le democrazie.

 Raul Vaneigem, Né vendetta né perdono [1]


Di tanto in tanto, e a seconda degli interessi dei detentori e manipolatori dei players del sistema di distribuzione dell'informazione, l'attenzione dei media viene canalizzata su temi quali il destino del pianeta Terra, l'ecosistema, la globalizzazione, i fondamentalismi religiosi e di mercato e via di questo passo. Temi che, pur riguardando noi tutti, non ci distraggono dal consumo dei beni generosamente offerti dalla società spettacolare-mercantile fintanto che non ci toccano di persona. É il caso dell'ormai apparentemente fagocitata crisi dei mercati finanziari, dei suoi effetti e della ricerca di nuove vie per uscirne. Crisi che, stando alle lungimiranti previsioni degli analisti della finanza e alla diffusa credenza nelle infinite risorse del sistema capitalistico, si sarebbe risolta a medio termine, dopo una breve fase di recessione. Tutto vero, se si considerano il mondo della finanza e quello dell'economia reale come due sfere separate e a sé stanti. Il problema è che non lo sono. Vista da questa angolatura si scopre non solo che la crisi del 2008 non è stata una sana e normale crisi di assestamento dei mercati finanziari,[2] ma anche che essa ha evidenziato le prime crepe dell'attuale assetto del sistema finanziario ed economico mondiale, strappando il velo di Maya che celava il vero volto dell'attuale fase di dominio reale del capitale totale: quello della globalizzazione selvaggia. Per inquadrare il problema occorre fare un paio di passi indietro.


Primo passo. Le radici filosofiche del problema

Nel campo filosofico, uno dei grossi limiti del pensiero occidentale è stato quello di far proprie, metabolizzandole, le elucubrazioni sistematiche del più noto pensatore di Stoccarda, (Hegel), il quale, in una sintesi grandiosa e - per fortuna - mai più ripetuta, considerava la Storia come processo lineare e ineluttabile della vita dello Spirito. Anche il suo principale discepolo (Marx) - pur dandogli del cane morto,[3] nel tentativo di rimetterlo sui suoi piedi - rimase allineato alla tradizione filosofica, mutuando la storia della Storia da quella dello Spirito. Invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non è cambiato: entrambi pensavano – erroneamente - che la dialettica dello Spirito e quella della Storia fossero un work in progress giunto a maturazione, guarda caso, proprio in coincidenza del periodo storico in cui loro lo prendevano in esame. E così in una notte in cui tutte le vacche sono nere,[4] uno vide passare lo Spirito a cavallo e l'altro, prendendo le distanze dalla tradizione filosofica, individuò nello stalliere il giudice e il boia della preistoria dell'umanità. Il vero limite della faccenda non consiste tanto nello smacco subito dalle due teorie quanto nelle derivazioni assiomatiche che hanno prodotto: dato che tutto ciò che è avvenuto è spiegabile attraverso la storia dello Spirito o della lotta di classe, ciò che avverrà non dipende tanto da noi, quanto dal seguito degli inevitabili sviluppi e dispiegamenti della vita dello Spirito o della lotta di classe assunti, a seconda dei punti di vista, come chiave interpretativa della storia universale. Risultato: la graduale evoluzione dell'animale uomo che, nel giro di poco più di mille anni, da animale politico (Aristotele) è diventato animale da lavoro (Marx), per poi chiudere il cerchio con l'attuale status di animale da consumo (Bauman).




Secondo passo. Breve excursus storico

          Per mettere a fuoco l'attuale crisi finanziaria è necessario tenere presente, dal punto di vista storico ed economico, la più grande crisi della storia dei mercati finanziari: quella del 1929. Essa si differenzia da tutte quelle che l'hanno preceduta o seguita per la rapidità con cui fece irruzione sulla scena dei mercati internazionali e per l'intensità dei suoi effetti devastanti. Le origini della “grande crisi” sono da ricercarsi nelle conseguenze della Prima guerra mondiale in campo economico, finanziario e monetario, anche se alcune sue ragioni di fondo restano un mistero insoluto a tutt'oggi.

Dopo i primi segnali di ripresa all'insegna di una congiuntura positiva, nella metà degli anni Venti, gli Stati Uniti - che dopo la Prima guerra mondiale, oltre ad essere il Paese che aveva mostrato la maggior potenzialità di ripresa erano divenuti il centro della finanza mondiale e gli artefici della ripresa economica europea - cominciano ad evidenziare sintomi di una crisi dei meccanismi economici. A portare alla superficie il processo di crisi latente avviatosi col primo conflitto mondiale contribuì, in ottobre, il crollo delle azioni e dei titoli contrattati alla Borsa di New York. Crollo causato principalmente dagli eccessi speculativi, dall'avventurismo di alcuni parvenus della finanza americana, dalla ripresa della produzione agricola europea e dalla conseguente caduta dei prezzi agricoli sul mercato americano.

A questi fattori, che di per sé non spiegherebbero l'immane portata della crisi, occorre aggiungere la subalternità del capitale mondiale a quello americano, gli scarsi investimenti nei principali settori produttivi, l'incremento del potere d'acquisto surrettiziamente sostenuto dagli acquisti a rate, la sproporzione tra ricchezza nominale e ricchezza reale, l'eccessivo costo del denaro, il derisorio controllo da parte degli Stati sul sistema bancario privato che, coi soldi dei risparmiatori, si lanciò in spericolate avventure sia nei settori industriale e commerciale, che del mercato azionario.

L'effetto domino provocato dal crollo della Borsa americana fu quasi immediato e si ripercosse sui principali paesi industrializzati europei, sudamericani e asiatici. Le conseguenze furono devastanti e provocarono una riduzione su scala planetaria di produzione, salari, redditi, consumi, investimenti e risparmi. In breve, si passò da una fase di espansione ad una fase di contrazione. All'euforia dei principali agenti pubblicitari dell'automobile (Majakovskij e i Futuristi italiani), all'ottimismo imperante, al consumismo a rate, alla bolla speculativa, agli anni ruggenti seguirono gli anni della depressione, della disoccupazione e del tramonto dell'ottimismo liberista.

Il crollo del mercato azionario diede il via al vortice della catastrofe. Vortice nel quale finirono per essere risucchiate migliaia di società fallimentari, aziende e banche che, impossibilitate a recuperare i crediti, trascinavano nella rovina le banche collegate. Si diffuse il panico tra i piccoli risparmiatori che diedero vita a code interminabili presso gli sportelli bancari, nel tentativo di ottenere la restituzione dei capitali investiti.
Nel 1930 fallì, tra le tante, la Bank of the United States a New York, danneggiando un terzo della popolazione della City. In Europa fallirono alcune tra le maggiori banche come l’austriaca Kredit Anstalt e la tedesca Dresdner Bank. Inevitabilmente la crisi bancaria ebbe ripercussioni sulle banche centrali e sulla moneta, che fu svalutata. La disoccupazione raggiunse picchi impensabili. Tra la popolazione si diffuse un clima da girone infernale; aumentarono i suicidi e si diffuse un ventaglio di reazioni che oscillavano tra il fatalismo e una ripresa dell'ortodossia calvinista. Il mondo economico invocò misure deflazionistiche per salvaguardare il valore della moneta e il bilancio dello Stato. Il presidente americano, il repubblicano Herbert Hoover, cercò invano di diffondere un'atmosfera ottimistica negli States. Le elezioni del 1932 decretarono la sua fine politica e la vittoria del democratico Franklin Roosevelt, che diede corso ad una politica inflazionistica e favorì l’aumento della spesa pubblica mirata a favorire la spesa corrente più che a incrementare gli investimenti. Roosevelt si presentò alle elezioni con un programma molto chiaro: il superamento della miseria sul versante sociale e l'intervento dello stato su quello economico. Tramontava il liberalismo puro e nasceva il New Deal, un insieme di misure tese soprattutto a contenere e possibilmente liquidare la speculazione, a ridurre il potere dei grandi gruppi finanziari e a intervenire a sostegno degli agricoltori.
Per ridurre lo strapotere dei gruppi finanziari e far fronte alle speculazioni selvagge lo Stato, oltre a giocare un ruolo centrale nella riorganizzazione del sistema bancario, decise di aumentare il livello di controllo e di sorveglianza sulle borse e sul mercato azionario dando vita alla Securities Exchange Commission. Parallelamente lo Stato, oltre a farsi carico di ipoteche gravanti sugli agricoltori, incoraggiò la riduzione della coltura di alcuni prodotti agricoli come grano e cotone, di cui vi erano eccessive scorte non facilmente smerciabili ed infine gestì lo sfruttamento delle fonti energetiche sottraendole al controllo esclusivo delle compagnie private. Il piano d'intervento messo in atto da Roosevelt e dal gruppo di esperti che lo concepì fu osteggiato dalle classi privilegiate che non vedevano di buon occhio l'intromissione del potere pubblico in affari ritenuti privati. A trarne beneficio furono coloro i quali erano stati particolarmente colpiti dalla crisi del capitalismo, vale a dire gli esponenti delle classi meno agiate.

Quelli che vanno dal 1933 al 1937 furono gli anni della ripresa economica e dell'avvento al potere (gennaio 1933) di colui che più di ogni altro fu favorito dalla tremenda crisi del 1929: Adolf Hitler. Il dittatore, per ridare linfa vitale alla macchina produttiva e rimetterla in movimento, sostenne una politica economica tesa a privilegiare l'industria bellica. Sul finire del 1937, quando già alcuni "esperti" parlavano di nuovo boom economico, comparvero qua e là i primi segnali di recessione. Recessione che rimase contenuta e non si trasformò in una nuova macroscopica crisi mondiale per la sola ragione che il mondo aveva già imboccato la via del riarmo. Il secondo conflitto mondiale era ormai alle porte...


Note di chiusura: l’ epoca degli equilibri difficili, globalizzazione, unità e pluralità

Col trascorrere degli anni le cose sono assai mutate, ma il principio di base del sistema capitalistico è rimasto invariato. Esso si fonda, oggi come ieri, sulla produzione, la circolazione e il consumo di merci. Anche dal punto di vista delle gerarchie sociali e spettacolari, oggi come ieri, il prestigio e il potere di un individuo, di una famiglia, di un clan o di uno Stato dipendono più dal possesso di beni materiali che da ragioni di altra natura. Ciò che invece è radicalmente mutato, è il modo in cui i mondi commerciale, industriale e finanziario si rapportano tra loro e con gli Stati, con le conseguenze che ne derivano.
Stiamo parlando di un'epoca, la nostra, in cui ai processi di globalizzazione dell'economia transnazionale non corrispondono adeguate istituzioni democratiche transnazionali. La globalizzazione dei mercati, che non conosce confini territoriali, ha progressivamente eroso il potere di intervento degli Stati sovrani, relegandoli al ruolo di attori comprimari. A prendere decisioni di vitale importanza per il destino di milioni di esseri umani e dell'economia non sono più gli Stati, ma gruppi di esperti che agiscono esclusivamente in base al principio della massimizzazione dei profitti, infischiandosene dei principi elementari della democrazia e del senso di responsabilità per la comunità.

La globalizzazione, imposta al mondo come promessa di felicità in terra, si sta rivelando una falsa promessa di crescita economica, stabilità, sicurezza e pace. La crescita economica infatti si sta trasformando in progressivo declino delle economie forti (Usa, Giappone). La stabilità è minacciata dalla crisi dei mercati finanziari, dalla crescente disoccupazione e dalle incertezze che serpeggiano tra i piccoli risparmiatori. La sicurezza è messa a dura prova non tanto dalle immense ondate migratorie provenienti dai cosiddetti paesi del terzo mondo, quanto dall'incapacità degli Stati nazionali di dare una risposta positiva a questa situazione di emergenza. Alle promesse di pace si sono rapidamente sostituiti i proclami di guerra dei vari fondamentalismi religiosi e ultranazionalisti. Paradossalmente, mentre da un lato il processo di globalizzazione e liberalizzazione dei mercati non conosce limiti, dall'altro proprio le istituzioni politiche globali che, a partire dalla Seconda guerra mondiale, ne avrebbero dovuto controllare il funzionamento, sono state imbavagliate e poste nella condizione di non interferire più di tanto.

In questi tempi di crisi economica essi stanno riscoprendo l'importanza del tanto disprezzato contribuente. Il contribuente (la mano che dà) tramite lo Stato (la mano che prende) è chiamato in causa non fosse altro che per arginare il disastro. I cittadini pagano e lo Stato ha così la possibilità di riscattarsi dalla condizione di esiliato dal regno dei mercati globali transnazionali. Esemplari, dopo la crisi finanziaria del 2008, sono stati l'intervento salvifico e le politiche messe in atto dal nuovo presidente degli Stati Uniti d'America come anche dell'ex presidente del consiglio inglese Brown. Il collasso ed il salvataggio in extremis della Bear Stearns (la quinta finanziaria di Wall Street) orchestrata dalla Fed con la complicità di J. P. Morgan e i fiumi di liquidità riversati sul mercato interbancario, le azioni concentrate da parte di governi, banche centrali e rappresentanti del mondo della finanza, hanno rappresentato già un primo inequivocabile segnale in tale direzione. A questo punto non si possono escludere azioni concentrate da parte di governi, banche centrali e rappresentanti del mondo della finanza. Ormai è chiaro a tutti che né gli Stati né la politica sono il soggetto dell'economia globale, ma è altrettanto chiaro che, nell'attuale fase di pericolo, sono gli Stati ad essere evocati e a rimettersi i panni del demiurgo. Sono gli Stati, ri-animati e chiamati in causa dallo stesso mondo dei «geni-bambini» della finanza, che tentano di ripristinare forme politiche di vigilanza globale e transnazionale in grado di contrastare l'espansione selvaggia del mercato globale e transnazionale. Un secondo incidente, simile alla défaillance finanziaria scatenata dai mutui subprime, potrebbe essere fatale e mettere in moto una catastrofe economica mondiale simile a quella scoppiata a partire dal 1929.

In questa fase di crisi occorre dunque ripensare non solo al ruolo delle economie e degli Stati (come fanno gli “specialisti” al soldo dei vari regimi) ma, soprattutto, è necessaria una nuova politica che affronti al contempo la violenza e l'esclusione prodotte dalla globalizzazione, la violenza del terrorismo e del fondamentalismo e quella della guerra. Immaginiamoci quanto sarebbe diverso il mondo se si basasse su una filosofia di reciproca interdipendenza, invece che sulla filosofia attualmente dominante per cui l'esistenza dell'altro è vista come minaccia alla propria.

In un'epoca come la nostra, in cui l'essere equivale all'avere, è tempo che l'uomo si sforzi non solo di uscire dalla empasse dell'universo finanziario ma, soprattutto, che avvii un processo di ripensamento radicale di se stesso, del suo rapporto con l'altro e con il mondo circostante. Se, infatti, gli amanti riescono ancora ad amarsi, i poeti a poetare, i filosofi a muoversi tra le nebbie fenomenologiche della Foresta Nera, ciò che è realmente in crisi non è la capacità dell'uomo di esprimersi singolarmente, ma quella di declinarsi pluralmente, così come quella capacità di mantenere un equilibrio tra unità e pluralità.
Ecco perché attuali e dense di significato suonano le parole di Hanna Arendt, la più acuta pensatrice politica del XX secolo:


Ciò che è andato storto è la politica, ossia noi
in quanto esistiamo al plurale – e non ciò che possiamo fare o produrre, esistendo al singolare”.[5]






[1]             Raul Vaneigem Né vendetta né perdono. Giustizia moderna e crimini contro l'umanità, Eleuthera 2010, pag. 18
[2]             È ormai noto che la crisi del 2008 sia nata negli Stati Uniti e sia stata causata da un eccessivo ricorso al debito. Come ci ricorda Ottone Ferro nel saggio Una lettura dell’attuale crisi finanziaria e i suoi riflessi sulla economia reale pubblicato sulla rivista scientifica on-line Agriregionieuropa anno 5 n°18, Settembre 2009, “l’aumento del debito è stato reso possibile con il ricorso ai subprime, ossia ai derivati da un primario contratto finanziario e la maggiore responsabilità ricade sulle cinque più grandi banche di investimento […]”
               https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/issue/31/agriregionieuropa-anno-5-ndeg18-set-2009
[3]             Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent'anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che dominano nella Germania cólta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava Spinoza: come un “cane morto”. Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, con il modo di esprimersi che gli è peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico”. K. Marx, Il capitale, libro I, Editori Riuniti, Roma, 1964, pagg. 44-45
[4]             G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, Prefazione, pag. 13, La Nuova Italia editrice, Firenze, 1979.
[5]             Hanna Arendt, Von den Wüste und den Oasen. Fragment 4 (conclusione di una conferenza tenuta nella primavera del 1955 all'Università di California, Berkeley).