domenica 21 luglio 2019

Da Genova, destinazione nuovo mondo di Paolo Ranieri 2001






Prefazione


all'uguaglianza alla fiducia che si può cambiare
per quanto duro è prendere coscienza d’essere al mondo e non saper che fare Fare di tutto il mondo un carnevale  dove ci s'abbandona con languore  dove diverso è il senso dell'uguale
e in ogni gesto il vecchio mondo muore
Da quella prima locomotiva E dal primo sciopero operaio nel paese dove sono nato
la città del mare e dell'acciaio (Roberto Ballerini “La prima locomotiva”)



Qualche decennio fa, quando ancora partivano i transatlantici da Ponte dei Mille, in tutte le agenzie di viaggio si poteva vedere affisso un grande manifesto, nello stile già datato di Dudovich: sopra una composizione di prore, flutti e tricolori, campeggiava una grande scritta “Da Genova, destinazione Nuovo Mondo”.

Questo libro era stato inizialmente concepito come un “instant- book”.
Forse, di questo proposito originario i lettori più attenti sapranno rinvenire traccia in alcuni contributi.
Tuttavia, per quanto si possa essere convinti della necessità di uscire dalla morsa della contemporaneità, della tempestività, risulterà a tutta prima difficile ammettere la possibilità di un istante talmente esteso e, per così dire, indefinito.
Nostro obiettivo, nel raccogliere documenti, testimonianze e analisi, pareva, allora, quello di contribuire alla verità di quanto a Genova era appena accaduto, smentendo così le  falsificazioni degli spacciatori di memoria prefabbricata. La battaglia fra la falsificazione e la verità, che ha sempre



accompagnato la storia dei tentativi di azione libera e di vera e propria liberazione umana, per la prima volta era principiata in assoluta contemporaneità con gli eventi cui si riferiva. L’azione esplicita sulla strada e l’opera di esplicitazione della sua coscienza, dire la verità e agire direttamente, dovevano divenire un unico processo. La pressione dei meccanismi di alienazione e di falsificazione – pervenuti a un grado di capillarità mai conosciuto prima – imponeva un grado di radicalità ugualmente efficace. Come era prevedibile, la capacità di distinguere il senso degli eventi mentre li si andava costruendo, non sempre è stata pari a quanto sarebbe stato desiderabile. Pur tuttavia l’autenticità ha saputo trovare i propri strumenti, inventandoli, o riprendendoli dalla storia ormai lunga dell’emancipazione umana.
Per vari motivi, l’istante è passato.
Il primo, e non il meno nobile, è senza dubbio la pigrizia dei partecipi del progetto, e prima di tutto mia personale: una pigrizia composta uniformemente di un’inerzia del corpo come pure di una difficoltà e quasi di una ripugnanza di farsi carico fino in fondo della costruzione di un’opera, e di condurla a compimento. Ma anche di una cauta attenzione di fronte alla difficile decifrazione di segnali complessi e suggestivi, ma anche tali da appiattirsi muti e indecifrabili a fronte di qualsiasi volontaristica semplificazione. Si può dire che, poiché i posti di chi aveva capito tutto subito, erano già occupati, ci si è dovuti rassegnare a prendere del tempo per una riflessione a partire da una prospettiva più ampia.
Un ben più duro colpo al miraggio di poter suonare il tamburo dell’attualità, lo ha inferto l’accelerazione forzata che l’11 settembre ha imposto alla percezione della realtà, contribuendo a precipitarci tutti in una sequenza di storia premasticata e confezionata dove più o meno tutti, inclusi gli infelici kamikaze, appaiono spettatori. E gli unici che non sono stati spettatori ma artefici del proprio destino, i passeggeri ribelli del quarto aereo (che poi forse non è stato il quarto, o forse non sono nemmeno



mai esistiti), vengono lasciati da tutti all’oblio della loro sorte disgraziata. Con le torri, una polvere di passività – non meno mefitica della polvere d’amianto che in pochi anni finirà per uccidere più newyorkesi del crollo vero e proprio – si è sparsa per il mondo, restituendo fiato a tutti i mediatori e a tutti i prevaricatori: la speranza levatasi da Genova, di una ripresa dell’agire storico, non poteva essere ricacciata indietro e schiacciata con maggiore potenza. L’occasione di riprendere il destino precisamente dove l’avevamo lasciato, la sera del 21 luglio, è andata perduta sotto le pire giganti di Manhattan. Anche se viene da chiedersi: a quali vertici di distruzione dovranno pervenire, la prossima volta, per costringere a un nuovo arresto il corso della libertà?
Così, la forza dei nostri nemici e un concorso infausto di circostanze – ma lo sfruttamento compiuto delle circostanze è sempre appannaggio di chi ha saputo imporre il terreno che meglio gli conveniva - ci hanno ridotto una volta ancora a renderci custodi della storia e della memoria. Anche se raramente una circostanza si é presentata più propizia.

Perché un evento partecipi della costruzione della storia, occorre che sia memorabile, e non permetta ritorni al passato: che costituisca uno spartiacque oggettivo fra il passato e il futuro.
In quale misura i tre giorni di Genova hanno presentato queste caratteristiche? E se le hanno presentate, qual è il segno che essi hanno apportato alla storia, tale da arricchire e modificare la nostra percezione dei tempi?
Diciamo subito che, per chi era lì, e forse anche per molti che hanno seguito i fatti da lontano, queste giornate potranno assai difficilmente essere scordate o confuse con altre simili, che pure tanti avevano già vissuto e auspicabilmente vivranno in futuro. Una grande città interamente attraversata dal fuoco del non ripetitivo, del non ciclico, del non commerciale, del gratuito, dell’inventato, è cosa non riconducibile agevolmente agli



equilibri della contemplazione sociale, e di sicuro gli organizzatori sono pentiti d’averla posta a nostra disposizione, in questo stato di sospensione non già dello stato di diritto, come si lagnano i cani da grembo della querimonia rispettosa, ma della quotidianità coatta e ottusa. Serrati i negozi, sbarrate le strade, pattugliato il territorio, interdetti gli spostamenti, genovesi di nascita e d’elezione si sono ritrovati ad interrogarsi su tutto ciò che è percepito regolarmente come indiscutibile, come naturale. Si sono interrogati e non l’hanno trovato buono. Una buona metà degli abitanti si era allontanata, proprio per l’orrore che ispirava loro il confronto con la nudità dei luoghi della loro sopravvivenza, spogliati della loro ripetitività ipnotica e rassicurante; gli altri, quelli che erano rimasti e i tanti chiamati e attratti lì da ogni continente, hanno, in mille modi differenti, manifestato quel misto di fascinazione e disgusto che ispirano i cadaveri abbandonati. Il cadavere, in questo caso, della sopravvivenza sociale, esibita nella sua infinita miseria e vanità. A Genova erano convenuti individui mossi da intenti diversi, non sempre dichiarati e nemmeno sempre pienamente consapevoli: chi per protestare sotto le finestre dei potenti, chi per chiedere loro ascolto, chi per chiedere ascolto al mondo, chi per pregare, chi per prendersi qualche rivincita, chi per reclutare e ingrossare le fila del suo partito/organizzazione, chi per fare "comunicazione", chi per distruggere ciò che gli premeva fosse distrutto, chi per vedere se si riusciva a far volgere gli eventi e le situazioni in qualcosa di piacevole e affascinante, chi per “ esserci” in quel che prometteva di convertirsi nell’evento mediatico dell’anno, chi per veder passare magari Agnoletto, Casarini, Susan George o Manu Chao, o – magari – le vere star fatte baluginare (verranno? Non verranno? Si limiteranno a una presenza? O suoneranno qualcuno dei loro pezzi fiammeggianti eppure oscuri?) dai media, neri come la notte, erotici come un sogno, oscuri come un verso, i grandi, i mitici, gli impareggiabili Black Block. Incerti fra la possibilità di dare sostanza alle passioni di così tanti, e quella di poter contemplare sé stessi sul



palcoscenico più illuminato del momento, a centinaia di migliaia la chimera di Genova ci chiamava.

Così, a decine e – l’ultimo giorno – a centinaia di migliaia ci si è ritrovati alla deriva, avendo come unici riferimenti i battaglioni catafratti della non-vita nelle mille divise che il delirio burocratico nazionale mette a disposizione per la repressione, il variopinto bazar delle ideologie antiglobali, col suo mix di “qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di rosso” che si direbbe tratto da un giornale di consigli per la moderna massaia: e le pietre, i vetri, i metalli della città inerte. Con tali materiali, davvero poveri, ciascuno ha ricostruito l’ambiente di questi tre giorni. E la diversità e la contraddittorietà dei ricordi la dice lunga sia sulla natura essenzialmente soggettiva di questa esperienza, sia sull’insufficienza di una costruzione collettiva, sia sul parallelo fallimento di una ricomposizione autoritaria della memoria consentita.
In questo senso, e anche questo libro partecipa del medesimo disegno, la memoria e la coscienza hanno assunto forma non lineare ma reticolare, si sono dimostrate incomprimibili alla semplificazione ideologica, malgrado l’immensità degli sforzi operati dai mentitori per conseguire il loro intento. Questa novità, che speriamo la storia a venire venga a confermare e a radicalizzare, deve moltissimo al complesso di sistemi informativi e di discussione in tempo reale, che internet e le radio hanno messo a disposizione. Questa presa diretta ha consentito che, da una parte, i fatti, a distanza di poche settimane, fossero già pacificamente di pubblico dominio, in forma tutto sommato veritiera: questo ha costretto i falsificatori in agguato a ridurre il proprio raggio d’azione al solo terreno delle interpretazioni. Non è poco. E non è poco neppure che questo movimento, mentre ancora si sfilava, o ci si batteva, o si cercava la salvezza, abbia da subito principiato a pensarsi e a dirsi, estraendo teoria da ogni pratica, e viceversa. Molti interventi che citiamo e cui facciamo riferimento, aldilà del loro



specifico contenuto, che magari risente ancora di analisi e di argomenti appesantiti da decenni o magari secoli di teoria sovversiva, sono importanti soprattutto per il fatto di essere stati diffusi contemporaneamente agli eventi cui si riferivano.
Se procediamo verso un movimento senza capi, lo dobbiamo anche alla crescente possibilità, per ciascuno, di confrontare pubblicamente il senso di ciò che fa, mentre lo sta facendo, di affrontare in prima persona «una nuova narrazione del mondo»…
A Genova la teoria e la prassi si sono incontrate e rispecchiate: per scoprirsi, indubbiamente, insufficienti entrambe.
Eppure, chi era lì, e ha potuto vedere Genova bella come mai l’aveva veduta, come chi, da lontano, ha saputo trarsi d’impaccio nel labirinto dei media, ha percepito, con emozione ed angoscia, il riaffacciarsi del tempo storico.
Genova è stata, in questo senso, la prima grande sommossa “situazionista”. Il suo limite, il limite che ne ha permesso la parziale sterilizzazione, si situa precisamente nel fatto che questa situazione è stata tuttavia ricevuta, colta al volo (e, per molti aspetti, “acquistata”) già confezionata, e non costruita autonomamente e coscientemente. E, come rileva Sergio Ghirardi, “ In situazioni casuali si incontrano degli individui separati che si muovono a caso. Le loro emozioni divergenti si neutralizzano, mantenendo il loro solido ambiente di noia”.
In quel momento della scrittura in cui un tempo si cercava l'esplicazione, io voglio ormai che ci si trovi il regolamento dei conti: se questo libro avrà un senso, esso lo potrà trovare unicamente al di fuori del campo della lettura e della scrittura. Il suo successo non si misurerà sui borderò delle case editrici sulle pagine di critica dei giornali e tanto meno nei talk show del pensiero predigerito. Ma per le strade, quelle di Genova, da cui ha preso le mosse, e quelle simili di ogni altra città del mondo,

Così, queste parole che Vaneigem scriveva alla vigilia del primo grande tentativo collettivo di fuoruscita dalla vita quotidiana, e



che allora parevano riferirsi solo a individui impazienti e isolati, oggi risultano ben diversamente attuali.
“Sono i miei gesti incompiuti quelli che vengono a ossessionarmi, e non l'avvenire della razza umana, né lo stato del mondo nell'anno 2000, né il futuro condizionale, né gli orsetti lavatori dell'astratto. Se scrivo non è, come si dice, "per gli altri", né per esorcizzare me stesso contro i loro fantasmi! Io annodo i capi delle parole uno dopo l'altro per poter uscire dal pozzo dell'isolamento, dal quale bisognerà bene che gli altri mi tirino fuori. Io scrivo per impazienza e con impazienza. Per vivere senza tempo morto. Degli altri non voglio sapere nulla che a tutta prima non concerna me stesso. Bisogna che essi si salvino da me come io mi salvo da loro. Il nostro progetto è comune. È escluso che il progetto dell'uomo totale possa mai basarsi su una riduzione apportata all'individuo. Non esiste castrazione più o meno valida. La violenza apolitica delle giovani generazioni, il loro disprezzo per i reparti a prezzo unico della cultura, dell'arte, dell'ideologia ne sono la conferma nei fatti: la realizzazione individuale sarà l'opera del "ciascuno per sé" collettivamente inteso. E in maniera radicale.“ "



2.  ZONA ROSSA (Lontano da dove?)


Tutti, in un modo o nell’altro, siamo stati testimoni di questa strana doppiezza per cui la possibilità di scegliere tra una vasta gamma di prodotti va di pari passo con nuove orwelliane restrizioni dello spazio pubblico (…) esercitando una sorta di attrazione gravitazionale che James Howard Kunstler descrive
come la “geografia del non-luogo”.
(Naomi Klein)

Il fatto nuovo della politica che viene è che essa non sarà più lotta per la conquista o il controllo dello stato, ma lotta fra lo stato e il non-stato (l'umanità)....Poiché lo stato, come ha mostrato Badiou, non si fonda sul legame sociale, di cui sarebbe espressione, ma sul suo scioglimento, che vieta. (Giorgio Agamben)

Dappertutto l'urbanistica ti opprime, dietro le sbarre della prigione, dentro le caserme, dentro le scuole. Dovunque le telecamere ti osservano, dovunque ti offrono illusioni, sugli schermi della tv, dentro i night club e nei centri commerciali. Dovunque i soldi sono adorati, dentro le banche e nella borsa valori, dentro i palazzi di governo e le ambasciate, dovunque i poliziotti respirano e i giornalisti strisciano...

Volantino “La zona rossa è ovunque” firmato con A cerchiata

Salonicco, giugno 2003

La combinazione di promesse, minacce, avvertimenti mafiosi e proclami con cui le giornate del G8 erano state annunciate, aveva suggerito a più d’uno che, grazie all'insipiente sospensione della normalità operata dai governi in preda a



delirio di onnipotenza, davvero a Genova si sarebbe potuto produrre l'avvento di quel mondo alla rovescia, in cui consiste il segreto del carnevale.
Sospesi la produzione (ditte, uffici serrati) e il consumo (botteghe sbarrate), il turismo (né stazioni, né porto – tre milioni di dollari il danno economico della serrata, se si presta fede alle stime degli esperti - né aeroporti, posti di blocco per tutti i cantoni) e lo svago (chiusi cinema, rinviate mostre e concerti, chiuse scuole e chiese e campi sportivi e bocciofile), nel nulla imposto che smaschera il nulla reale celato sotto l'andirivieni incessante della quotidianità coatta, ecco che hanno modo di riemergere i viventi.
A condizione, beninteso, che alla sospensione dall'erogazione di merci e di ideologie da parte dei potenti, non provvedano a supplire l'autoproduzione e l'autovalorizzazione di ideologie (e anche di merci, con i banchetti equi e solidali, i wurstel e crauti del proletariato, le salamine della classe operaia, i kebab del terzo mondo in marcia) da parte degli impotenti, antagonisti immaginari e veri concorrenti alla spartizione del cadavere del mondo. Lo smascheramento della connivenza strategica fra gli uni e gli altri, era perciò la condizione, quindi, perché accadesse ciò che io stesso, alla vigilia, avevo previsto con queste parole “Ma se, come é verosimile, la sostanza di migliaia di persone vere sarà ingestibile per gli ammaestratori di fantasmi, può uscirne qualcosa di non banale, il principio della festa della storia che attendiamo in tanti, da così tanto.”
In tal senso appare davvero opportuno che, malgrado i ripetuti inviti e qualch3e cauto tentativo, quelli che avrebbero operato come Black Bloc a Genova si siano ben guardati, a differenza di quel che si era fatto a Seattle, praga, Nizza, e si sarebbe ugualmente fatto in futuro, dal definire tattiche coordinate con il Genoa Social Forum

Ma perché questa inversione di rotta possa principiare a cogliere i primi frutti, è necessario, innanzi tutto, riflettere come



questa nuova tappa verso lo spossessamento totale e visibile (totale lo era da tempo), rappresentata dalle zone rosse, sia il proseguimento diretto di una lunga serie di incursioni a danno della libertà individuale e collettiva: da quelle vergognose operazioni di chiusura del traffico con argomenti estetici, ecologici, urbanistici, commerciali, alle crescenti operazioni di controllo del movimento pedonale ed automobilistico con giustificazioni sicuritarie, fino alle deportazioni, recentissime e sepre più numerose, di quartieri urbani o di intere città in Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, per sperimentare tecniche di protezione civile, disinnescare bombe d’aereo, provare l’efficacia dei sistemi di evacuazione in caso di catastrofe. Ma chi, ammonito da Benjamin, sia consapevole di come la catastrofe sia già avvenuta, riconosce che questa intromissione crescente nel ritmo delle vite individuali e insita nel concetto stesso di progresso, nella nozione mostruosa di «governare le emergenze», si è da tempo convertita nel produrre un vero e proprio calendario delle emergenze per meglio governare.
le giornate oltre che di proibizioni, si riempiono di obblighi, di adempimenti, di fioretti alla divinità sociale di cui lo stato é l'officiante, il carabiniere il sagrestano burbero, ma a fin di bene. Già oggi, chi fissa le date per manifestazioni ed assemblee, incomincia ad avvertire “salvo blocco del traffico”: l’ambito di ciò che richiede un’autorizzazione preventiva per essere fatto si estende giorno dopo giorno. Lo stato assalta alla baionetta l’ambito privato, nel nome della cui salvaguardia lo spazio pubblico era stato da tempo polverizzato, mostrandone la povera autonomia residuale. Ognuno vive salvo contrordini dell’autorità, in uno stato d’assedio permanente, nel quale si permettono delle soste unicamente per raccogliere i propri morti, come negli ultimi giorni di Cartagine .
L’architetto Haussmann aveva sventrato Parigi per difendere da rivoluzioni future un governo espresso precisamente dalle forze vittoriose della rivoluzione precedente. E i cosiddetti antagonisti che oggi strepitano, ieri erano e domani saranno o potrebbero



essere favorevoli ad analoghe misure, per ragioni di sicurezza, per la pubblica salute, per imprecisati interessi generali, filantropici, sociali, che non solo non é dato discutere, ma neppure conoscere. O magari – come accadrà proprio a Genova, dove ci sarà fra gli organizzatori chi si lagnerà della polizia che avrebbe mancato ai propri compiti - per difendere sé stessi dai sovversivi.
Gli amici dei divieti perciò, sono essenzialmente solidali fra loro, anche quando propugnano divieti contrapposti. In definitiva, lo stato racchiude e riassume in sé tutti i divieti possibili, tanto attuali quanto potenziali, giacché fin dal primo istante vieta la libera espressione delle volontà individuali
Non è possibile intravedere un futuro per questo movimento che nasce, senza il ripudio definitivo della sottomissione delle libertà individuali agli interessi collettivi, astrazione maligna di cui finisce fatalmente per incaricarsi un ceto di specialisti del potere. Rileva opportunamente Claudio Fausti in “Il Vaso di Pandora”: “la mia (…) rabbia (…) si nutre da tempo della convinzione che i "privilegi di classe" non siano superabili puntando ad un aumento organico delle "coesioni sociali", in una crescita dell'organicità sociale come tale, in un plus di società se volete, pur regolata ed integrata, ma in un "meno", in un sottrarre….”
E Hakim Bey avverte:” …solo il desiderio offre un principio d'ordine e perciò l'unica possibile società (come Fourier aveva capito) è quella degli amanti."

Ma, se queste kermesse della prepotenza (WTO, Nato, G8, Tebio, FAO, Banca Mondiale…) che negli ultimi si erano moltiplicate in forma esponenziale, avevano, fra gli altri fini, quello di misurare a quali picchi massimi di manipolazione e di sottomissione – in una parola, di socializzazione - gli esseri umani potessero essere impunemente esposti, la risposta è venuta e non è, dal loro punto di vista, incoraggiante.



La violenza dispiegata a Genova da decine di migliaia di non sottomessi, la reazione fulminante al delirio concentrazionario dei governi, ha rammentato che la passività sociale si mantiene reversibile, grazie a quella che Marx chiamava "la parte cattiva che produce il movimento della storia, istituendo la lotta".



3.  VANDALISMO (Eccoli)


Sedere in un drugstore, con lo sguardo perduto nel nulla, annoiati, bevendo un caffè senza sapore? Oppure, forse, farlo saltare o bruciarlo?»
(The Angry Brigade)

«Chi incendia, sta dando fuoco alle sue passioni»
(Nosferatu, lista libertari)

“Ormai la vita del prodotto fabbricato è di colpo volontariamente accorciata. Esso non è più durevole ma effimero, il suo consumo non è più differito ma immediato. Ciò che è solido e stabile ha cessato di essere desiderato e gli americani hanno creato anche un’espressione che designa questi prodotti garantiti senza durata. In relazione a questa situazione, ci sembra che il vandalismo sia semplicemente un
consumo come un altro” (Asger Jorn Selvatichezza, barbarie e civiltà)

Il Black ha catalizzato" le angosce emergenti nell'evento”…."efficace" o meno che fosse, la loro azione rappresentava una minaccia psicologica: bruciavano tutto quello che una persona normalmente compra per rendersi gradevole la vita..
(Black Jihad – lista movimento 10 giugno 2002)

Scrivere "Il problema reale è che siano individuati i mandanti e gli esecutori di azioni teppistiche" è roba Unità dei tempi del compromesso storico. Quando si cercava di ridurre le occupazioni delle case, delle università, gli espropri a un problema di mandanti di un più generale complotto, oggettivamente colluso con la Dc più retriva (che poi era l'alleata del Pci). Caro Paloscia se uno sfascia una vetrina ha



un mandante facilmente individuabile: se stesso. Se leggi queste righe ti assicuro personalmente che entrare in un negozio e portar via quel che puoi, rimpiangendo di non avere tre mani, e partecipare a quel rito del declino della merce che è il saccheggio è un sentirsi liberi, emancipati e felici come poche altre cose nella vita. Ed è una scuola di vita: chi ha imparato a prendersi la libertà difficilmente se ne dimenticherà o cercherà di negarla agli altri.
Nella speranza che tu sia abbastanza giovane da poterti mettere un bel cappuccio nero in testa e da non rimpiangere anni perduti ti saluto.
da Indymedia, 5 10 03 PECCHIOLI SI NASCE – Enemy at the Gates

"Come lo splendido e grandioso incivilimento romano fu distrutto dalle orde tremende dei Vandali, degli Eruli e degli Unni, credo che l'incivilimento nostro, di cui non senza ragione meniamo gran vanto, potrebbe essere distrutto da orde di barbari interni, formate da proletari appassionati e sedotti dalle fallaci ma seducenti teoriche del comunismo. Già il pericolo di un simile sconvolgimento ha minacciato ben da vicino la società europea".
(Gustavo di Cavour, allocuzione al Parlamento Subalpino, 1854)

La mattina del 20 il nichilismo allegro dei vandali diede la nota d’avvio al ripresentarsi atteso e temuto della storia vissuta e non subita.
Lungi dal radere al suolo ogni cosa, come avrebbero fatto di lì a poco gli armigeri statali, si videro i «distruttori» convenuti a Genova dai cinque continenti, condursi con l’accuratezza e la
«professionalità» del bonificatore, del derattizzatore, del disinfestatore, smontando qui una grata, demolendo là la sede di una società finanziaria, bruciando agenzie d’assicurazioni e banche un po’ dappertutto banche e, appena più oltre, ponendo



a disposizione di tutti bevande e cibi rinchiusi nei supermercati, snidando ad uno ad uno i simboli dell’abbondanza di merci e dell’assenza di vita vera. I loro metodi, visti in azione a Genova, hanno richiamato una critica dell’urbanistica, che meriterebbe di essere inscritta in un’antiarchitettura, fondata su una correzione passionale dell’esistente di sapore fourieriano. «Una vetrata di un megastore diventa una fessura attraverso la quale passa una ventata di aria fresca…la facciata di un palazzo diventa una bacheca per registrare idee illuminanti per un futuro migliore» avevano scritto dopo Seattle dimostrando che la loro azione spontanea non era bensì casuale. Chi brucia, infatti, non é mai isolato da qualunque contesto – come spesso si afferma da parte dei mille detrattori interessati – ma partecipa ad una catena di incendi che dura ininterrotta da secoli e che illumina ogni regione del mondo e ogni epoca della storia.
A quei primi “Fiori velenosi venuti solo per sfasciare”, col procedere delle ore e delle violenze, si aggiunsero a migliaia, impegnati in una disperata autodifesa o, più semplicemente, trascinati da quello che è stato definito «il carnevale permanente dei proletari». gente incazzata, sospesa fra lo schifo che ispira l'arredo di una città comntemporanea, in quanto ritratto somigliante della vita che vi si conduce, e l'urgenza di smontare questa costruzione odiosa e inutile che é la società per rimodellare con i suoi cocci una civiltà nuova.

Incapace di vedere altro che una teppaglia neoluddista la dirigente di ATTAC, Susan George, si affrettò a dichiarare: "A causa di qualche cretino ingestibile, ci prendono per anticapitalisti primari e antieuropeisti violenti. Queste violenze anarchiche sono più antidemocratiche delle istituzioni che pretendono di combattere”. Nel gennaio 2002, la stessa avrebbe illuminato meglio la propria concezione di democrazia, ringraziando pubblicamente Bush per i bombardamenti con cui si liberava l’Afghanistan dai Talebani.
Sempre, fin dai tempi di Spartaco, una rivoluzione appare



barbara, antisociale, violenta e antidemocratica; e tale in effetti è, non solo ad opera delle sue frange, ma nella sua sostanza, giacché spezzando l'involucro sociale, abbatte il principio del potere della maggioranza sugli individui, riaffermando il potere di ciascuno su sé stesso e sul proprio mondo. È difficilissimo ipotizzare un affrancamento dall'impotenza sociale che non preveda questo viaggio, sia individuale sia collettivo, al fondo della notte...
Infatti, come recitano gli antichi a proposito della proprietà, che è la radice del potere della società fondata sulla separazione e l’alienazione, il potere è potere di usare e di abusare. In poche parole, è libertà di scegliere quale uso fare di ciò che esiste: per questo la libertà tende regolarmente ad esprimersi preliminarmente in forma distruttiva, proprio per segnare l’affrancamento di chi opera dalle norme vigenti su quanto sia uso e quanto abuso, per segnalare che è entrato in vigore un nuovo criterio, che un nuovo soggetto si è presentato per decidere.
Quando si distrugge, è esplicita l'idea che quegli oggetti sono in nostro potere, quindi sono NOSTRI. Affermando il massimo del diritto di proprietà, il diritto di abusare di ciò che è nostro, di gettarlo via, si distrugge la proprietà. E quindi distruggere, come no? ma sapendo che un oggetto che prima aveva un uso, poi non ce l'avrà più. Può essere spesso un bene, beninteso. Bruciare un McDonald migliora di sicuro la qualità media del vitto in una certa area: ancor meglio bruciare una piantagione transgenica, un istituto di ricerca, una chiesa. Le automobili viceversa rispondono efficacemente all’esigenza cui  pretendono di dare una risposta, ed è semmai questa esigenza che richiede d’essere indagata: penso che convenga distruggerle solo laddove servono meglio da distrutte, per esempio in una barricata. In genere poi quella di colpire le macchine belle per salvare i catorci, credo corrisponda a un'idea davvero cretina di lotta dei poveri contro i ricchi, quando i ricchi, le persone cioé che godrebbero di questo mondo, sono



estinti da tempo. Quelli che oggi si chiamano ricchi dispongono più che altro di un superiore accumulo di merci povere, di zavorre, di prove della loro confidenza gaglioffa con la merce

Questa proposizione consiste nel costruire concretamente delle atmosfere momentanee della vita, spingendo quest’ultima verso una qualità passionale superiore. In questa costruzione si manifesta la volontà di mettere a punto un intervento ordinato sui fattori complessi di due grandi componenti in costante interazione: lo scenario materiale della vita ed i comportamenti che esso produce e che lo sconvolgono.
La concezione situazionista di una « situazione costruita » non si riduce ad un impiego unitario dei mezzi artistici concorrenti a creare un ambiente, per quanto grandi possano essere l’estensione spazio-temporale e la forza di questo ambiente. La situazione è contemporaneamente un’unità di comportamento nel tempo.
La situazione costruita è dunque un momento della vita, concretamente e deliberatamente costruito attraverso l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di avvenimenti.
Essa è fatta di gesti contenuti nello scenario di un momento. Questi gesti sono il prodotto tanto dello scenario che di loro stessi. Producono altre forme di scenario ed altri gesti.
Ciascuno di coloro che partecipano a quest’avventura deve ricercare quello che ama, ciò che l’attira, ma il compimento reale dell’individuo passa necessariamente per il dominio collettivo del mondo; prima del quale non esistono ancora individui ma solo ombre che assillano le cose date loro anarchicamente da altri.
È nelle questioni della vita quotidiana che si percepisce in maniera più netta fino a che punto ogni uomo individualmente è il prodotto della situazione e non il suo creatore. La costruzione di situazioni vuole rovinare queste condizioni, facendo apparire in qualche punto il segnale incendiario di un gioco superiore.



L’arte può allora smettere di essere un rapporto sulle sensazioni per diventare un’organizzazione diretta di sensazioni affinate nella loro qualità. La direzione effettivamente sperimentale dell’attività situazionista favorisce lo stabilirsi, a partire da desideri più o meno nettamente riconosciuti, di un campo di attività temporaneo favorevole a questi stessi desideri. Ciò soltanto può portare chiarimento ai desideri primitivi e favorire la comparsa di nuovi desideri, la cui radice materiale sarà precisamente la nuova realtà costituita dalle costruzioni situazioniste.
Sergio Ghirardi.- Appunti per un libro sull’IS

La libertà contiene la libertà di devastare, incendiare, saccheggiare: semmai, chiediamoci perché lo si fa così di rado, così superficialmente, e soprattutto si fa solo quello, quando le libertà sarebbero e sono infinite come le passioni. Fra la passione di creare e la passione di distruggere esiste solo un'oscillazione, che distrugge il potere
Ciò che fai libera (per momenti brevi, da principio) spazi e tempi, di questi tempi e questi spazi molti possono profittare per agire, e avanti così. Per pervenire a questa possibilità di azione libera che scatena le passioni del mondo, occorre farsi capaci di costruire situazioni (e non solo affastellarne pezzi sparsi com'é stato a Genova), attrezzandosi e - prima di tutto e sopra tutto - parlando e ascoltando. Se anche solo questo, di avere spinto milioni di persone a cercare insieme domande e risposte, fosse l'esito di Genova (perché tutta l'Italia si interroga, e forse tantissimi pure altrove) e delle sue vetrine rotte - perché converrai che le stesse persone che sfilavano in piazza non avrebbero fatto parlare nessuno e neppure sé stesse - a me parrebbe un esito buono. Migliore sarà se sapremo dirci cose memorabili e saremo capaci di rammentarle e riprenderle.

Trovo che il vandalismo sia sopravvalutato da molti compagni, a fronte di altre azioni possibili ugualmente soddisfacenti, tipo il



sabotaggio di macchine e installazioni, la scritta murale, i boicottaggi di lezioni, conferenze, convegni, consigli l'amministrazione, l'incendio doloso, etc
Perché alla prossima Genova, che dovremo inventare (perché dubito ce ne serviranno una pronta, dopo la recente esperienza) si possa agire con la leggerezza e la sveltezza dei Blacks, ma con la capacità di andare ben oltre qualche devastazione ripetitiva e consolatoria.
non penso che I Black Block abbiano svegliato qualcuno - questa é la loro illusione, non la mia. Ho detto che Genova viene ricordata a causa loro. Francamente io credo che tu ti   sia svegliata perché eri stanca di dormire e facendo dei brutti sogni per di più, come tanti e tanti altri. Che poi Genova a questi tanti abbia regalato una colonna sonora, é un'altra cosa. Ma il film ciascuno se lo deve costruire da sè, con la fatica anche che ciò comporta
Esposto alla mazza e alla benzina del distruttore, ciò che c’è non può pretendere più a lungo di essere «ciò che è stato, è e sempre sarà», riprecipita nel gorgo darwiniano della storia dove sopravvive il più adatto e ciò che esiste ora si batte ad armi pari con ciò che vuole nascere ed affermarsi, o con ciò che è stato e pervicacemente resiste e ritorna.
Chi leva il capo per ammirare le città che ha contribuito ad incendiare, forse domani sarà costretto nuovamente a chinarlo ma mai più lo chinerà così facilmente, così «naturalmente» come prima. In questo senso l’atto violento che spariglia oggetti e significati provvede a sciogliere dall’incantesimo sociale, esercita la funzione dello schioccar delle dita con cui il mesmerista pone termine all’ipnosi. Risveglia dal cattivo sogno dello spettacolo, in cui le merci ripetono senza posa la loro macabra danza. Ogni gesto iscritto in questo registro, per quanto significativo, rimane tuttavia niente più che uno schiocco delle dita, povero e strumentale. Interrompe, è vero, il flusso metabolico del lavoro e del consumo ma in una forma che si mantiene «al grado zero» della critica della vita quotidiana.



Infatti, non già la violenza è ludica e bella, ma l'autoliberazione che può accompagnarla; senza di essa la violenza diviene coazione a ripetere, assorbita nella ciclicità fantasmagorica del tempo sociale, si aliena dalla storia: e non riesce a trascendere la figura dell'ultras, che, grazie all’esplosione domenicale, finisce semplicemente per accumulare migliori forze per sostenere la propria condizione alienata, in cui sta per rientrare nel seguente, inevitabile, lunedì.
Va detto che contrapporre creazione e distruzione (fra cui sussiste una sola oscillazione, come ci ammonisce la teoria) ha senso solo per chi abbia deciso di castrarsi in una prospettiva utilitarista, che si limita a valutare le azioni in base al vantaggio che procurerebbero, vantaggio definito in base a degli aprioristici criteri universali. In effetti, chi incendia una città, distrugge quel luogo che essa era e crea al medesimo tempo un nuovo habitat di rovine e di materiali liberi, adatti a nuovi usi e a diversi sogni. Chi lancia gli aerei contro le torri distrugge un gigantesco luogo di lavoro e costruisce Ground Zero, un nuovo gigantesco luogo di lavoro. Sia il processo mercantile sia il vandalo infaticabilmente distruggono e ricostruiscono o, meglio, giacché nulla davvero si crea e nulla si distrugge, trasformano. Oggi, risulta chiaro che nessuno sarà mai capace di essere vandalo in un’intera esistenza votata a tal fine, quanto lo sia il capitalismo in una normale giornata di produzione. Il confronto rimane bloccato al rinnovato trionfo della produzione di massa di distruzione, a fronte di una distruzione artigianale, operata a mano. Quindi, occorre avere la coscienza che distruzioni anche su vasta scala non possono essere un obiettivo interessante per chi operi nel senso del superamento delle condizioni di sopravvivenza in atto. Né dal punto di vista pratico né dal punto di vista simbolico, perché su ambedue i piani l’organizzazione sociale è già compattamente padrona del campo. Né la distruzione dell’una o dell’altra delle vestigia di queste società, ispira facilmente solidarietà: chi più chi meno tutti percepiscono semmai l’esistente come attraversato da un eccesso di



distruzione e di perdita di ogni capacità di durare. È proprio perché il mondo si presenta così fragile e caduco, che gli individui si volgono a un’intimità assurdamente votata alla durevolezza, incentivando deliri religiosi e relazioni blindate. Così, il crollo di edifici orribili e odiosi tuttavia trasmette piuttosto la rassegnazione abbrutita e schiamazzante degli ultimi giorni di Pompei, che il piacere di vedere il mondo restituito a una forma umana. Il lavoro ed il consumo ci hanno resi troppo simili alle cose perché la loro morte non ci faccia stringere il cuore, rinviandoci alla visione del misero destino cui siamo stati condannati.
Perché chi distrugge affermi efficacemente la propria signoria sulle cose che lo circondano, non può non chiamare sé stesso e ognuno alla responsabilità di edificare. Ma questo appare verosimile solo in un'ottica pubblica, di una "comunità adulta", che metta a disposizione della pratica della libertà spazi e tempi maturi e complessi. Infatti, se ci si soffermasse a riflettere che, nelle luci delle botteghe, le vetrine ci separano dalla merce, converrebbe, piuttosto che abbatterle, murarle.
E, simbolo per simbolo, appaiono ben più eloquenti, e perciò censurate a più non posso dai media,le pratiche di sabotaggio consistenti nel bloccare le serrature dei negozi, impedendo per qualche tempo agli individui il mefitico contatto con il veleno delle merci.
A questo proposito converrebbe interrogarsi, ad esempio, sul significato della devastazione dei MacDonald’s. Questi sono, senza dubbio, i terminali di una megamacchina per l’avvelenamento di massa dei corpi e degli spiriti. Tali azioni possono tuttavia condurre – e conducono, ad esempio, nelle interpretazioni di un José Bové – a sostituire l’intossicazione a stelle e strisce della multinazionale con quella eurostellata, pretesa biocompatibile.
Distinguere fra grandi commercianti assimilati a «pescecani»
– e piccoli commercianti – arruolati spensieratamente fra le vittime,  comporta  uno  slittamento  esiziale  della  critica  dalla



merce alla critica dei cosiddetti «eccessi» del sistema mercantile, raccoglie facili e inutilizzabili simpatie nell’universo dei cretini dello «slow food», autoproclamatisi testimoni e conservatori di un piacere di vivere che essi situano nel crescione e nel tartufo, e di una critica presunta radicale che avrebbe per oggetto la panna, la rucola o il gamberetto, miseri status symbol della massa televisiva. "Il capitalismo non sono solo le grandi multinazionali, ma una relazione sociale che si manifesta tanto quanto nei grandi magazzini e simboli (Mc Donald's) come nei piccoli negozi. La distruzione del capitalismo non significa che il mondo sarà trasformato in botteghe locali di venditori cibo biologico, rispettosi dell'ambiente, ma che l'economia e il denaro dovranno sparire nella loro totalità. (Comunicato « Proletari contro le macchine ») "
In effetti, a Genova meriterebbe indagare se siano state più numerose le auto distrutte dai manifestanti o quelle fatte brillare dalla polizia che sospettava celassero delle bombe: ma la giustificazione della sicurezza pubblica pare tacitare tutti, a destra come a sinistra, escluso forse il proprietario. E allora chi si impegna a distruggere l’intero mortifero sistema delle macchine, non potrebbe verosimilmente, molto più verosimilmente di governi corrotti e inquinatori, affermare di agire nell’interesse della salvezza dell’umanità e del mondo? Alla fine ciò che veramente dà fastidio del vandalo, non è la distruzione, sia essa di una Mercedes oppure di una Panda, ma il suo agire in perfetta autonomia, con l’unico mandato che gli proviene da sé stesso. Di non agire né con la giustificazione dell’interesse sociale, né con quella del diritto proprietario.
Se noi ci rendiamo conto della sostanziale identità di costruzione e distruzione, l’una e l’altra semplici punti di vista relativi a una trasformazione, comprendiamo facilmente che ciò che rifiutiamo come “distruttivo” non è più distruttivo di qualsiasi altro atto, ma è semplicemente una trasformazione percepita come abusiva perché non operata dal proprietario legittimo in



base ai codici, e non condotta secondo le leggi e le usanze. La Uno dell’operaio su cui piangono tanti miserabili fessi, è distrutta dai Black Block, e questa appare un’insopportabile violenza. Diversa è l’idea che si avrebbe se la stessa vettura fosse portata a demolire grazie agli incentivi governativi alla rottamazione. In ambedue i casi un’auto funzionante viene distrutta, ma in un caso si tratta dell’arbitrio di quattro forsennati, nell’altro di un valido supporto all’industria automobilistica nazionale. Coloro i quali piangono sulle distruzioni dei vandali, non sopportano la mancanza di rispetto per le proprietà e per le norme

Del pari, la medesima lagna pauperistica che piange sull’ortolano saccheggiato conduce molti offuscati a plaudire all’incendio delle macchine, delle ville, dei palazzi, dei patetici avanzi di un tempo in cui il plusvalore estorto si materializzava in una realtà tuttavia ancora appetibile, per levarsi in difesa del pattume oggi riservato ai proletari, gli edifici in serie, le villette bifamiliari vista-inceneritore, le utilitarie che inquinano il panorama più ancora che l’atmosfera, tutto l’arredo infelice di un’esistenza da schiavi: non ci si rende conto, fra l’altro, che nulla suscita legittimo sospetto e inevitabile irrisione fra le fasce meno ricche di merci miserabili, di questa decerebrata ammirazione per la povertà e per i suoi disprezzabili riti. Da sempre e maggiormente dopo la distruzione di ogni socialità autonoma dal processo mercantile, i proletari aspirano all’abbondanza e ne godono sfrenatamente. Una cosa è sottolineare come l’abbondanza di merci rimanga insoddisfacente rispetto alla ricchezza di una vita libera; altra cosa è predicare le meraviglie dell’austerità, il fascino delle Uno e delle Panda, la virile povertà della tuta e della divisa.
Così come è rovinoso degradare la critica pratica dell’esistente a critica simbolica dei suoi eccessi, meno ancora si può concepire la distruzione come vendetta del povero nei confronti del meno povero, come risentita proclamazione di una



democrazia della povertà del laido e del miserando, dove la Uno prende la propria rivincita sulla Mercedes, ma rimpiangendo nel fondo del cuore quella Trabant che ci avrebbe infine resi tutti felicemente uguali e socialisti.
Una macchina é una macchina: non puoi illuderti di risalire da essa alla vita di chi la possiede. Distruggere é anche un modo per separare la sorte degli umani da quella delle loro proprietà, che invece i codici e lo stato mirano a tenere riuniti, se non addirittura a identificare gli uni con le altre

si crea una penuria indotta e all'originale, si sostituisce la copia degradata, riprodotta in serie, premasticata. Questo é il motivo per cui la fruizione deve sempre di più rarefarsi in contemplazione: perché un unico prodotto, con un unico costo di produzione, possa soddisfare gli appetiti mercantili di un numero massimo di disgraziati. In realtà, si dovrebbe guardare coloro che bruciano negozi e merci con la medesima simpatia che abbiamo per coloro che bruciano le coltivazioni transgeniche, perché é tutta la merce ad essere una mutazione mostruosa e miseranda della realtà se la gente in piazza riesce a inventarsi solo qualche vetrina rotta e qualche macchina bruciata, la soluzione non consiste di impedirglielo in quel momento, ma nell'aver creato situazioni durature e non estemporanee di comunicazione/partecipazione/realizzazione. La guerra si vince in tempo di pace. Quando i sampietrini volano, é tardi: puoi solo ripararti accanto a un muro, o lanciarli a tua volta
Se un oggetto é incatenato e inafferrabile, pare comprensibile il moto che induce ad applicarvi il fuoco: tuttavia, io non solo non suggerisco di accettare acriticamente ma neppure criticamente la pratica di vandalismi simbolici dei BB, per molti versi ancora interna a una pratica politica che reputo tuttavia specialistica, militantistica, e orientata verso una sopravvalutazione degli strumenti mediatici. E molti dei compagni teppisti disorganizzati, che sono stati il motore primo e più radicale delle violenze



genovesi, siano, a loro volta, eccessivamente attraversati da un cortocircuito emozionale che necessiterebbe di trovare un respiro più ampio e più sereno.
Semmai, una volta sgombrato il terreno dalle calunnie, che costringono - fra le altre conseguenze nefaste - a soprassedere a qualsiasi critica, in nome dell’indispensabile solidarietà, merita osservare che le distruzioni sostenute negli scritti di questi compagni, e praticate a Genova, hanno scelto di mantenersi ancora sul piano tradizionale della propaganda con i fatti, dell’azione simbolica intesa a scuotere le coscienze.
Mentre, forse, una parte del movimento reale di cui i BB sono stati parte a Genova, sta già oltrepassando una tale impostazione, nemmeno troppo dissimile da quella propugnata dalle Tute Bianche, avvicinandosi a rimodellare direttamente lo spazio e il tempo, a creare ambiti liberi per una sperimentazione non soltanto distruttiva.
E va detto che furono proprio questi sovversivi senza tamburi e senza bandiera, neppure la bandiera nera, i protagonisti di un episodio importante, anche se da tutti gli specialisti solidalmente abbandonato alla rimozione e all’oblio: l’assalto alle carceri. Un tale atto, infatti, va ben oltre il vandalismo immediato e oltre anche la distruzione simbolica per collocarsi sul terreno dell’affermazione di un altro mondo, un mondo senza galere. Oppure la devastazione operata nottetempo nelle scuole (comunque cento volte inferiore a quella realizzata nella scuola Pertini dai difensori dell’ordine), vere e proprie galere senza sbarre per bambini e giovinetti, che è essenziale d’ora in avanti mantenere nel mirino dei distruttori, nell’intento di inceppare quanto più possibile questa catena di montaggio di cittadini con l’uso dei minori come materia prima.
Io stesso scrivevo, nei giorni immediatamente successivi: “Ma tutto questo può essere detto e analizzato solo DOPO che saranno stati messi a tacere tutti i mentitori schifosi, i burocrati., i recuperatori, i mediatori (da Carta agli anarchici del coordinamento Lupo de Lupis, da Agnoletto a Casarini, da



Rifondazione a Liberazione, al Manifesto, a Radio Popolare, e via scagazzando), che sperano di convertire in valuta pregiata le mazzate prese a Genova, pagando il prezzo di qualche anarchico arrestato e di un intero movimento nascente sputtanato. DOPO che questi filistei saranno stati dispersi e i loro nomi disonorevoli scritti sulle tavole dell'infamia e consegnati all'abbraccio mefitico della sinistra istituzionale, allora ci si potrà confrontare fra compagni e interrogare non soltanto se abbia davvero senso abbruciare e devastare, ma se abbia principalmente senso la manifestazione di piazza, tanto più nelle ricorrenze inventate dal nemico.
Ma lasciateci godere, per ora, questo carnevale dispettoso scatenato sotto i palazzi degli otto non-morti. “

sapevamo benissimo che ci sarebbero state violenze. Ci sono violenze ovunque, continuamente. E sempre di più ce ne saranno. Ciò che ha causato un mezzo disastro a Genova è stato il mix fra "dichiariamo guerra",  "violeremo",  etc.  e  lo  stile sindacale del corteo di sabato, con i pullmann e i gonfaloni dei municipi. La rivoluzione costituisce sempre reato, come ebbe a dichiarare il Procuratore Generale presso la Cassazione, Pascalino: la pretesa di farla passare per un diritto crea solo tragedie e sconfitte.

obiettivamente, é vero che noi manifestanti eravamo fuori legge, sia nelle intenzioni (violare la zona rossa, che era il proposito di TUTTI, era illegale) sia nella pratica (quella di chi devastava, e quella di chi lasciava devastare): ora uno (ad esempio io) può considerare meraviglioso essere dei  fuorilegge, altri (ad esempio molti di Lilliput, che si sono autocriticati parecchio per essersi fatti coinvolgere in una situazione profondamente illegale) lo può stimare terribile. Ma   i fatti sono là: a centinaia di migliaia ci siamo battuti contro la legge e contro lo stato. Molti senza rendersene conto del tutto, nemmeno dopo, credendo di essersi battuti contro una



prepotenza illecita dello stato, non comprendendo che é lo stato a stabilire ciò che é illecito e ciò che non lo é (notare bene che la zona rossa era stata ideata dal governo precedente che si era ampiamente illustrato a Napoli, a riprova del fatto che i governi cambiano, ma lo stato é sempre quello che é). In questo senso le inchieste giudiziarie falsificano ipocritamente il quadro trasmettendo l'idea che non fosse lo stato ad opprimerci a Genova ma le sue forze deviate. Che esisterebbe uno stato giusto ed equo, di cui lo stato reale sarebbe un’approssimazione imperfetta, esposta alle mille insufficienze umane. Che lo stato, in fin dei conti, promani da Dio. E così la legge: per cui, per i codici contingenti, saremmo noi fuorilegge e i poliziotti assassini i difensori della legge; ma per la legge eterna, per la vera giustizia, Carlo Giuliani, lanciando l'estintore, riaffermava e ricostituiva il diritto contro gli usurpatori. E perché questo? per la forza dei numeri: voi G8, noi sei miliardi.
La maggioranza diviene così simile a Dio, principio primo delle ragioni del mondo.
Di qui, come una condanna, ne segue che: male i poliziotti, servi degli usurpatori della maggioranza, ma soprattutto malissimo i vandali senza legge, coloro che hanno attaccato fin dal mattino del 20, senza attendere l'assalto della legge. Malissimo, perché loro, neri e reietti, sono la minoranza. I numeri li condannano.



4.    Azione rivendicativa, azione simbolica, azione diretta (Viviamo il presente con un giorno d'anticipo, perché ci siamo stancati d'inseguire il futuro)


“…tale "violenza simbolica" costituisce, come ha detto qualcuno, l'unico "ufficio stampa alla portata dei dannati della terra", essa è massimamente temuta da quegli apparati di potere che in essa intuiscono la potenzialità di una pratica autonoma di massa in grado di autodeterminarsi sul terreno dell'azione diretta, fuori e contro ogni presuntivo "specialismo bellicistico", fuori e contro qualsiasi autonomia sia della politica che del
militare.” Marco M.

Per lo stato è indispensabile che nessuno abbia una sua volontà; se uno l'avesse, lo stato dovrebbe escluderlo, chiuderlo in carcere o metterlo al bando; se tutti avessero una volontà propria, farebbero piazza pulita
dello stato."
Max Stirner

“…50.000 persone potrebbero raccogliersi insieme e deliberare piani di azione strategica ed organizzativa, in modo autogestito e su base locale - per libera associazione - attraverso reti di gruppi di affinità e di
consigli di portavoce.. Invece, quelle stesse 50.000 persone scelgono di andare a protestare come massa amorfa - cantando, mostrando striscioni, urlando al governo (Usa) quanto è cattivo ed inumano e di smettere di finanziare stati assassini - e praticamente si mettono nell'umiliante posizione dell'impotenza. I dimostranti alla fine assumono il classico ruolo dei "clientes", persone senza potere reale sulle proprie vite che per ottenere qualcosa



deve richiederlo alla classe dirigente. Le dimostrazioni inoltre mostrano una mancanza di creatività; l'unica cosa che facciamo è di cantare le canzoni e ballare le danze dei nostri governanti. Quanto a lungo queste proteste dureranno? Se riuscissimo a convincere altre diecimila persone a protestare, riusciremmo a buttar giù il capitalismo, lo stato e la schiavitù del salario?
Marc Silverstein http://www.dualpower.net

Non fermarsi al sabotaggio e alla destrutturazione, ma sollecitare all'esperienza dell'azione diretta come esperienza dell'eccezionale realizzabile, come fine
dell'azione servile.
Claudio Angelini

“…il suo gesto era virtualmente in tutte le teste. Lui solo lo ha concretizzato, lui solo ha varcato la barriera radioattiva dell'isolamento: l'isolamento interno, questa separazione introversa del mondo esterno e dell'io.
Nessuno ha risposto a un segno che egli aveva creduto
esplicito. Egli è restato solo come resta solo il blouson noir che incendia una chiesa o ammazza un poliziotto, in accordo con se stesso ma votato all'esilio finché gli altri vivranno
esiliati dalla propria esistenza. Non esisterà che una comune dannazione finché ogni essere isolato rifiuterà di comprendere che un gesto di libertà, per quanto debole e maldestro possa essere, è sempre portatore di una comunicazione autentica, di un
messaggio personale appropriato. La repressione che colpisce il ribelle libertario si abbatte
su tutti gli uomini. Il sangue di tutti gli uomini gronda con il sangue dei
Durruti assassinati.



Dovunque la libertà arretra di un palmo, aumenta di cento volte il peso dell'ordine delle cose[...]
Raoul Vaneigem

Il gesto più eclatante È stato l'occupazione della scuola Diaz (l'anno scorso teatro di cruenti episodi di violenza da parte di esponenti non ancora ben identificati delle forze dell'ordine ai danni di numerosi manifestanti) da parte di un gruppo di circa trenta persone guidate da Luca Casarini. La zona È sorvegliata da molti agenti di polizia e della Digos. Il questore di Genova però minimizza: "Si tratta di un gesto simbolico, e lo
consideriamo come tale". Nelle mani dello Stato la forza si chiama
<>, nelle mani dell'individuo si chiama <>.
Max. Stirner

tu stesso, mi par di capire, sei molto attento ai tuoi comportamenti di "consumatore", e in questo magari ci rientra non andare al MacDonald's. Forse anche perchè, da solo, uno è difficile che riesca a fare di più. Magari se capita il giorno che sono con un mio amico ci organizziamo e gli intasiamo i bagni. Capita anche il giono che ci ritroviamo in 10 e ci va di picchettare l'entrata. Quando capita che siamo in 300, bè, io
propongo di sfasciarlo. A Genova eccezionale era chi stava lì per riprodurre i meccanismi di sempre, le rimostranze e le manifestazioni, e non chi adeguava la propria azione quotidiana alle diverse e forse nuove possibilità della situazione; e non erano solo black bloc, che è una cosa
che ci si dimentica troppo spesso. Claudio – Lista libertari 30 giugno 2002

SE     CIASCUNO     PROVVEDESSE     SEMPLICEMENTE     A



LIBERARE SE STESSO, TUTTI SAREBBERO LiBERI...
A parte osservazioni lapalissiane, e in quanto tali sempre un poco imbarazzanti, come la presente, occorre meditare sul fatto che, se il fine e il senso ultimo di una distruzione della società spettacolare e mercantile consiste nella costruzione di relazioni di assoluta autonomia, diretta responsabilità, di ciascun individuo, questo obiettivo può realisticamente realizzarsi solo attraverso scelte e azioni che pubblicamente, collettivamente mettano in gioco i medesimi ingredienti. Per conseguenza, si può operare una distinzione, per molti aspetti arbitraria, fra “rivoluzione” e “dopo la rivoluzione”, solo nel senso di chiamare rivoluzione quei percorsi individuali che, fin da subito, operano nell’autonomia e per l’autonomia, e chiamare “post-rivoluzione” una fase in cui i processi di istituzione della libertà saranno divenuti compiutamente pubblici e collettivi, ed avranno abolito ogni altro istituto al di fuori di sé stessi.
L'essenziale é cercare di sviluppare "azioni esemplari" (azioni, cioè, capaci di PARLARE, ma dotate di un proprio autonomo senso) e non semplici gesti o manifestazioni, destinate a richiedere che ALTRI (di solito lo stato) agiscano.
È essenziale che l’atto violento, il sasso, la bastonata, il fiammifero, svolgano rispetto al momento del confronto e della riflessione, la medesima funzione catalizzante che svolge il bicchiere di vino, o il calumet, o il rito del tè, nelle diverse culture: quella di “bagnar la parola” come si usa dire in Piemonte, di rendere fluida la relazione, di affratellare attraverso una pratica comune. Mentre viceversa, sempre più spesso, si percepisce la parola come esplicazione, rivendicazione del gesto, che, esso solo, rappresenterebbe l’evento reale.
Non giova a nessuno fare un fronte unito che assommi solo debolezze e parzialità Il personaggio che a mani alzate avrebbe potuto raggiungere i cancelli e appendervi uno striscione (e perché non darsi fuoco? con questa storia della non-violenza mal compresa si finisce sempre per identificarsi con il ruolo



della vittima e per raschiare spietatamente il fondo della marmitta dei sensi di colpa) alla fine avrebbe fatto solo un gesto il cui uso sarebbe poi dovuto essere gestito altrove, da opportuni specialisti, attraverso mediazioni politiche, per ottenere qualcosa solo simbolicamente collegabile con lo striscione, il G8, la Zona Rossa. Quindi la separazione fra avanguardia e masse che i fautori dei cosiddetti movimenti di tipo nuovo, che prendono le mosse “dal basso” contestano ai superstiti bolscevichi, cacciata dalla finestra, rientra trionfalmente dalla porta: i ribelli non agiscono concretamente in prima persona (magari proponendosi obiettivi più alla portata della Zona Rossa che nelle condizioni date era un obiettivo sensato solo per chi ricercava la visibilità, quindi il gesto, e non l'efficacia, quindi l'azione) ma rappresentano uno scontro i cui passaggi sostanziali avvengono altrove. Il meccanismo della politica simbolica si insinua ovunque, e trova facilmente la maniera per imporsi e per installarsi, perché ripete e riproduce un meccanismo nefasto e verminoso, ma straordinariamente domestico e quotidiano: quello del lavoro salariato. Attraverso un atto privo di senso in quanto tale, e in particolare per noi che lo compiamo, ma redditizio per altri, questi ultimi ci retribuiranno. L’atto simbolico, come ogni prodotto del lavoro, è insieme utile al quadro complessivo, agli interessi del compratore (nello specifico il compratore si identifica con la borsa dello spettacolo sociale, presso cui il militante si quota) e veicolo di socializzazione (leggi: alienazione e sottomissione) per chi lo compie. Esattamente come l’azione libera concorre alla definizione del mondo, come il lavoro concorre alla crescita della miseria, così la pratica della politica separata estende le frontiere dell’inautentico, perfeziona e radicalizza la separazione perfetta fra ciascuno e il mondo, attraverso la valorizzazione sacrificale del militante.

Con questo non intendo affermare che solo allorché si agisce in massa, questo pericolo non si dà: tutte le rivoluzioni hanno



preso le mosse da un'azione di pochi. Solo, era l'azione giusta al momento giusto. Si pensi solo alla presa della Bastiglia, alla difesa dei cannoni di Montmartre il 18 marzo 1871, alle barricate di rue Gay Lussac nel maggio...Non é questione di avanguardie, é questione di fare ciò che si ritiene giusto in quel momento. Se la tua azione é in sintonia con molti, parte la scintilla; altrimenti no, ma tu hai fatto in ogni caso ciò che reputavi giusto. Che cosa potresti fare di diverso? L'autorità va essenzialmente svuotata; la rivoluzione non serve ad abbattere l'autorità, che è una forma di fede e come tale promana dal basso, dal credente, e non già dall’alto, dove Dio – non scordiamolo –non esiste, poiché questa si può abbattere solo se é già priva di coesione interna. Ma per creare un momento collettivo che segna la discontinuità del tempo della libertà rispetto al tempo della necessità. Le azioni dirette, più che a un percorso rivoluzionario, servono ad essere momenti della creatività di ciascuno, ragioni del suo esistere nel mondo. Quale senso ha vivere se non battendosi contro gli oppressori? Se non distruggendo i muri della galera di ciascuno? Chiedere al Black Bloc “a che cosa serve distruggere quella vetrina” è altrettanto ridicolo che chiedere a Mozart “a che cosa serve comporre quella sinfonia”
"Niente è più raro in un uomo di un atto che sia suo" rifletteva
un compagno all’epoca di Genova.
Ho sempre creduto possibile trovare il paradigma della manifestazione nella presa della Bastiglia. Mossa da una passione di ricostituzione di ciò che è bello e degno, da un’analisi essenziale ma non già da una reazione cieca e speculare, una folla preme contro un obiettivo simbolico (l'oppressione della legge) ma anche materiale (gli esseri umani rinchiusi da altri esseri umani), e lo CANCELLA.
Ecco l'azione esemplare: qualcosa di buono in sé (la fine di un carcere) ma anche simbolico (la resa del potere) ma anche riproducibile (sono duecento anni che ci si sforza di fare lo stesso). Non si ha la forza per un obiettivo così imponente?



vada per l'obiettivo alla tua portata. La distruzione del consolato americano a Skoplje, ecco un'azione sensata. Più piccolo ancora? l'incendio dell'Iberia quando fu giustiziato Puig Antich. per dieci anni e più l'Iberia annerita e chiusa ha ingentilito Milano come per dire: non c'é posto per i franchisti qui). E via via nel bonsai: siamo in tre? ci troviamo qualcosa su misura. Se il rapporto di forze é negativo si lascia perdere, ma altrimenti per che cosa si scende in piazza? Perché ciascun militante possa ripiegare alla fine, la sera, la rossa sua bandiera e ritornare alle case-prigione, alle officine-lager, alle scuole- manicomio? A questo punto lo specialista politico che pretende di utilizzare la "massa" (essere tanti é meglio ma l'importante é essere affini, é essere insieme e non rappresentarsi una comunità che non esiste) tirando le molotov verrebbe sostituito dagli specialisti politici che "interpretano" la manifestazione nei consigli comunali, nei parlamenti, nei talk-show, nelle cattedrali o in altre simili latrine della delega e della sottomissione. Se non si é in grado che di fare scontri perdenti che non mettono a ferro e fuoco un bel cazzo o di belare il proprio scontento che non interessa nessuno, é meglio non farne più di manifestazioni così...ma cercare piuttosto altre strade occupando spazi, innestando discussioni, facendo casino nelle maniere più adatte a tutti i gusti. Perché fra l'altro la manifestazione, oggi, è, sempre più spesso, una scampagnata per famiglie che non modifica nulla o un affare per militanti che interessa solo loro.
Occorre inventare di più, senza un creare uno jato fra "violenti" e "non violenti", senza decidere impostazioni: nessun eccesso sia troppo eccessivo Che senso ha giudicare chi agisce in prima persona? Non ci obbligano a partecipare, sono non solo liberi di fare quello che vogliono. come la puttana di Dante che "libito fÈ licito in sua legge",
Si chiama costruzione di situazioni, azione diretta, azione esemplare, etc. La loro caratteristica é quella di contenere in un solo profilo, la soddisfazione immediata di un desiderio, il conseguimento di un risultato, la creazione di un momento



irripetibile, la messa in reazione di tutte le persone coinvolte, la capacità di sedurre, la possibilità di essere ripresa, riprodotta, deturnata. Uno sciopero, un'occupazione, un sabotaggio, un esproprio, un atto vandalico, una scritta su un muro, e tante altre cose, possono corrispondere a un tale disegno. Occorrono un certo numero di partecipanti validi, autonomi, appassionati, qualcuno che - sulla base della propria esperienza o di una predilezione particolare per il gioco in questione - si proponga come delineatore iniziale dei temi e dei criteri. E poi dare libertà alle passioni e alle attitudini, rilevando sempre criticamente il senso della condotta propria e altrui, usando come filo conduttore il principio del piacere, affinando,a mano a mano, sia il piacere sia il principio stesso
Non é che l'antimilitanza, l'antisacrificio, l'antilavoro non abbiano criteri e storia: il punto é che la rivoluzione é come l'amore. Non si impara studiando ma per le vie infinite dei corpi. Occorre abbandonarsi e riafferrarsi, in un ritmo indipendente da quello di questo mondo. Hai mai provato a cercare di principiare una canzone, che ne so? Jealous Guy di John Lennon, mentre ti rimbomba nelle orecchie Morti di Reggio Emilia? È quasi impossibile, lo sforzo iniziale è indicibile. Poi, afferri il tuo passo e altri ti rispondono e la musica che hai dentro è lei a suonare nel tuo corpo e il fragore di fuori si disfa e si sfuma...Così é l'autonomia, il vivere in base a criteri propri, il cantare la canzone propria e non quella che ti suonano nei timpani. Ed é qualcosa che un po' si apprende e un po' si inventa, precisamente come quando si va la prima volta con le ragazze, e scopri che le cose che credevi difficili erano semplicissime, ma che di lì innanzi ci sono un sacco di cose difficili che non sospettavi nemmeno.
Ecco, io la rivoluzione me la vivo così.

Da quando la vita quotidiana ha cessato di svolgersi in piazza, in uno spazio comune, per dipanarsi in infinite celle individuali (il condominio, l’automobile, la postazione di lavoro, la sdraio al



mare, il posto prenotato su aerei, treni, cinema, teatri, stadi, il computer…) UN MOVIMENTO CHE SCENDA IN PIAZZA
presuppone una riemersione di ciò che significa agire insieme ed agire visibilmente. Senza la coscienza di scendere su un terreno disseminato di trappole, e pensato come radicalmente nemico di qualsiasi espressione umana, la piazza diviene volgarmente palcoscenico, dove lo spettatore, per i dieci minuti di celebrità cari a Andy Warhol, esibisce sé stesso, per essere poi richiamato, come un pezzo di scacchi giocato e perduto, nella scatola del nulla mediatico, da cui avevo avuto la sfrontatezza di evadere ma che aveva avuto la sprovvedutezza di non distruggere immediatamente. Bruciarsi le navialle spalle è sempre un ottimo criterio, ma è l’unica speranza di sopravvivenza per chi su quelle navi era forzato a remare.
Un movimento sulle strade HA SENSO SE RAPIDAMENTE PROCEDE VERSO LO SCIOPERO GENERALE, LE OCCUPAZIONI, LA DISTRUZIONE DELLO STATO; ALTRIMENTI SERVE UNICAMENTE COME ESIBIZIONE DI FORZA SUL MERCATO DEL POTERE SEPARATO, A CONDIZIONE LA FORZA DI AVERLA E DI CONTROLLARLA. PER QUESTO – AGLI OCCHI DEI BUROCRATI E DEI GIORNALISTI - CONTA IL NUMERO DEI PARTECIPANTI, OCCORRE CHE LA PIAZZA SIA MINACCIOSA MA SOTTO
CONTROLLO. La capacità di imbrigliare la piazza serve a mostrare la capacità politico-militare in base alla quale i candidati si propongono come governanti del futuro: per questo il servizio d’ordine che ti irreggimenta è altrettanto indispensabile dello slogan guerriero, del simbolo aggressivo, della coreografia militare.
È efficace se distrugge le televisioni che intenderebbero riprodurne l’immagine, e soprattutto se lascia vuoti i posti dinanzi i televisori, se richiama all’azione chi finora si è mantenuto spettatore. Mentre a Genova moltissimi parevano non vedere l’ora di poter rientrare per verificarsi in televisione, o magari nelle cassette autoprodotte, con cui ciascuno rivendica



non già la fine delle immagini, ma il diritto di ciascuno ad apparire a sé stesso

l'azione diretta non è, come propagandano in buona fede molti, una forma violenta e estremista di attività politica, ma é in tutti i campi di critica della vita quotidiana, IL CONTRARIO DEL LAVORO, del sacrificio, dell’economia
L'azione diretta é precisamente questo: esiste un luogo dove si pratica la sopraffazione e l'alienazione? vai e lo devasti. Una situazione intollerabile? Che ne so? le ronde padane? vai e li disperdi. Etc. Non solo é utile, ma é la sola cosa utile che esiste, perché contiene in sé il proprio risultato, ma al tempo stesso comunica un discorso e una prospettiva. È insieme azione sovversiva e critica del lavoro politico.
questo potere che ci viene estorto, si consolida e diviene qualcosa di ben reale. Insomma la polizia è forte perché la nostra passività le consente di essere forte; ma se cessi di essere passivo, come prima cosa ti scontri DAVVERO con la polizia
L'individuo isolato o saccheggia o si chiude in casa. La cosa straordinaria è che migliaia di persone che, pure, avevano trovato la capacità, l'energia, l’autonomia per uscire da casa, non riescano però ad altro che ad alludere alla condizione del loro isolamento, recitando brevemente una parte (quella del vandalo, o quella del pacifico manifestante, poco rileva) per poi correre ad assorbirla, a perfezionarla dinanzi allo schermo televisivo, che solo pare rendere vero, in quanto memorabile, ciò che prima era solo gesto abbozzato, in quanto effimero. Anche i kamikaze ormai paiono trovare il loro paradiso in vita, e incontrare la propria verità, e, come in ogni paradiso che si rispetti, godere della visione di Dio, cioè di sé stessi alienati, in quei disgustosi video di congedo girati alla vigilia del mistico botto.
Nulla indica con migliore chiarezza la natura mortifera dello spettacolo, quanto l’immagine mediata di ciascuno non sia che



il suo lavoro morto, la sua alienazione in atto. Infine la merce che ciascuno produce nella quotidianità è quell’immagine di sè che gli viene restituita, ostile e separata, attraverso il video.

Ciò che mi piace dei Black Bloc, é "che hanno messo mano al mondo”

Particolare inquietante, quei silenziosi distruttori agivano senza avanzare né proposte né rivendicazioni.

distruggere bancomat non serve a molto: può però ricordarti o prepararti a quel che accade in Argentina dove i bancomat magari non sono distrutti ma non cacciano più soldi, e mostrano la loro natura di separazione fra te e il tuo danaro, che, in effetti, c'é da chiedersi se è tuo, visto che é firmato da un altro, o se piuttosto non ce l'hai solo in prestito finché fai comodo al sistema.

do la precedenza all'azione diretta – che crea qualcosa di ciò che desidero - rispetto alla rivendicazione, al messaggio, alla strategia. La mia strategia consiste nel cercare di vivere da subito ciò che mi appassiona e per questa via contagiare altri a fare lo stesso, e farmene a mia volta contagiare. Prendo i miei desideri per realtà, come si diceva ai tempi Quindi considero un mio compagno possibile chi fa lo stesso con i propri desideri anche se non sono identici ai miei, mentre considero impossibile agire insieme con chi mira a influenzare i potenti, indirizzare la società, promuovere leggi e regolamenti, e in sostanza dice che i potenti non usano efficacemente il loro potere. Quel che voglio edificare è una civiltà in cui ciascuno abbia desideri unici e incomprimibili a una semplificazione collettiva, in cui tutti siano liberi di sperimentare ogni possibile diversità, e siano quindi uguali fra loro, siano pari nella libertà di essere diversi
L’azione rivendicativa può risultare violenta (talvolta



violentissima: si pensi ad esempio al sequestro di persona per imporre una scarcerazione), molto più di un’azione diretta (che può viceversa essere del tutto scevra da violenza; si pensi solo all’astensione dal pagamento di tasse, multe, contributi obbligatori) tuttavia, mentre la seconda trova senso nella realizzazione immediata dell’obiettivo prefissato, la prima intende imporre a chi detiene il potere questa o quella condotta, imporre – in ultima analisi – l’emanazione di decreti conformi alla volontà del rivendicante. L’azione rivendicativa, perciò, non rifiuta né la legge, né lo stato, né – che è quel che maggiormente conta – l’obbligo individuale di obbedire alla legge. Né critica altresì la passività del cittadino, cui viene richiesto semplicemente di sottomettersi non alle leggi attuali, ma ad altre – estorte mediante la minaccia o la violenza – e supposte migliori in conseguenza del loro proclamato carattere sociale, in ragione di un postulato ideologico non meno autoritario di quello vigente,
Essa è semplicemente l’esibizione di forza di un particolare nucleo di interessi che mira a spostare in proprio favore gli equilibri del potere separato, che però viene per conseguenza non solo accettato, ma – nella prospettiva – una volta piegato ai propri interessi, addirittura rafforzato. Il meccanismo ha una tale potenza da condurre sindacati e partiti socialdemocratici che fanno della rivendicazione la forma perfetta della propria  attività, a difendere fin da subito lo stato borghese, che non hanno ancora conquistato e sovente non ha ancora accolto nessuna delle loro rivendicazioni, semplicemente per le sue potenzialità, percepite come una risorsa disponibile per un ipotetico futuro. Come insegna Clausewitz, “non vanno distrutti i ponti e le strade che si intende percorrere”. La speranza di un potere futuro diviene così la migliore spinta al sostegno al potere presente: ciò che in ogni caso va evitato sono la sfiducia nelle istituzioni, il vuoto di potere, l’anarchia. Chi si pone in un’ottica rivendicativa dunque, nella misura in cui opera su un piano di cui riafferma e sostiene la separatezza, quand’anche



operi da solo e nel proprio diretto interesse, agisce comunque come rappresentante, al limite, della sua stessa persona.
Esemplare é un'azione diretta, capace di avere senso anche se, per avventura, nessuno la venisse a conoscere; simbolica un'azione che, se sconosciuta, perderebbe ogni utilità. Pensa la porca Sindone (purtroppo miracolata all'ultimo istante). I più ignorano che si é trattato dell'azione radicale di qualcuno: come azione simbolica un fallimento. Ma se fosse bruciata come meritava ecco desindonizzata Torino. Eccoti l'azione diretta. E pure esemplare perché quegli stessi che ignoravano la dolosità del fatto, pure avrebbero potuto pensare: stavolta é stato culo, ma la prossima...e avviarsi senz'altro con congrue taniche verso uno degli infiniti oggetti odiosi di questo odiosissimo mondo
L’azione simbolica, viceversa, si propone di influenzare non già il potere, come l’azione rivendicativa, ma gli individui. Mentre l’azione rivendicativa tende a modificare, creare, imporre norme, l’azione simbolica mira a modificare, creare, imporre, opinioni. Essa pone perciò in primo piano, la coscienza individuale destinata a decodificare il simbolo e a ricavarne indicazioni di condotta; mentre considera irrilevante o, al più, strumentale, l’interlocuzione con il potere, percepito non come controparte ma come potenziale “utile idiota” da far recitare suo malgrado nella scena concepita ed approntata dal demiurgo. Questa irrilevanza potrà volgersi verso una maggiore conflittualità o una maggiore strumentalizzazione a misura che il contenuto dell’azione simbolica alluderà a una maggiore o minore destabilizzazione dell’apparato normativo
L’azione diretta, quando ha la capacità di incidere nei punti di snodo dell’oppressione sociale, è anche la più efficace nel simboleggiare il senso complessivo di un’epoca, la più immediata nel comunicare l’avvenuta conquista del punto di non ritorno, del momento in cui nulla sarà più come prima, neanche un po’ meglio di prima. La presa della Bastiglia è insieme la più chiara delle notizie, il più eloquente dei simboli, la



più efficace delle vittorie sul campo. Nella conquista del carcere dove stanno rinchiusi gli oppositori del potere, azione e comunicazione, presente e futuro si fondono e fondono tutte le illusioni precedenti nel loro fuoco.
Conviene cercare di praticare quelle liberazioni che ci è possibile praticare subito: del doman non v'é certezza.
E senza dubbio ha le sue ragioni chi scrive sulla lista Movimento, a firma Emile Henry: “dopo essermi un po' sfogato con quelli che aspettano S.Lucia (come dicono loro "il giorno più grande che ci sia")”

Se l'azione diretta ha un limite é quello di risalire alle cause partendo dagli effetti, dai sintomi, e non sempre è facilissimo. Anche nel caso da cui prendiamo le mosse: in fine dei conti il custode avrebbe potuto, e forse fatto meglio, a prendere e andarsene per i cazzi propri. Da un lato questo avrebbe creato meno problemi a lui, alla moglie, oltre che al padrone bastardo; ma ne avrebbe creati di più a chi lo avesse sostituito nell'incarico. Oggi invece il Laganà lo custodisce il guardiano dell'obitorio,   e   domani   quello   del   cimitero,    e    non  potrà tiranneggiarli più che tanto... Il problema insomma é che molte azioni, sono in effetti semplicemente reazioni, cioè non hanno la capacità di scegliere il proprio luogo, il proprio momento, il proprio terreno, ma rimangono semplicemente all'interno dell'esistente sia pure per negarlo. Pensa a quella che é stato l'abbozzo di azione diretta più degno degli ultimi anni, l'assalto al carcere di marassi nel luglio 2001. Metti pure che riuscisse: l'impatto sarebbe stato immenso, certo, anche perché sarebbe stato ben leggibile per tutti che cosa significala parola libertà. Ma, se nel contempo lla capacità di liberare i prigionieri non acquisti la capacità di non carcerare te stesso e gli altri, se non agisci sulla richiesta di carcere e di legge che quasi tutti rinnovellano, sarebbe comunque stato più un segnale che un fatto. Ma é ancor più vero che tu puoi fare tutta un'opera profonda a e capillare di rovesciamento di prospettive, ma se



non trovi la forza, al momento giusto, di aprire quei portoni e svuotare galere, manicomi, fabbriche e scuole, l'ipnosi che le rinnova troverà sempre modo di rinascere.
Uccidere i padroni non é sufficiente; e, per assurdo, nel momento in cui davvero fosse sufficiente, forse non sarebbe più necessario. Ma oggi, quando tutti subiamo come nessuno aveva mai accettato di subire prima, quando ci vuole ci vuole.
Promozione della creazione di attrezzatura teorica e pratica per la produzione di azioni esemplari con chiare indicazioni tutte verificabili
1.    originalità del soggetto e cioè i protagonisti esercitino la propria unicità e partecipino lasciando a casa ogni etichetta passata e/o futura
2.    autenticità dell'azione che deve essere studiata e creata senza mediazioni in totale autogestione
3.    le azioni devono prevedere una reale soddisfazione dei soggetti agenti - non si fanno le cose a nome di nessun altro
4.      le persone interessate dovranno dichiarare la propria disponibilità in modo esplicito e personale con serietà e prendersi incarichi da svolgere di cui poi dovranno rispondere
5.    la gratuità deve essere il peso e la misura per la verifica qualitativa e quantitativa delle azioni
Boccadorata (alias gilda caronti) primavera 2001

non é che sia nobile, é autonoma, ciascuno se la sbriga da sé, e quindi mostra tutti i limiti di chi vive in quest'epoca. Anche la rivoluzione che poi non é che una combinazione di infinite azioni dirette, che si confrontano e si dialettizzano, da principio mostrerebbe un sacco di falle: la gente é molto nella merda, e non puoi pretendere che ne esca tutta insieme magicamente. Ma agire in prima persona ti educa tantissimo, perché crea dell'esperienza vera; non solo ma l'esperienza vera é comunicabile, leggibile dagli altri. Anche noi, che non abbiamo fatto a pezzi nessuno, possiamo ragionare ora su che cosa sia il caso di fare e metterci dal punto di vista di chi, oppresso, vuol



porre fine alla propria oppressione. In questo senso l'atto di quel simpatico tipo ha liberato un pochino tutti, perfino più di quanto abbia liberato lui, che sta in galera. Idem per quelli che evadono, distruggono le piantagioni transgeniche, buttano i controllori giù dal tram. Uno lo fa e tutti possono chiedersi se lo farebbero, perché non lo hanno ancora fatto, se non ci sia una soluzione migliore, etc. Ma tutto questo funziona perché qualcuno agisce, e non marcia lagnandosi sotto le finestre dei potenti, sventolando bandiere flosce e incanutite. Agire é contagioso. Precisamente quanto lo é subire.



5.  MEDIA


…non comprate giornali, non "aggiornatevi" su questa guerra: non sta succedendo niente, niente che non sappiamo già, niente contro cui già non ci siamo/stiamo rivoltando. Ricordo nel 1991 l'incremento di vendite de "il Manifesto" (e lo dice uno che contribuì): non foraggiamo più sciacalli. E soprattutto, usciamo dalla notizia. Usciamo fuori. Disperdiamoci.
(Claudio LISTA LIBERTARI 29.3.03)

Lo spazio simbolico, solitamente appannaggio dei recuperatori politici e mediatici, è stato espugnato, invaso ed egemonizzato dalla concretezza di migliaia e migliaia di uomini e donne, dalla materialità del conflitto
di classe.
Vis-à-Vis - Quaderni per l'autonomia di classe

"Tra gli scaltriti pratici di oggi, la menzogna ha perso da tempo la sua onorevole funzione di ingannare intorno a qualcosa di reale. Nessuno crede più a nessuno, tutti sanno il fatto loro. Si mente solo per fare capire all'altro che di lui non c'importa nulla, che non ne abbiamo bisogno, che ci è indifferente che cosa pensa di noi. La bugia, un tempo strumento liberale di comunicazione, è diventata oggi una tecnica della sfrontatezza, con cui ciascuno spande intorno a sé il gelo di cui ha bisogno per vivere e prosperare." (T. W. Adorno, Minima moralia)
La democrazia occidentale prospetta una regressione ad un modello di libertà astratta ed inverificabile, di carattere pre- moderno e pre-civile, non basata cioè su equilibri, pesi e contrappesi, controlli dal basso, bensì su un richiamo carismatico - fideistico, e sul sistematico confronto con regimi aberranti, le cui aberrazioni sono, peraltro, il diretto risultato della plurisecolare ingerenza occidentale sui paesi più deboli (basti pensare all'Iraq). In democrazia l'informazione gode di



uno status privilegiato, che è diretta conseguenza del suo sfuggire alla verifica dell'esperienza individuale.
È una gerarchizzazione della realtà, che rende irreale ciò che è vissuto e sperimentato dai singoli, mentre pone al di sopra del sospetto ciò che non lo è: in democrazia solo il debole è sospettabile. Il dato che i giornalisti vengano uccisi non appena cerchino di assumere direttamente informazioni sulla guerra, viene fatto passare come un problema di cattiveria dei  Talebani, perciò l'informazione a riguardo consiste nello spremere lagrimucce e non nel verificare l'applicazione delle garanzie sull'informazione. Il dogma ufficiale non teme smentite e contraddizioni, ogni crimine può essere giustificato, perché la democrazia sarebbe perfetta, se non fosse per le imperfezioni dei nemici della democrazia. Il sistema democratico è ufficialmente ridondante di garanzie, ma la loro sistematica disapplicazione non è soggetta a meccanismi di garanzia, per cui alla fine il garante garantisce soltanto se stesso. Su tutto questo l'opposizione pretenderebbe di opporsi senza dissentire, senza chiedere conto e senza chiedere spiegazioni, cioè senza
sospettare di nulla. La mistificazione non è altro che controllo, dominio; e un dominio che non mistificasse, non sarebbe in effetti neanche un dominio, bensì Provvidenza, una Provvidenza che concede generosamente all'opposizione di esistere soltanto per mero esercizio del libero arbitrio, e non certo perché ci sia realmente qualcosa a cui opporsi. In fondo anche Dio, a propria maggior gloria, concede al Diavolo di esistere, per poi inserirlo nel suo
disegno provvidenziale. Qui non si tratta di possedere, già pronta per l'uso, una verità alternativa all'attuale mondo fittizio, ma semplicemente di assumere la verità come problema sociale e, quindi, il sospetto come contrappeso, riequilibrio, autogarantismo sociale.
(Comidad Dicembre 2001 ) Joseph Pulitzer, il famoso giornalista statunitense, scriveva: "Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non



vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e, prima o poi, la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri".
Sono passati cento anni da allora, e l’opinione pubblica, che in Italia forse non è nemmeno mai riuscita a nascere, agonizza da tempo anche negli Stati Uniti. Non perché sia mancata la divulgazione, ché forse mai è stata come ora capillare, e spesso impudica, oppure si siano estinte la mediocrità, la disonestà, l’inconsistenza, la melensaggine dei potenti, ma perché il concetto di opinione pubblica é stato interamente assorbito e sottomesso dal sistema del potere separato: viene chiamata opinione pubblica l'opinione attribuita agli individui attraverso un capillare sistema di falsificazione, cui gli individui sono chiamati – con aggressività sempre maggiore - a riconoscersi ed uniformarsi. L'opinione pubblica é quanto si intima alla gente di riconoscere come opinione della maggioranza. Domani, potrebbe essere ciò che ci si troverà obbligati a pensare. Se nei paesi dittatoriali è concesso un solo pensiero per volta, però gratuitamente, in quelli a democrazia di mercato si può scegliere fra più pensieri prefabbricati, con l’aggravante che poi occorre pagarli. Nei primi si è costretti a cedere la propria autonomia di giudizio una volta per tutte, in cambio di un programma chiuso che contiene la risposta già data a ogni domanda possibile. È il regno dei libretti rossi, o verdi, delle bibbie, dei corani, dei diamat. Il movimento sociale è organizzato in forma centripeta, in un panottico del pensiero che avrebbe entusiasmato il generale ideologo di Musil,  ansioso di schierare ordinatamente, alla maniera dei corpi d’armata, tutte le idee del mondo. Nei secondi le opinioni sono merci, alcune di largo consumo, altre di lusso, o, come usa dire ora, di nicchia, ciascuna con il proprio ambito di pubblicità e di confezioni, ciascuna a simboleggiare un particolare status, una specifica combinazione di socializzazione e di misantropia, col



cui fango costruire l’immagine di un sedicente individuo. Il modello è di tipo circolare, come un rotare perpetuo di sfere tolomeiane, dove si incastonano come stelle i pensieri separati e crocifissi. Mentre nel primo caso l’impotenza determinata dal monoteismo forzato, si percepisce come una cappa plumbea, è la rarefazione ideologica, lo spaesamento da sovrabbondanza, a determinare inerzia e passività nel secondo caso. Da una parte l’individuo non ha titolo di decidere alcunché, neppure le cose più modeste relative alla propria esistenza. Nel secondo, chi sia stato condotto a questa particolare perversione, godrebbe della possibilità, 24 ore su 24, di partecipare a sondaggi d’ogni sorta, tracciando, registrando e omologando ogni possibile declinazione della propria particolare predilezione. Risultato di ogni sondaggio è unicamente confrontare la propria opinione con quella della maggioranza, per ricavarvi quella dialettica dell’identificazione e della distinzione, della massa (sono normale, sono come tutti gli altri) e dell’elite, (sono molto meno fesso, non sono mica come gli altri), con cui il cittadino atomizzato consola il proprio bisogno di pace e di calore e la propria nostalgia di luce e di unicità. L’uno e l’altro parimenti insoddisfatti, ma sempre riattizzati dall’eretismo dell’attualità coatta.
Pure, come il limite dello sfruttamento dei produttori, consiste
nella loro insopprimibile autonomia, che sola consente loro di produrre; così il limite di quella figura passiva che è il consumatore, consiste precisamente nella sua passività, che necessita di crescenti iniezioni di umiliazione, di scarsità, di insoddisfazione. Il meccanismo impone che, per vendere le prossime ideologie e le prossime merci, vengano svalutate a ritmo accelerato le merci e le ideologie contemplate ieri, e neppure finite di pagare. Ciò che crea la necessità di comprare la nuova dose, non solo mina la fiducia nel rimedio precedente, ma infine la fiducia nel meccanismo complessivo, la cui fantasmagoria, accelerata parossisticamente, mostra pesantemente  i  fili  e  le  carrucole  dell’artificio.  Per  questo, i



pacchetti di merci presentano, ogni giorno dosi più massicce di merce religiosa, così da supplire con la fede ai conti sconnessi del credito.
Nell’un caso come nell’altro, tuttavia, l’identificazione con la passività è essa stessa passiva, la rinuncia a sé stessi rinunciataria, l’oblio di sé distratto e smemorato; poiché pensare costa fatica e appare inutile, un sacco di persone si aggancia negligentemente al carro dell'opinione pubblica, ma senza crederci davvero, facendosi semplicemente portare dall'onda, nella speranza di dimenticarsi di tutto. A furia di scordarsi di sé stessi, si scordano delle ragioni della loro fiducia, della loro obbedienza, della loro speranza. Se il messaggio che viene istillato tenacemente è: tutto è vero, nulla è permesso, lo scambiarsi vorticoso delle verità in vendita mina alla radice il credito. I consumatori si impigriscono, gli elettori si riducono, come pure i lettori di giornali: incomincia a montare l’idea che tutto è falso ma è obbligatorio dichiararlo vero pubblicamente, salvo strizzarsi l’occhio in privato, con la petulante e gaglioffa baldanza di chi crede di assistere a una truffa, ma di non essere del numero dei truffati.
Quindi, non urge svelare che quelle ufficiali sono balle, perché nel loro cuore tutti lo sanno, ma piuttosto dimostrare che farsi carico dell'esistente, essere presenti é ciò che veramente merita vivere.
Da anni disavvezzi a vivere direttamente le proprie esperienze, abituati ad avere l’impressione di poter vedere ogni cosa, e di poter mutare la propria percezione pigiando sul telecomando, si risulta, a un tempo, inadeguati a percepire realmente ciò che si sta vivendo e a CONTENTARSI di questo soltanto. Nel proprio delirio solipsistico, lo spettatore, convinto che la sua anima viva come diecimila, a somiglianza del Vate, non riesce più a rendersi conto che il suo corpo, nel frattempo, vive come zero. Come lo spettatore televisivo– se per avventura va allo stadio  -
, fatica a comprendere quel che accade in campo, sprovvisto com’è     di     commento,     replay,     primi     piani, interruzioni



pubblicitarie, e si annoia; ugualmente in ogni settore. L’incubo ricorrente nei primi anni televisivi, il mostro che esce dal video per ghermirti, si ritrova infine capovolto. A Genova migliaia di persone si trascinavano qua e là con l’aria di essere stati non già risucchiati, ma violentemente estromessi dal televisore, e vagavano in vana ricerca del varco per rientrare nel tubo amniotico della comunità virtuale, da cui avevano avuto la malaugurata idea di allontanarsi. Molta della festosità becera e coatta dei successivi appuntamenti, tanto oceanici quanto rapidamente risucchiati dall’oblio, dal Cofferati-day fino a Firenze, è derivata dalla sensazione di aver finalmente trovato il modo di stare in piazza come dentro un televisore, con e niente più di un jingle ribelle dentro al cuore.
Hanno scritto dei compagni: ”Se c'È una cosa che abbiamo potuto constatare a Genova, per chi ci è stato/a live e non in videocassetta, è stata la potenza del controllo mediatico sulle persone: malgrado che le persone avessero partecipato ai fatti, dopo aver visto il telegiornale, ascoltato la radio, letto i  giornali... quella verità ufficiale valeva di più di ciò che avevano visto, fatto e sentito addosso in prima persona e parlavano conseguentemente riallineati al pensiero "ufficiale"
Io credo che questa sia una delle questioni (…) che dovremmo affrontare se vogliamo un altro mondo. Che vuol dire un mondo diverso da questo, non un mondo uguale con leader diversi.
Per questo la foto di un BB che butta una telecamera da 100 milioni dentro una macchina in fiamme a Genova mi sembra un manifesto per una nuova prospettiva di rivolta a partire dal far marcire la CNN, la RAI ecc.”
In Tv passano solo fiction, e i più fittizi sono i programmi di informazione. Chi vuol sapere ciò che accade, é bene che la tenga spenta.
gli operai hanno dovuto conoscere l'opinione altrui tramite i giornali e la tv, immediatamente non solo non hanno avuto un'idea chiara di ciò che pensava la maggioranza, ma addirittura di ciò che pensavano essi stessi. Perché il punto di



vista, da cui cresce il giudizio, non esiste se non nel confronto dei punti di vista, da solo non distingue, é piatto, non produce ombra, non crea prospettiva. Quindi qualsiasi cosa uno faccia, é spinto a pensarsi come "the only living boy in New York", perché, nei fatti, era già isolato fin dal principio.
«Per non vedere la realtà, lo struzzo infila la testa nel televisore», afferma lo scrittore brasiliano Millor Fernandes.
La gente guarda la tv e scopre che cosa deve pensare di quel che ha veduto nella strada: oppure, ascolta la sua radio (purché sia una radio libera, ma libera veramente) e scopre in presa diretta ciò che le sta accadendo. Ascolta le previsioni meteorologiche e scopre se ciò che avverte va chiamato freddo oppure caldo, nel rispetto di infiniti parametri. Piove o c’è il sole, relativamente: di assoluto vi è solo la statistica, quella che situa ciò che sperimentiamo nella scala degli eventi possibili. Solo con questa falsificazione crescente e spudorata, riesce possibile celare il mutamento drammatico del clima, del quale non è lecito parlare perché ancora nessuno ha messo sul mercato delle merci adatte a fronteggiarlo. La catastrofe non esiste finché sugli scaffali non è disponibile il kit-anticatastrofe. Prima o poi, ciascuno, prestando orecchio ai necrologi, vedrà infine confermata quella morte che ha scontato vivendo.



6.  PROVOCATORI E INFILTRATI


“…più che Black, i carabinieri travestiti parevano truzzi, diretti a
un concerto di Vasco Rossi”
Rivista “Breccia”

" Ho passato gli ultimi 4 giorni a Seattle. L’informazione che la gente riceve dai mass media è falsa. Questa non è stata, come sostiene Clinton, una protesta pacifica rovinata dall'azione violenta di alcuni manifestanti. Questa è stata una manifestazione di massa, forte ma pacifica, che è stata attaccata ripetutamente dalla polizia, con il preciso scopo di provocare una risposta violenta, in modo da fornire ai media occidentali l'opportunità di scattare foto. Dico questo perché l'ho
visto mentre accadeva. Danno collaterale a Seattle.
Jim Desyllas, studente/reporter di Portland.

“…canaglia era un titolo onorifico, così come oggi teppismo è
un titolo di disprezzo(…) chi si rifiuta di subire servilmente i soprusi di una società che è una provocazione continua è, per definizione, il rappresentante
della feccia. (…) Erano, ecco tutto, dei proletari autentici, dei senza riserve. Chi li aveva "organizzati"? Si erano organizzati da sé.
(…) Per i borghesi, i proletari possono soltanto muoversi come un gregge: se il loro movimento ubbidisce a una logica, a un metodo, perfino ad una strategia, bisogna che ci sia in mezzo a loro qualcuno, e il "qualcuno" per gli idealisti borghesi può essere soltanto l'organizzatore uscito dalle scuole di partito, il provocatore formatosi all'alta accademia della polizia, magari il
gesuita travestito. (…) C'era un provocatore, in mezzo a loro? Certo, ma questo provocatore si chiama la società borghese, il capitale e i suoi sgherri, la vendita quotidiana di forza-lavoro, l'estorsione



quotidiana di lavoro non pagato, l'inganno della "libertà di lavoro" e della "libertà del cittadino", la beffa dell'eguaglianza per tutti la menzogna della democrazia e delle riforme, la realtà del miracolo economico che è, per i proletari, sinonimo di
lacrime, sudore e sangue. (…) Apriamo le pagine del vecchio Marx nell'Indirizzo 1850 del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti:
"Ben lungi dall'opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la
direzione". (…) Cada sui "deploratori", sui costituzionalisti, sugli esperti in denunzie alla polizia e alla giustizia, il disprezzo e la
maledizione di tutti gli sfruttati.

(EVVIVA I TEPPISTI DELLA GUERRA DI CLASSE!
Abbasso gli adoratori dell'ordine costituito! Da "Il programma comunista" n. 14 del 17 luglio 1962)

Woody Allen ammonisce: " Chiamiamo pornografia l'erotismo degli altri."
Ugualmente, e per le medesime ragioni, la libertà degli altri, la chiamiamo provocazione.
In tutti i paesi e in tutte le epoche. in mezzo ai manifestanti di tutte le manifestazioni, gli apparati dello stato hanno immesso i propri infiltrati.
Ugualmente a Genova: con la complicazione ulteriore che ciascuno dei governi del G8, e parecchi altri in più, avevano inviato il proprio personale, alcuni per aggiungere oppure raccogliere know-how, altri per semplici questioni di prestigio.
Risulta essere esistita addirittura – e in fondo non è neppure sorprendente – un’intera manualistica per infiltrati, con una meticolosa serie di segni di riconoscimento (foulard, giubboni, tatuaggi, orecchini, braccialetti, etc) intesi ad evitare spiacevoli



equivoci. Che, forse, non hanno funzionato troppo bene se è vera la vicenda della poliziotta austriaca in vesti di  manifestante, travolta e uccisa da un gippone nel pomeriggio del 20 luglio, un’ora prima della morte di Giuliani.
Diamo pure tutto questo per acclarato, anche se le famose prove fotografiche, testimoniali, filmate cui ci si riferisce ossessivamente, guardate con animo critico, provano davvero poco.
1)   in TV si sono veduti giovani col cappuccio nero, la canottiera e un bastone in mano in relazione amichevole con celerini in uniforme –più che BB, però, parevano NOCS, anche perché in varie immagini si notavano perfettamente i foulard cremisi della polizia e quelli rossoblu dei carabinieri; bastone e mefisto nero d'ordinanza
2)    nessuno di coloro che conosco di persona e di cui ho personale fiducia ha visto alcunché, né conosce personalmente coloro i quali avrebbero visto; nessuna persona che stimo conosce personalmente qualcuno a sua volta degno di stima che abbia visto con i propri occhi. Tutti indistintamente si riferiscono a informazioni filtrate da specialisti, siano essi leader politici, giornalisti, teatranti del palcoscenico o dell’altare; in sostanza ciascuno può affermare che, “a vedere gli infiltrati, è stato mio cugino”

3)   possiamo dire che, come gli accusatori dei BB sono ben noti nelle sedi di partiti, sindacati, giornali ed altri centri della menzogna organizzata, i BB fin dai tempi di Seattle (e da prima ancora, per chi conosca le questioni da presso) scrivono le proprie ragioni, esprimono le loro analisi: noti da tempo, a Genova hanno operato in maniera perfettamente conseguente con ciò che ci si poteva attendere da loro. (da una descrizione di un partecipante agli scontri di SEATTLE 5/12/99 mi sono sdraiato davanti macchine incendiato autoblindati ho sfilato con i gay con i preti con gli ecologisti con i comunisti con i traveller con gli anarcociclisti con i contadini ho preso i getti degli idranti



sulla schiena ho rovesciato cassonetti lanciato petardi preparato molotov ho scritto sui muri ho ballato) I Black Block, tutti li conoscevano e a Genova tutti li aspettavano e non vedevano l'ora di vederli all'opera: quando li si vide apparire, alla manifestazione del 19, vi fu un brivido, simile a quello che attraversa il PUBBLICO quando entra sul campo Ronaldo o sale sul palco Mick Jagger. Un tipo di brivido che è identico, o più precisamente speculare, per il fan amico come per il fan avverso. Forse non tutti li amavano, ma tutti li aspettavano. A decine di migliaia erano affluiti a Genova per VEDERLI.
E, va detto, a loro volta, parecchi di loro erano scesi a Genova per ESSERE VISTI

4)  parecchi - fra cui io - hanno avuto per le strade diretti rapporti con alcuni di questi ragazzi che sono apparsi compagni stranieri e/o italiani normalissimi, e - sia detto di passata - non più violenti e irriducibili di tanti altri compagni non in nero, non aggregati con nessuno. Ciò che i BB hanno fatto, a Genova lo hanno fatto, insieme con loro migliaia e migliaia di compagni, in nero e in altri colori, venuti a Genova per spaccare tutto o improvvisamente folgorati dall’idea di provare a saggiare la robustezza della gabbia. O davvero c’è chi crede che quelli che hanno devastato la valle del Bisagno fossero tutti infiltrati?

5)  la tesi per cui l'informalità anarchica favorirebbe le infiltrazioni
- a parte che i BB tanto informali non sono, operano per gruppi d'affinità, nel cui ambito le persone si conoscono, si riconoscono e si stimano - a differenza delle organizzazioni gerarchiche e ideologicamente epurate, oltre ad essere un vecchio arnese della propaganda di partito, è sintomatica del pensiero di fondo per cui la fiducia si fonda sulla fedeltà, la virtù che contraddistingue il buon cane e il buon poliziotto, sottovaluta il fatto che il burocrate trotsko-stalinista non ha bisogno di essere infiltrato dai poliziotti, perché é già uno sbirro egli stesso, nei confronti dell'umanità, dei propri compagni e di



sé medesimo; e infatti la connivenza fra questi farabutti e le questure non abbisogna di operare sotterraneamente, o di essere dimostrata con foto, filmati, testimonianze, ma é visibile alla luce del sole, nel comportamento quotidiano di questi nemici della decenza, presenti in ogni istituzione, devoti alla costituzione, praticanti indefessi della prostituzione, della falsificazione, della disinformazione

6)    non appare verosimile questa connivenza fra anarchici e poliziotti (e la diffusione di questa notizia sembra adattissima a schermare le - queste sì - acclarate connivenze, peraltro fallimentari, fra portavoce del GSF e esponenti istituzionali ), perché non si comprendono assolutamente gli interessi che avrebbero potuto trovarvi questi anarchici (misteriosi: nessuno é stato capace di dire - il gruppo zwx di yzq risulta essersi incontrato col questurino Tizio o col carabiniere Zempronio) e assai poco anche quelli dello stato. È verosimile che lo stato fosse perfettamente a conoscenza di ciò di cui ciascuno era perfettamente a conoscenza (compresi i portavoce del GSF, che, infatti, dichiarano di aver preavvertito le autorità del loro arrivo) della presenza a Genova di migliaia di compagni intesi ad agire con la massima violenza.. Anche ammettendo che lo stato abbia bisogno di un detonatore per fare esplodere la propria violenza, a qual pro avrebbe mobilitato i propri uomini quando era sufficiente attendere qualche attimo, per beneficiare del detonatore spontaneo dei compagni vandali?
Perché sprecare professionisti addestrati per bruciare, invece
che cinque, dieci cassonetti? Perché rischiare che la connivenza fosse smascherata? A che cosa sarebbero serviti questi infiltrati, dunque? Se non a farsi fotografare dai leccaculo riaffondatori e socialforati, per diffondere e consolidare l'idea che chi ti sta vicino, specie se violento, potrebbe essere un poliziotto; che la spontaneità é sospetta, sospetti gli sconosciuti, ancor più sospetti gli stranieri (uno schema conosciuto, ma sempre  efficace:  il  cattivo  anarchico  non  può  essere  un



prodotto nostrano), e che comunque sono quasi sempre provocatori, spesso poliziotti travestiti, in ogni caso sprovveduti e utili idioti tutti coloro i quali non si sono lasciati inquadrare dal ciarpame stalino-trotskista e dai suoi servizi d'ordine di centometristi, campioni mondiali di corsa all'indietro .
Perché, a fondamento del teorema per cui il vandalo potrebbe essere poliziotto, sta il postulato per cui il vandalo è oggettivamente un provocatore. Ne risulta che il punto è: quelli che fanno una particolare azione (ad esempio, bruciare una banca) lo fanno perché questo é il loro modo di operare sovversivo e gli infiltrati non c'entrano, oppure gli infiltrati hanno suggerito, sobillato, oppure sono tutti infiltrati quelli che lo fanno? E per concludere, bruciare una banca, é un'idea che, comunque, può venire solo a un infiltrato? Perché, non si potrebbe supporre che siano quelli che propongono di levare le mani imbiancate, o di inginocchiarsi, o di pregare, o di scappare, e di travestirsi da uomini-Michelin e donne-Micheline, a loro volta infiltrati (perché mica solo fra i BB si infiltrano, ma in ogni spezzone, com'é ovvio) per accapponare la giusta rabbia delle masse? Non sono forse, proprio loro, degli infiltrati del Papa?
Si può affermare perciò, con tranquillità, che la presenza di infiltrati, quand’anche qualcuno fosse riuscito a provarla, e così non è stato, sarebbe stata sostanzialmente irrilevante. La loro presenza non comporta che il vandalismo, il teppismo, la devastazione, il saccheggio siano azioni che fanno comodo allo stato, come molti si affannano a sostenere e non disinteressatamente. Ciò che fa comodo allo stato è, se mai, che quattro mentitori di professione sostengano di aver visto quattro poliziotti mascherati nella speranza di far dimenticare migliaia e migliaia di distruttori in prima persona, perfettamente inseriti nel tessuto del corteo e certo compresi da molti genovesi. I quali, lo si nota persino nei servizi televisivi, non ci erano ostili, e certo non ci erano ostili quanto lo erano ai “grigi”. Non tutti, certo – ma sicuramente pure il 14 luglio ci saranno



stati dei parigini che rimpiangevano la loro bella e storica Bastiglia...
Gli scontri coinvolsero attivamente, nei diversi momenti delle giornate del 20 e del 21 luglio, qualche decina di migliaia di persone, ed è proprio sfruttando queste cifre incontestabili, che i falsificatori più sottili e più arditi nel maneggiare il paradosso ritennero di operare un’astuta distinzione intesa a salvare la capra estremista insieme con i cavoli legalitari, difendendo «i veri BB», che a Genova sarebbero stati assenti o si sarebbero presto ritirati, schifati e delusi, denunciando, per contro, coloro che avevano effettivamente agito, come volgari imitatori, come teppisti da stadio (esattamente come Carlo Giuliani, sulla cui bara gli amici deporranno la bandiera giallorossa della sua squadra), portatori di una violenza cieca e barbara.
La calunnia smisurata contro i BB fu il collante attraverso il quale si sperava di tenere insieme quel municipio di anime morte che si erano autoproclamate social forum. Attraverso la devota sottomissione a una menzogna che tutti sapevano perfettamente essere tale, si poteva essere ammessi alla corte dei mentitori: il progressivo disfacimento di certe aree, il network, radioGap, e la confluenza in quella rete per allocchi che fu quella dei social forum, prese le mosse essenzialmente dal capovolgimento sistematico dell'esperienza genovese, condotto con dovizia di mezzi, film, libri, giornali, trasmissioni televisive, numeri unici (si pensi a quel noto numero di A-Rivista Anarchica, che avrebbe meritato di essere pubblicato in forma di rotolo).
Quando si parla di provocatori, di soggetti che fanno (quanto meno oggettivamente, come recita l’ipocrisia di rito) il gioco del nemico, forse sarebbe il caso di chiarire, innanzi tutto, QUALE SIA, oggi, IL GIOCO DEL NEMICO: non credo sia quello di trovare giustificazioni per la repressione (non che questo non si sia fatto in altre epoche o in altri paesi: il governo nazista, per fare solo un esempio, era attentissimo a presentare ogni  propria mossa come reazione a una provocazione,



accuratamente predisposta con l’impiego di personale specializzato). Prima di tutto, perché credo che anzi l’idea che preme oggi affermare, é proprio che le giustificazioni sono divenute superflue, che i governi stanno sopra e non sotto, non dico le leggi, ma addirittura i fatti (esemplare Bush che dice "forse le armi di Saddam non c'erano, ma di sicuro non ci sono oggi, visto che lo abbiamo abbattuto" e tutti applaudono).
La novità quindi non consiste nella repressione che non è mai davvero cessata, ma nella sua quieta esibizione, quasi si fosse rinunciato una volta per tutte a coinvolgere la popolazione nelle ragioni della pace sociale: e patetica appare la rincorsa delle diverse sinistre per cogestire le repressioni, per non farsi sfuggire il banchetto del sangue. Ormai, sembra ci venga detto, la pretesa di impiegare la carota come un bastone, secondo la famosa metafora de “L’utopia capitalista”, è a sua volta superata: non ce n’è più di carote, sono rimasti unicamente i bastoni.
Non pare che, malgrado il moltiplicarsi di legislazioni antiterrorismo in tutto il mondo, la repressione delle lotte sia al vertice delle preoccupazioni dei governi, nemmeno di quello Usa. Anche perché magari si sono accorti che quel tipo di lotte serve a evitare ai cittadini ogni giorno più inerti fastidiose  piaghe da decubito: la repressione sociale e politica è una misura che deprime l’economia come poche altre. E i meccanismi sociali sembrano già oggi in preda a una terribile glaciazione che nessuno dei vecchi rimedi pare in grado di frenare.



7.  Violenza, non-violenza, autonomia


"… sebbene la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda
sottomissione. Quest'ultima non reca beneficio a nessun uomo e nessuna donna. Nella violenza esistono molti gradi e varietà di coraggio. Ciascun uomo deve saperli giudicare da solo. Nessuno può farlo o ha il diritto di
farlo al suo posto." M.T.Gandhi, Teoria e pratica della non violenza,
Einaudi, Torino,1973,p.22

“La morale non è che un freno a chi vuole attaccare il potere. Un freno costruito appositamente. Il suo obiettivo è di trasformare la vita in una somma di occasioni sprecate. Cerca di affogare i nostri desideri proprio in
questi pregiudizi. In realtà la vita quotidiana continua al margine di queste fantasie egocentriche. Ci sono continue attività illegali contro il nemico: furti a danni di imprese o supermercati, distruzione di macchinari da lavoro, sabotaggi vari, attacchi alla polizia ecc.. continuamente anche in questo momento in ogni angolo del mondo. Le rivolte non vengono dai libri né dalla mente di nessun illuminato, le rivolte nascono dell'esplosione di disobbedienza di coloro che hanno accumulato sufficiente rabbia da
essere stufi delle proteste ufficiali. Il cittadino progressista vede gli sfruttati come persone da organizzare e educare per fini rivendicativi. La mistificazione con la quale osserva le autorità lo spinge a vedere la gente come una massa di esseri incapaci di ogni reale iniziativa, eredita degli "illustri" del 18° secolo un’adorazione mistica per il razionalismo, la



pianificazione e una fobia accesa contro la passione, i
desideri e la rivolta dis-ordinata.” anarcolista (Drunk Block)
lista libertari

“La non-violenza è anzitutto una radicale non- collaborazione culturale, una sottrazione di ruolo.”

Vincenzo Guagliardo Opera, agosto 2001

La distinzione fra violenza e non-violenza, che si presenta come assolutamente “obiettiva” nell’universo presente, non solo non esiste da sempre, ma è relativamente moderna. Trova radice infatti in una concezione già integralmente sociale, in cui le relazioni fra i due soggettive presuppongono un terzo, CHE GUARDA. Si è violenti (o non-violenti) a seconda di ciò che appare a questo testimone, a questo spettatore. Così, per la valutazione della quantità di violenza presente in un atto non si può mancare di riferirsi all’occhio di chi guarda, e al tempo che egli utilizza per la propria osservazione e per il conseguente giudizio.
Il prigioniero che strappa i legacci della camicia di forza, che sega le sbarre della cella, che abbatte le mura del carcere, che sabota gli ingranaggi della macchina cui è incatenato, rispetto all’aguzzino che quei legacci ha artisticamente annodato, che sbarre e muri ha pacificamente innalzato, che lo ricatta con il codice e la proprietà, appare certamente mille volte più violento, a condizione che ci si limiti a guardare la realtà un fotogramma per volta...
L’impressione è esattamente opposta, se, viceversa, tenendo conto di questo, si vuol guardare alle origini, alle cause di ciò che accade: questa ascesa alle cause, o , se si preferisce, questa ricerca delle radici, ai tempi del 68, fu tra le principali cause dello scatenarsi di un’insubordinazione mondiale scatenata dall’individuazione della violenza che stava celata



dietro le leggi, le norme, le consuetudini, le usanze, le istituzioni. Nel momento in cui si riconquista la capacità, non solo di giudicare, ma di scegliere ciò che si giudica, in cui si agisce e non si risponde ai sondaggi, in cui si costruisce il mondo e non se ne acquistano dei frammenti prefabbricati, la questione della violenza cambia totalmente di segno. Ne è peraltro consapevole anche l’apparato di potere che, infatti, tende a considerare il blocco stradale che è pratica passiva come poche altre, come atto violento e tendenzialmente terroristico, giacché impedisce la circolazione. La discriminante quindi si situa sempre di più su violenza legittima, promanante dallo stato o in ogni modo autorizzata, e violenza illegittima, illegittima non perché violenta, ma violenta semplicemente perché illegittima. Se, quindi, per valutare ciò che è violento siamo costretti a proiettare il ragionamento nel futuro e contemporaneamente risalire al passato, occorre considerare che il mondo (quello che nel 1968 chiamavamo il "vecchio mondo" e nel frattempo si è tal punto invecchiato da non essere più nemmeno un mondo) ha dichiarato guerra agli esseri umani da molto, molto, tempo...
Come si fa a stabilire chi è stato davvero violento a Genova?
La camionetta che caricava i manifestanti? I manifestanti in piazza senza permesso e trasgredendo le leggi? I governi che hanno stabilito quelle leggi che distinguono fra violenti buoni e autorizzati («noi siamo sempre con le forze dell’ordine» dichiarano sia il governo – Berlusconi, sia l’opposizione - Violante) e violenti abusivi e malvagi? L’insopprimibile bestialità delle creature? La tirannia nefasta di un creatore che ci ha scaraventato  in  un  mondo  avaro  e  sterile  e  condannati  a
«lavorare col sudore della fronte”? Chi definisce che cos'é violenza? Le frontiere, i documenti d'identità, i permessi di soggiorno, le serrature, i titoli di proprietà, il denaro stesso, non sono realtà che impongono violentemente uno stato di cose? È violento il curdo che arriva illegalmente col gommone, o il finanziere   che   legalmente   lo   sperona?   Questa   seconda



violenza, quella legale, avviene con la complicità di tutti, mentre della prima almeno ciascuno si fa carico direttamente.
Scaricare, come fanno tantissimi, la responsabilità di avere scatenato l’inferno sui primi distruttori in nero, quelli di piazza Paolo da Novi, deriva da un’illusione ipnotica, che è il prodotto di questa società degradata: che vi sia tuttavia una possibilità di esistere al di fuori della violenza, al riparo dai manganelli. Che il potere sia una belva che diviene pericolosa solo allorché provocato, ma che, per sua natura, adeguatamente placato, rispetterebbe l’esistenza privata. Dimenticando che la pretesa di manifestare contro i potenti, è già inaccettabile, o al massimo accettabile purché si manifesti alternando continui gesti di sottomissione e prove di obbedienza. In questo senso, il danno che procura la concertazione di orari e percorsi, modalità e limiti, con le forze di polizia, è infinitamente superiore alla positività del messaggio. In questo senso ogni manifestazione autorizzata, prima di tutto manifesta il diritto dello stato ad autorizzare, e quindi è, in quanto tale, un atto di partecipazione all’universo permesso. Quindi, risulta meno sorprendente, ad un’analisi più attenta, l’accusa rivolta alla polizia dal GSF, di non aver saputo proteggere la manifestazione dai violenti, e a quella rivolta ai violenti, di aver avuto, come principale bersaglio, le manifestazioni stesse. In questo senso anche l’accusa di essere anarchici rivolta ai violenti, trova fondamento anche aldilà delle elaborazioni teoriche dei singoli vandali, nell’approccio radicalmente nemico di ogni potere separato, di ogni diritto sociale, di ogni dovere individuale.

Ma non si può non ammettere che, per certi aspetti, il più violento è chi si proclama portavoce di chi non l’ha mai incaricato di questo, e che, forte di un tale titolo abusivo, perviene all’estremo vergognoso di recarsi ad omaggiare cadaveri eccellenti, sindaci, conduttori televisivi

Il coordinamento fra associazioni ha mostrato i propri limiti



perché il più gran numero, a Genova, non apparteneva a nessuna associazione e molti le avevano tutte o quasi tutte in uggia. La pretesa di stabilire arbitrariamente un concetto come quello di non-violenza (inteso nella sua forma più loffia, cioé di compatibilità con le istituzioni) ha fatto sì che il coordinamento fra realtà dissimili che aveva funzionato bene a Seattle e così così a Praga, non é stato all'altezza - anche se in realtà le "piazze tematiche" erano state appunto un compromesso anche decente. Ma l'ipocrisia di fingere di non sapere che in alcune piazze le violenze erano preordinate e certe, ha fatto sì che il vantaggio di agire in varie forme e con diverse tecniche, sia andato in buona misura disperso (non del tutto, a piazza Manin venerdì, i mansueti hanno rapidamente convinto i BB che salivano dagli incendi di Marassi a non attaccare e in parte i due gruppi si sono coperti a vicenda, quando di lì a poco la polizia ha caricato). In realtà, perciò, i difetti "partitici" e "frontisti" erano già presenti nella disposizione originale del GSF.
Con l’occhio volto ai «grandi numeri», e ad una peculiare battaglia rivendicativa sul tema del «no profit» – settore da cui traevano sussistenza e visibilità un buon numero delle associazioni rappresentate, e, soprattutto, dei 16 «portavoce» (portavoce particolarissimi giacché furono ben poche le occasioni in cui essi si degnarono di prestare ascolto a quelle voci collettive che avrebbero dovuto «portare»), cui un certo livello di violenza, prima scatenata e poi imbrigliata, poteva pure fare comodo, essi da un aparte finsero che i BB non sarebbero venuti (perché ufficialmente inesistenti e sprovvisti di una piazza propria), dall’altra inviarono prima e durante gli scontri messaggi discreti alle autorità
Questo portò infine alla conclusione per cui ciascuna anima del movimento marciò divisa, esponendo tutti indistintamente al grossolano «i pacifisti buoni sono quelli morti» della polizia italiana. – Che una simile impostazione lasciasse spazio alle più ardite sperimentazioni soggettive fu subito evidente a tutti,



anche e soprattutto perché il GSF aveva fissato un criterio di assoluta nonviolenza sulle persone e sulle cose; e, in conseguenza di ciò, dissuase, di fatto, i BB da una programmazione unitaria, simile a quella delle passate esperienze. D’altra parte, troppo diversi e incompatibili erano i soggetti che avrebbero dovuto materialmente condurre queste trattative.
La discriminante non violenta imposta dal GSF era ipocrita, forse due volte ipocrita.

Tutta la crisi di Seattle é stata causata dalla capacità che c'è stata di impedire fisicamente l'apertura dei lavori: senza quella azione di forza (in parte non violenta, in parte violenta - nei fatti la scelta dell'una o dell'altra tattica é relativa ai rapporti di forza sul territorio) le sane parole di tanta gente nessuno avrebbe saputo che venivano pronunciate (tranne te, tranne me, o Ermione...).
Ma credo che in un ottica di protesta "utile" che riesca a sensibilizzare l'opinione pubblica non necessariamente anarchica o antagonista (e questa "sensibilizzazione" serve se non vogliamo trovarci tra pochi anni in un 1984 orwelliano !) specialmente se in un contesto, con una forte copertura massmediatica che strumentalizza ogni atto, come quello delle società occidentali il metodo di azione non violento come metodo base per ogni azione credo diventi sempre più indispensabile..Non si tratta di essere "buoni" ma di avere efficacia delle proprie azioni....
Ma scusa, non vedi che proprio gli scontri hanno reso visibile tutto quanto? che proprio la violenza é stata efficace (in questo caso: se la violenza diviene a sua volta banale, routinaria, la sua capacità espressiva si riduce fino a zero) sul piano massmediatico? il potere teme di più la protesta non violenta ma proprio perché essa presuppone grandi numeri e grandi spostamenti sociali. Violenza e non violenza non sono antitetiche: c'è chi fa questo e non farebbe quello, chi viceversa,



chi passa da una all'altra secondo le circostanze. È evidente che questa é stata la modalità più caratteristica a Seattle, fra l'altro.
Tu sembri credere che l'opinione pubblica apprezzi gli sfigati che sfilano con i cartelli e detesti i violenti che rompono le vetrine e che quindi chi vuole ingraziarsela dovrebbe tacere le proprie passioni violente e fingersi pecorella (o piuttosto pecorone) per piacere alle damine dei giornali e delle TV? Non credi che sarebbe più efficace dire a tutti ciò che abbiamo nel cuore, senza tanti balletti e belletti per egemonizzare quei fessi della pubblica opinione? Non vedi quale disprezzo terzinternazionalista per le masse cela la tua idea di ricercare l'egemonia attraverso il rabbonimento degli estremisti?
E poi, quello che tralasci, é che io quelle frasi le ho scritte in risposta al sospetto avanzato da Andrew Bacelis, che i casseurs fossero prezzolati dal FBI o federali essi stessi. Una volta ancora non sono coloro che creano i disordini a voler dividere il movimento ma quei vigliacchi travestiti da non violenti per schivare le mazzate e meglio accedere ai microfoni della TV. La non violenza seria é tutta un'altra cosa e si propone di oltrepassare la violenza perché troppo poco radicale, e non perché troppo estremista
Le motivazioni del Riesame contro la scarcerazione dei teatranti austriaci «...Di connivenza, in senso giuridico, potrebbe parlarsi per i tanti che, scesi in piazza per manifestare pacificamente, hanno mantenuto un atteggiamento meramente passivo di fronte ai gruppi di devastatori, nemmeno troppo numerosi, che hanno agito indisturbati davanti ai loro occhi, pur avendo la possibilità di tentare di bloccarli...»
obiettivamente, é vero che noi manifestanti eravamo fuori legge, sia nelle intenzioni (violare la zona rossa, che era il proposito di TUTTI, era illegale) sia nella pratica (quella di chi devastava, e quella di chi lasciava devastare): ora uno (ad esempio io) può considerare meraviglioso essere dei  fuorilegge, altri (ad esempio molti di Lilliput, che si sono



autocriticati parecchio per essersi fatti coinvolgere in una situazione profondamente illegale) lo può stimare terribile. Ma i fatti sono là: a centinaia di migliaia ci siamo battuti contro la legge e contro lo stato. Molti senza rendersene conto del tutto, nemmeno dopo, credendo di essersi battuti contro una prepotenza illecita dello stato, non comprendendo che é lo stato a stabilire ciò che é illecito e ciò che non lo é (notare bene che la zona rossa era stata ideata dal governo precedente che si era ampiamente illustrato a Napoli, a riprova del fatto che i governi cambiano, ma lo stato é sempre quello che é). In questo senso, le inchieste giudiziarie falsificano ipocritamnete il quadro, trasmettendo l'idea che non fosse lo stato ad opprimerci a Genova ma le sue forze deviate. Che esisterebbe uno stato giusto ed equo (che nessuno ha mai veduto in  nessun luogo e in nessun momento, dammene atto) di cui lo stato reale sarebbe un'approssimazione imperfetta, esposta alle mille insufficienze umane. Che lo stato, in fin dei conti, promani da Dio. E così la legge: per cui, per i codici contingenti, saremmo noi fuorilegge e i poliziotti assassini i difensori della legge; ma per la legge eterna, per la vera giustizia, Carlo Giuliani, lanciando l'estintore, riaffermava e ricostituiva il diritto contro gli usurpatori. E perché questo? per la forza dei numeri: voi G8, noi sei miliardi. La maggioranza diviene così simile a Dio, principio primo delle ragioni del mondo. Di qui, come una condanna, ne segue che: male i poliziotti, servi degli usurpatori della maggioranza, ma soprattutto malissimo i vandali senza legge, coloro che hanno attaccato fin dal mattino del 20, senza attendere l'assalto della legge. Malissimo, perché loro, neri e reietti, sono la minoranza. I numeri li condannano.

-e non da chi la pratica per mascherare la propria impotenza e la propria viltà.
Molte dissociazioni dai violenti, sono risultate – prima e più ancora che infami, come a volte sono state definite con un eccesso di reattività – prove di un’incomprensione della portata



della posta in gioco: «Non si tratta di irresponsabile massimalismo, ma di lucido pragmatismo: anche chi si volesse limitare alle mere riforme, unico orizzonte politico che la miopia dei "grandi leader" di movimento riesce a concepire, dovrebbe tenere a mente l'ammonimento di Marx secondo cui esse si possono ottenere <>.
Una peculiare battaglia rivendicativa sul tema del «no profit» – settore da cui traevano sussistenza e visibilità un buon numero delle associazioni rappresentate, e, soprattutto, dei 16
«portavoce» (portavoce particolarissimi giacché furono ben poche le occasioni in cui essi si degnarono di prestare ascolto a quelle voci collettive che avrebbero dovuto «portare»), cui un certo livello di violenza, prima scatenata e poi imbrigliata, poteva pure fare comodo.

Qui si nota come l’obiettivo non sia più neppure la violenza, ma proprio un’azione che non sia pura e semplice militanza, con coerenza meritevole di miglior causa, si propone una lotta noiosa per realizzare una società mediocre.
anche a quel 99% (che poi é meno rilevante, credo) i BB facciano un po' d'invidia. La gente non parteggia così tanto con gli sfigati, come vogliono far credere i giornali. Chi si batte per le proprie idee, trasmette l'impressione che quelle idee sono degne di battersi per esse. In questo momento penso che ciò che é urgente é appunto che un altro mondo é possibile, e che milioni di persone sono pronte a battersi per questa possibilità. Quindi occorre guardarsi non dal vero pacifico che tale possibilità vuole affermare con le mani nude, ma con il pacifista furbastro che mira non a fondare un altro mondo, ma a far carriera in QUESTO mondo. Sono questi personaggi che possono rendere odioso un movimento, con le loro furbizie e le loro viltà
rimane la questione della non-violenza organizzata. Diciamo subito che é fallace scegliere la non-violenza perché non si dispone della forza per fare azioni violente: la non-violenza per



essere efficace presuppone grandi numeri, grande coesione, grande esperienza dei singoli. Un'azione violenta la si può fare in pochissimi, armati solo di buona volontà, e non richiede nessuna condizione particolare, e nemmeno
rapporti di forza assolutamente favorevoli. Basta che siano favorevoli in QUEL punto dove agisci. Come già notato, gli sbirri antisommossa hanno già mostrato i loro limiti quindici giorni fa a Napoli, dove qualche migliaio di ultras li ha dispersi per quei cagoni che sono.

Si è parlato e straparlato a lungo, prima, durante e dopo Genova, di violenti e nonviolenza. Innanzi tutto la questione viene sempre dibattuta in modo univoco. La non-violenza è agitata, in direzione di chi si solleva di fronte al potere, mai mettendo in questione il potere stesso.( )Ma i poteri costituiti,
altrimenti detto lo Stato, sono nati attraverso un processo di accumulo dei monopoli: la fiscalità, la moneta e la forza. La macchina statale è per definizione il luogo di massima concentrazione della forza, è l'istituto che si distingue da una banda qualsiasi perché può esercitarla in modo legittimo, attraverso la regola dell'autolimitazione.
Ma per i non-violenti italiani questa lezione non vale. Strano modo di rovesciare il segno di quella che pure è nata come forma radicalissima di lotta. Da momento di delegittimazione etica dei poteri costituiti, dei detentori del monopolio della forza legittima ("coercizione", indicano con un eufemismo i manuali di diritto), viene fatta diventare strumento di selezione, delegittimazione e criminalizzazione di coloro che si ribellano contro i poteri costituiti.
Vittorio Agnoletto, uno dei prendiparola più solerti e sponsorizzati da alcuni poteri mediatici forti, è uno dei maggiori campioni della caccia al diverso, al dissidente, in nome di quella che potremmo definire chiaramente come una forma di non- violenza autoritaria e ultraistituzionalizzata. Si è detto: "se pratichi la violenza, contro beni o contro terzi, mi fai violenza",



ma una volta accettata, la stessa logica vale anche all'inverso "se mi imponi la tua non-violenza, mi fai violenza". Non credo che se ne esca, salvo un'accettazione reciproca di principio, che riconosca la pari legittimità delle due ipotesi e accetti il confronto, la sfida, sul terreno della competizione e persuasione degli argomenti e dell'azione. Unico luogo di verifica che può attribuire l'egemonia
In Italia, con un malizioso malinteso, viene chiamata non- violenza un tipo di cultura politica che si è costruita sul rifiuto e sulle ceneri della violenza politica dei movimenti sociali sovversivi degli anni 70 e sull'accettazione della legalità, altrimenti detta l'esercizio del "monopolio legittimo della forza" da parte dello Stato. In questo caso siamo di fronte al vero e proprio stupro semantico d'un termine e di una pratica che ha ben altra storia e ben altre pretese, e che da sempre è nemica dello Stato e della sua legalità.
Viene definita non-violenza la semplice acquiescenza all'ordine costituito, il che vuol dire piuttosto sottomissione o comunque subalternità, domesticazione nei confronti di chi esercita il monopolio legale della forza.
Babi Lista movimento 30 maggio 2002

Ciò che Adriano Sofri scrive « La premessa di ogni tentativo nonviolento sta in una difficile banalità: nel fare come se chiunque potesse essere persuaso della buona ragione delle idee per le quali ci si impegna. » potrebbe, in effetti, essere riconosciuto, non dai soli pacifisti, ma da tutti coloro i quali non aspirano a imporre le idee giuste, le parole vere, le condotte libere, ma piuttosto regalare libertà e verità al mondo.
i mansueti, che in una vita aliena dalla violenza scorgono non un semplice strumento ma il primo e principale contenuto della loro azione, percependo essi la violenza come costitutiva di ciò che oggi esiste, in quanto negazione dell’armonia cordiale fra i viventi (il più delle volte percepiti come creature: tale attitudine



é in buona misura di fonte religiosa, gandhiana, buddista, francescana, tolstoiana, etc), per certi aspetti sono – al pari dei più veementi sovversivi (non a caso gli uni e gli altri praticano il medesimo strumento dei «gruppi d’affinità») – coscienti dell’esigenza di far attraversare ciascuno dalla medesima rivoluzione che si richiede al mondo.
Ma i suoi stessi sostenitori riconoscono che la parola «non violenza» viene sempre più spesso immiserita a sinonimo di comportamenti compatibili ed accettati dalle leggi vigenti, e
«rischia di subire un degrado entropico», come lamenta Nanni Salio della rete Lilliput, coordinamento delle associazioni non violente presente nel GSF. E, nel medesimo ambito, si rincara: "nonviolenza" non deve più voler dire solamente "assenza di aggressività", "astenersi", "essere neutrali", ma anche "disobbedienza", "determinazione", "azione", "costruzione di altro".
il difetto della non-violenza sta nel fatto che - per funzionare - abbisogna necessariamente dell'apporto di molti mentre per strangolare un sindacalista con la tecnica dei thugs basta un laccio di seta e una volontà di ferro
Aggiungi che la non violenza per essere efficace presuppone il riferirsi ad un universo di valori in qualche modo comune: presuppone un'"opinione pubblica" libera e influente.
Non violenza è il nome che molti danno a ciò che è in realtà legalitarismo, rifiuto di fare violenza al sistema delle leggi: il legalitarismo impone che le riforme derivino dal potere costituito. Il legalitario è perciò obbligato a conquistare il potere, o quanto meno a guadagnare potere, rispetto a chi lo detiene. Ugualmente è OBBLIGATO a una violenta contesa di potere all’interno del movimento, per poterlo costringere a strumento di battaglia politica. Non solo non è sorprendente che i legalitari aggrediscano gli illegalisti, ma è inevitabile; perché la forza del legalitario non gli appartiene, consiste nella sua capacità di vendere sul mercato del potere i non legalitari, dopo averli ridotti all’impotenza



In nome del rischio oggettivo (indiscutibile, anche se sopravvalutato) che i violenti farebbero correre a coloro che violenti non sono, i nonviolenti si arrogano il diritto di additare senz’altro consegnare i primi alla polizia, gettando di passata fra l’altro un lampo sinistro sul tipo di società moralmente blindata e mortalmente appiattita che vorrebbero edificare. Ma si tratta di una motivazione del tutto fallace

Altri pensano invece che, a fronte della tendenza del presente sistema a distruggere tutto ciò che esiste di umano e di vivente, sarebbe semmai urgente non disporci a nostra volta a distruggere, ma piuttosto a costruire; e che questa sarebbe, oggi, la vera radicalità. Giova loro rammentare che questo sistema distrugge non già eliminando ciò che gli preesisteva, ma piuttosto attraverso la produzione di una concrezione mostruosa, quasi un cancro o un colesterolo, chiamata correntemente società, che ostruisce e avviluppa i flussi del vivente , mortificandoli, soffocandoli, pietrificandoli. E che quindi urge, per poter costruire, un'opera preventiva di desedimentazione, di scioglimento, di liberazione del futuro dalla costrizione del presente.
è comunque vero che il capitale si valorizza in grazia della distruzione (distrugge lui stesso ricchezza a più non posso) e in quest'ottica si potrebbero vedere tutte le distruzioni come inutili, se non addirittura dannose; ma va considerato che i motivi per cui si distrugge possono essere altri, ad esempio bonificare un'area.
Corso Torino e Corso Sardegna avrebbero ben potuto innalzare l'insegna "zona definanziarizzata": insegna simbolica finché si vuole, ma capace di rallegrare.

Risulta perciò che – in considerazione della natura distruttiva del capitalismo pervenuta ormai a livelli devastanti – ciò che urge è una “distruzione della distruzione” che non può perciò affermarsi né come un surplus di distruzione, quantitativamente



e qualitativamente irrilevante (che cosa possono rappresentare un paio di blindati in fiamme, una dozzina di banche devastate, a fronte della settimanale distruzione equivalente nella zona degli stadi, della violenza stessa dei reparti antisommossa a Goteborg, Genova, Istanbul, e dei miliziani a Mazar-I-Sharif, ma ancor di più dei disastri di Tolosa, del Monte Bianco, del Gottardo, dell’attacco alle Twin Towers, ma soprattutto all’immensa demolizione operata trent’anni fa per erigere le Twin Towers?
ogni costruzione è anche una distruzione e viceversa: per costruire le torri gemelle erano stati distrutti edifici a decine; abbattendole si é costruito Ground Zero; ogni costruzione distrugge ciò che c'era prima, ogni distruzione costruisce uno spazio libero da ciò che c'era prima. In certo modo i BB hanno costruito una banca devastata, una macchina bruciata. provate a pensarci, é un buon esercizio dialettico. Quindi il punto é sempre ciò che si distrugge, facendo qualsiasi cosa; e ciò che si costruisce, facendo quella stessa cosa.

Nessuno riesce a competere con il processo mercantile sul terreno della distruzione, che è il terreno suo proprio: il processo mercantile è un processo attraverso il quale il mondo divora ed evacua sé stesso senza posa, e la passività sociale che impone una crescente contemplazione del prodotto del lavoro sociale, e un parallelo schiacciamento di ogni residuo uso dell’esistente, è il perfetto contraltare all’iperattività compulsiva e forsennata del processo di metabolizzazione dell’esistente da parte del valore in processo: la mazza del vandalo appare così come un ingenuo fai da te a fronte della palla d’acciaio e dell’esplosivo dei demolitori autorizzati), né come una pura e semplice attività di riproduzione sociale, che finirebbe per essere convertita in combustibile per l’attività metabolica del processo di valorizzazione. Deve perciò affermarsi non come “distruzione socialmente costruttiva” (come si ostina tuttora ad essere gran parte dell’attuale



contestazione sociale9), ma come “costruzione socialmente distruttiva”, non come pratica ancora una volta costituente e legificante, ma decostituente e delegificante
Un movimento che si proponga la soppressione della società della merce e della passività, non può quindi che essere coerentemente e coscientemente antilegale, critica in ogni momento sia di ogni legge, sia di ogni trasgressione parziale. Molto più che commettere particolari atti illegali occorre volgersi alla negazione totale della legge, esplicita nell’agire libero, nella costruzione di situazioni, nella loro difesa attrezzata ed appassionata.
La violenza ha oggi cambiato campo, non perché i proletari assoluti del nuovo millennio debbano in qualche modo abdicare alla libertà di scegliere senza remore i modi del proprio agire, ma perché l’opera dell’attuale capitalismo si è fatta in tale misura violenta, da sussumere in sé ogni violenza, lasciando ai suoi avversari la possibilità – su tale terreno – unicamente del gesto, speculare, inefficace, spettacolare. Tutta la violenza disponibile appare già in vendita sui banchi del mercato spettacolare

che il funzionamento sociale  presente  non  si  regga,  lo pensa mezzo mondo, sia prima sia dopo Genova. A me pare che Genova abbia detto che non solo un altro mondo é possibile, ma che molti son pronti a battersi perché ciò accada. Questo é stato il frutto dell'ampio arco di azioni create a Genova, e in particolare del fatto che molti hanno spezzato la pace sociale, restituendo a ciascuno la propria parte nel discorso. Questo non è che sia opera dei BB soltanto, ma del fatto che il movimento comprendeva pure loro. Vorrei ricordarvi una volta ancora che la gente - fra cui la casalinga di Voghera - é molto più violenta di quel che sembrerebbe sentendo le cazzate buoniste dei telegiornali. A moltissimi la violenza piace, pare segno di forza, di convinzione, di soluzione radicale. Convinciamoci che la non-violenza arriva come superamento



della violenza affrontata, e non come sua elisione. Se Genova fosse stata del tutto pacifica, nessuno l'avrebbe cagata, e questo era vero già per Seattle. Malgrado i trecentomila che poi non sarebbero stati trecentomila, perché tantissimi erano lì per fare casino: senza il casino sarebbero stati a casa. Quelli che sono a favore della non-violenza sarà ora che si rendano conto di dover sedurre e convincere la gente e non partire dal presupposto che la maggioranza è pacifista. Molti si comportano da pacifisti per paura, pochi sono non violenti davvero. chi si comporta da pacifista per paura, ma non lo é, appena smetterà di avere paura smetterà pure di essere pacifista. La paura non é una buona amica, é una padrona feroce

Rimane in ombra che la manifestazione violenta e la manifestazione non violenta hanno origini e storia completamente diverse: in sostanza non sono due cose simili in cui ci si comporta diversamente ma due cose totalmente distinte unite solo dai fenomeni superficiali di accadere in piazza e di coinvolgere un numero significativo di persone.
Proporrei di usare per la manifestazione nonviolenta il termine di dimostrazione. Si tratta, infatti, di un'azione simbolica con un programma esplicito e predefinito (spesso in maniera informale ma mai spontanea) che mira in prima istanza a dire (agli avversari, agli amici, a tutti - esistono varie possibilità) qualcosa che si reputa importante (per es.: lo sapete che siamo in tanti a non essere d'accordo? lo sapete che cosa pensiamo? lo sapete che su questa questione siamo uniti? etc). In più esiste spesso un intento sabotativo e in fin dei conti, simile in ciò alla tradizione dello sciopero: se non fate ciò che vi chiediamo, vi blocchiamo le strade, vi rompiamo il cazzo mortalmente, vi rendiamo la vita impossibile, etc.
Essenziale comunque nella dimostrazione nonviolenta é il rapporto mediato con l'oggetto del contendere: l'azione pubblica non ha il fine di cambiare di per sé nulla ma di incitare qualcuno



ad operare i cambiamenti prospettati, oppure di costringere l'antagonista a sottomettersi, o ambedue le cose. Esistono sempre più spesso dimostrazioni analoghe alle prime ma di carattere violento: i meccanismi e gli intenti sono identici ma il comportamento in itinere è inteso a recare danno. Rimane però vero che si tratta di atti simbolici: caso tipico la giornata antiturca conclusa con l'infame operazione Girasole. Danneggiando la Turkish non si agisce direttamente per liberare Ocalan ma si minaccia la Turchia di fargliene passare di tutti i colori. Violenta o non violenta che sia la dimostrazione presuppone una regia accurata (ed é il caso pressoché generale, motivo per cui io non amo queste dimostrazioni e, salvo che per incontrare qualche amico, non ci vado mai) oppure una capacità individuale di azione pubblica collettiva, capacità della quale a queste nostre latitudini si é perduta financo la memoria (personalmente ho veduto qualcosa di interessante in Chiapas e anche piazza Tien An Men mi è apparsa notevole da questo punto di vista). La manifestazione violenta, viceversa, può benissimo essere spontanea ed anzi é proprio in questi casi che produce i suoi esiti migliori. Essa mira regolarmente a un duplice fine: il primo é quello di esprimere uno stato d'animo (hanno condannato a morte un compagno in Spagna? corro al consolato spagnolo a strangolare il console e chiunque si metta sulla mia strada; il consolato è blindato peggio che Fort Knox? mi scaravento a dar fuoco all'Iberia e sulla via devasto tutto ciò che in qualche maniera rinnovella il mio furore) essenzialmente spaccando tutto (e tutto non è ancora abbastanza), il secondo quello di realizzare immediatamente un passaggio chiave del mio fine ultimo (già in passato ho citato la presa della Bastiglia, il carcere speciale della Parigi di quei tempi: potrei citare la cancellazione dell'ambasciata USA a Skopije), giungendo fin lì dove le mie forze lo consentono. Occorre dirvi che, sebbene le mie personali forze mi consentano ormai solo vandalismi adatti alla mezza età, a una situazione del genere accorrerei sempre di



lieto animo? Benché questo tipo di manifestazione non ne necessiti, pur tuttavia una qualche forma di organizzazione e di regia può essere concepita, ma solo all'interno di un movimento sperimentato e nell'ambito di un dibattito collettivo leale, cosa non proprio frequente (gli anni 68-69 in vari paesi, il 77 in Italia hanno intravisto simili momenti, ma solo qualche volta). Io reputo la dimostrazione violenta (caso 1b), che è poi la più diffusa, sempre inutile e solitamente dannosa, perché isola da un sacco di gente che direbbe cose simili ma non ha voglia di sniffarsi il lacrimogeno o di prendere a cornate il bullone e il manganello (mentre in quell'ottica il numero é tutto), perché consolida dirigenze più o meno occulte, composte rigorosamente da teste di cazzo (perché se uno ha bramosia di potere e di successo il capitale si becca i migliori agli antagonisti lascia le scartine), perché, fondandosi su un programma estorsivo (ti costringerò a fare ciò che voglio) mira a rafforzare l'antagonista che é poi quello che deve davvero agire, perché in ultima analisi - mentre finge di voler esprimere qualcosa - spinge nel senso di una semplificazione del discorso che é l'opposto della radicalità (secondo Marx, andare alla radice delle questioni, non secondo Pannella).
La dimostrazione non violenta, funziona bene se c'é Gandhi o Martin Luther King, figure carismatiche ad alto tasso di religiosità, e se l'idea di riferimento é, a parole, condivisa dalla grande maggioranza e, nei fatti, disattesa: altrimenti tende a ridurre la manifestazione a una sorta di testimonianza (nel senso cattolico non in quello ancor più nefasto amato dai Buscetta e dai Peci) impotente e vittimistica. Ma può essere anche un modo per ascoltare insieme il battere del cuore: però in tale ottica é chiaro che la nonviolenza é irrinunciabile altrimenti chi agisce violentemente (oltre ad ottenere ben poco sul piano operativo) spezza l'incantesimo che é la sola forza di simili situazioni.
Resta il caso 2, che é il mio preferito. Ho premesso che é anche il più difficile da realizzare ma va detto, però, che: 1) non é



indispensabile partire con la Bastiglia, si può incominciare che ne so? con il carcere di Chiavari; 2) si possono individuare temi meno impegnativi di quelli del carcere; 3) un buon passaggio é quello dell'occupazione di edifici sia per convertirli a proprio uso, sia per dissiparli semplicemente (quando ci furono le lotte contro il degradante governo Berlusconi sarebbe stato simpatico deviare verso la Standa e polverizzarla, locali, merci e liquidi: della cosa il vile gnomo si é reso perfettamente conto, infatti ha deciso di orientarsi integralmente sul virtuale; 4) allorché il rapporto sia molto favorevole, il che accade ogni qual volta si spiazzino gli sbirri, si può tralasciare o comunque ridurre al minimo la violenza, perché gli obiettivi immediati si realizzano senza incontrare ostacoli.
Piacere e libertà rimangono a fare la fila, mentre la noia recita il proprio ennesimo monologo.
Semmai, c'é da chiedersi - in situazioni come Genova - quale senso abbia commettere azioni di violenza, e a me non pare che ne abbia molto.
Argomenti a favore:
-   terrorizzare le guardie (cosa validissima, ma a condizione di avere le capacità di farlo, cosa che mi pare incerta)
-   evidenziare che non esiste un terreno comune con stato e padroni (cosa mille volte meglio dimostrabile in altra sede)
-  fare un dispetto ai pecoroni scanii e agli agnoletti del GSF (ma é un obiettivo di portata davvero infima)
Argomenti contro:
-   rischio di beccarsi un fracco di mazzate (cosa negativissima, che darebbe fiato a tutti i pacifisti, i trattativisti, le mamme, i parlamentari, i sindacalisti, i preti - per non parlare dei fastidi di chi le mazzate dovesse beccarsele in prima persona)
-       aggravamento della tendenza di porre la questione insurrezionale come cosa specialistica, peculiare di combattenti stradali di lungo corso, inadatta alle persone normali, ai refrattari senza divisa
-  ulteriore spettacolarizzazione di uno scontro già per molti versi



spettacolare
-  mancanza di chiarezza nel dibattito, per cui obiettivi possibili in astratto, quali l'assalto e la dissipazioni di edifici ostili (chiese, università, carceri, caserme, centri commerciali, fabbriche, sedi politiche o sindacali, consolati, e simili latrine) sono poco o punto verosimili in concreto

Guagliardo nota come la violenza attragga anche perché presuppone meno impegno, dà l'impressione di poter risolvere tutto, lasciandoci comodi al nostro posto; perché la violenza non solo è più adatta ad essere contemplata ma è essa stessa autocontemplativa, come dimostra molto bene la moda crescente fra gli holligans dello sport e della sommossa di crearsi le proprie cassette filmate in cui perpetuare le proprie gesta. Nella violenza sonnecchiano sempre il gesto e la sua immagine.necessità di sollevare il piede dal pedale della violenza: il proletariato, scrive bene Debord, può pervenire alla propria emancipazione solo in quanto classe della coscienza, come portatore di un progetto umano; occorre pensare a un disegno complessivo di "antiviolenza", che non sia solo rinuncia e desistenza mani alzate e preghiere, ma forza pacifica e comunicativa, disposta ad affrontare lo scontro ma nella consapevolezza che esso é strutturalmente difensivo, perché una vittoria possiamo coglierla solo sul piano della diserzione, dei kamikaze, dei top gun, dei robocop, di tutti questi personaggi da film che in realtà sono, sotto la divisa, null'altro che proletari come noi, come i morti delle Torri, obnubilati da un'identificazione forzata con le ragioni della morte individuale e collettiva. Il proletariato deve porsi visibilmente come partito della vita contro la morte

Barbaro era, per gli antichi greci, chi balbettava la “vera lingua”, il greco dell’agorà; e barbaro, altresì, era chi, in preda a incontenibile furore, distruggeva e devastava, come farebbe un bambino. Già allora sussisteva il dubbio che i due aspetti



stessero fra loro in un rapporto causale, che si distruggesse perché non si riusciva a partecipare della parola comune.
Molta della distruzione operata dagli insorti nella storia, mostra questo medesimo limite, di ridursi a devastare per il fatto di non saper parlare. Non parlare, evidentemente, la lingua già corrente, dal momento che lo spazio pubblico è stato dissolto; ma inventare, istituire la parola libera, una volta che se ne abbia la possibilità, che oppressori e mentitori, poliziotti e specialisti della politica siano stati costretti a lasciare il campo. Lo si vedrà in tante rivoluzioni abortite, o rimaste addirittura allo stato virtuale: lo vedremo anche a Genova, dove la ritirata della polizia e l’inettitudine dei mediatori politici, aveva creato un ampio spazio nel quale sarebbe stato perfettamente possibile parlarsi e confrontarsi. Quel dibattito fra i partecipanti che gli specialisti avrebbero voluto nei giorni precedenti, fra militanti e leaderini, e cui i più coscienti fra i compagni (quelli che poi saranno additati con molta approssimazione come Black Block) avevano opportunamente disertato; quel dibattito si sarebbe perfettamente svolgere nella piazza stessa lontano dalla polizia ancora arroccata a difesa della città vuota e del vuoto simulacro di potere rappresentato dagli otto pagliacci globali, lontano dalla parola senza potere dei social forum. La parola è potere sulla propria vita, è direttamente esecutiva, quando si siano conseguite certe condizioni: il barbaro che non capisce la parola di chi decide, cui non viene permesso di decidere in quanto straniero al potere, potendo distruggere ogni cosa, invece che limitarsi ai simboli e agli arredi di una città abbandonata, potrebbe allora senz’altro dibattere l’uso possibile di quello spazio, e usare del proprio riconquistato potere, immediatamente praticare e sperimentare le proprie decisioni. Invece che marciare come falangi verso i simboli della zona rossa come proponevano gli uni, invece che rappresentare il martirio sulle grate come hanno fatto altri, invece che punzecchiare la città in coma col bastone e la fiaccola come hanno fatto altri ancora, occupare senz’altro degli edifici, farne



luoghi di decisione e passare senz’altro al riorientamento del territorio, difesi dal proprio numero e dall’insipienza poliziesca
È precisamente il compiuto evaporare del mondo, quale misura dell’azione umana, ad averci condotti a scegliere la natura, e la più evanescente ed ingannevole di ogni natura, la natura umana, come riferimento comune. In tal modo, la fraternità si pone all’inizio, nell’oscurità dell’indistinto, e non alla fine del processo, nella luce del percorso compiuto insieme, come calore da non disperdere e non come fuoco da accendere. Il vivere si percepisce allora come entropia, come dispersione, come incessante dilapidarsi di un “patrimonio” originario; il nascere come condizione necessaria del morire. Per questa via il percorso della violenza rischia sempre di convertirsi in apocalisse necessaria ad un perpetuo ritorno all’humus: il suo fine pare essere quello di fondere da capo tutti gli elementi per ritornare al magma, non si capisce bene se per riprovare da capo, fidando in una migliore fortuna, o per contentarsi infine del calore naturale, fuori del quale si sarebbe scoperto non esistere altro che il gelo della solitudine. La costruzione alienata di un ambiente ostile, cui siamo stati costretti negli ultimi secoli, ha prodotto fra le sue conseguenze, una profonda sfiducia nella capacità umana di operare artifici, e di agire nel mondo da tali artifici edificato. L’oblio, tutt’altro che innocente, su chi ha operato le scelte e sui fini che lo hanno indirizzato, finisce per colpevolizzare “l’uomo”. Scrive precisamente Mario Lippolis riferendosi al declino successivo all’esplosione del 68, “nuovamente trascinati nella "massa" anonima prefabbricata, ma la debolezza specificamente nostra stava ora nel fatto che, come la volpe con l'uva, dichiaravamo di preferire alla luce, ormai declinante, il calore che - spiega Hannah Arendt – ne è il sostituto preso i paria e che «esercita un grande fascino su tutti coloro che si vergognano del mondo così com'è al punto di voler rifugiarsi nell'invisibilità. E nell'invisibilità, in quell'oscurità in cui, essendo nascosti,  non  si  ha  nemmeno  più  bisogno  di vedere il mondo visibile, solo il calore e la fraternità degli



uomini strettamente stipati gli uni contro gli altri possono compensare la misteriosa irrealtà che contraddistingue le relazioni umane ogni volta che esse si sviluppano nell'acosmia assoluta e senza essere collegate a un mondo comune a tutti. È facile, in un tale stato di assenza di mondo e di irrealtà, concludere che  l'elemento  comune  a  tutti  gli  uomini  non  è il mondo, ma la "natura umana" di questo o di quel tipo, a seconda dell' interprete» (L'umanità nei tempi oscuri. Riflessioni su Lessing).

La violenza é un male nient'affatto necessario: ma é già in mezzo a noi. Per rimuoverla occorre smontare un sacco di reazioni automatiche, far crollare un sacco di impalcature. Non riesce ad essere un'operazione del tutto indolore.
occorre rendersi conto che per rifare un altro mondo, non occorre conquistare questo - come giustamente indicano gli zapatisti - ma è indispensabile disfarsene. La qual cosa va ben aldilà dell'incendio e della distruzione, ma per ora difficilmente può prescinderne. Chi ha delle idee in tal senso, si faccia innanzi, a condizione che tali idee non consistano nell'alzare le mani, inginocchiarsi, fuggire con le gambe a batticulo o fare una mozione in parlamento.
Siamo sempre lì: fra il piacere di creare e il piacere di distruggere, passa un'oscillazione che distrugge il potere separato. Abbiamo distrutto a Genova? Oscilliamo verso la creazione di relazioni e di passioni, e poi viceversa. Questo é ciò che sarebbe stato opportuno fare, piuttosto che voltarsi continuamente verso Genova in fiamme, e farsi di sale come la moglie di Lot...
La festa é appena incominciata



8.  Realismo, estremismo, radicalità


"…posta in gioco tra le istituzioni e attori sociali, nel silenzio assordante della politica, non è la democrazia, né la liberazione dal sistema, né la questione di uguaglianza, ma la libertà di movimento senza impedimenti e che si risolve nell'occupazione di spazi liberati dalla sovranità della burocrazia e dalla continuità della storia, nella dissoluzione della legalità e dei legami precostituiti, nell'azione individuale e antipolitica (senza
mediazione)”. Massimo Ilardi - In nome della strada - Libertà e
violenza

" Io so che per voi i popoli non contano niente perché la corte è armata, ma vi supplico di permettermi di dirvi che li si dovrebbe tenere in gran conto, tutte le volte che si riconoscono come un tutto. Allora ce ne stanno: incominciano anche loro a considerare niente i vostri eserciti e il guaio è che la loro forza consiste nella loro immaginazione: e in verità si può dire che, a differenza  di tutte le altre forme di potere, essi possono, quando sono arrivati ad un certo punto, tutto ciò che credono di
potere. " (Cardinale di Retz)

Viviamocela con un po' d'ironia, e d'autoironia, questa sacrosanta battaglia. Non facciamone un tormento per noi stessi, perché nel tormento non si regge a lungo, ci si scarica e si cede. Ogni tanto bisogna anche sedersi attorno a un fuoco, e raccontarsi una storia, magari parlando con uno scarafaggio saggio, alla Marcos.
Bisogna ritemprarsi lo spirito, senza troppa ansia sulla
schiena. Sdrammatizziamoci l'animo, abbiamo bisogno d'energia,



non possiamo fare la conta tutti i giorni alla caccia del consenso, qui non si tratta di fare audience; secondo me il primo grande enorme successo, che è davvero alla nostra portata, è quello di essere un po' più in pace con
la nostra coscienza di uomini. È già qualcosa d'enorme!
26 luglio 2001 temuchin – Lista Movimento

…non abbiamo diritti da reclamare o rivendicazioni da
avanzare, ma piaceri di cui godere GLI AMICI DI NESSUNO – MESSINA CENTRO
KINESIS - TRADATE (VA)

Molte dissociazioni dai violenti, sono risultate – prima e più ancora che infami, come a volte, con un eccesso di reattività, le si è definite – la prova di un’incomprensione assoluta della portata della posta in gioco: «Non si tratta di irresponsabile massimalismo, ma di lucido pragmatismo: anche chi si volesse limitare alle mere riforme, unico orizzonte politico che la miopia dei "grandi leader" di movimento riesce a concepire, dovrebbe tenere a mente l'ammonimento di Marx secondo cui esse si possono ottenere <>. Rincarano i compagni di Vis-à-vis.
Ciascuno ha un'idea propria del modo in cui agisce nella sfera pubblica. C'é chi pensa che in questo ambito la decisione sia necessariamente collettiva: a sua volta quest'impostazione si scinde fra chi crede che la minoranza debba conformarsi alle decisioni della maggioranza; chi crede che le decisioni vadano prese per consenso di chi decide, salvo poi imporsi a tutti coloro che partecipano della dimensione spazio-temporale della decisione; chi pensa che le decisioni valgano unicamente per coloro che le hanno prese e vadano al massimo suggerite a tutti gli altri, che si potrà PERSUADERE (questo é il mio punto di vista: affermo di passata che i primi due punti di vista presuppongono una polizia - nell'ambito che trattiamo chiamata "servizio d'ordine" e perciò sono di impianto sbirracchione).



Avverte opportunamente Fabio Massimo Nicosia(Lista Libertari
–) 3 gennaio 2004 )” la socialdemocrazia è una variante dello Stato di polizia: è costretta a imporre tutta una serie di regole che poi deve per forza implementare col sistema poliziesco- carcerario”

Vi sono poi alcuni che reputano che la decisione collettiva sia sempre e comunque una scassatura di palle, e che solo l'individuo può regolare le proprie azioni senza prevaricare ed essere prevaricato. Quest’ultimo punto di vista, però, ha il limite di presupporre il deserto e di creare il deserto: trattando tutti i presenti quasi fossero nemici, tende a suscitare in loro l’inimicizia, l’autodifesa, l’arroccamento
A Genova erano in piazza persone amiche di ciascuno di questi punti di vista, in numeri variabili.
Essere in piazza in un determinato luogo e momento non implica un'adesione a una manifestazione convocata da qualcuno, né ai criteri da costui fissati, in uno dei modi sopraindicati. Nemmeno lo stato ha la pretesa di fissare la condotta dei singoli in un dato luogo e in un dato momento: pretenderlo converte una manifestazione in una sfilata, in cui non le persone manifestano ciò che credono, ma testimoniano con i loro corpi la forza dell'idea cui dimostrano di aderire.
Quindi é fuori discussione che ciascuno fa come gli aggrada, e nessuno può sostenere che la manifestazione é "sua" e quindi ha certe regole, alla maniera di chi afferma "e qui comando io, e questa è casa mia". Se lo fa si assimila con le proprie stesse scelte, a un poliziotto. E infatti quando le Tute in via Tolemaide fecero resistenza contro gli insorti in ritirata, cercando di estrometterli dal corteo nel pomeriggio di venerdì, si levò da capo lo storico coro, che ha stigmatizzato da decenni gli aspiranti sbirri dei partiti, dei sindacati, delle organizzazioni: "via, via la nuova polizia". C'era, al TPO di Bologna, un bellissimo filmato che illustrava con abbondanza di dettagli la scena. Pare che poi qualcuno abbia ottenuto dei tagli radicali,



per occultare questa scena edificante e l'altra in cui Casarini e Farina raccomandavano a tutti di non diffondere la notizia che c'era stato il morto...(sta zito, Diocàn, sta zitooo…)

in ogni caso coloro che hanno fissato le regole delle giornate di Genova, lo hanno fatto in base alle regole della democrazia contemporanea: alcuni soggetti, avendo scelto di essere delegati, hanno scelto e qualificato una platea di deleganti, la cui democraticità sarebbe dimostrata e accertata dal fatto di aver scelto come propri delegati dei sinceri democratici!
Sfumato ogni soggetto collettivo reale, i soggetti collettivi divengono vere e proprie emanazioni del potere che è stato loro alienato e di cui acquistano coscienza solo dopo esserne stati espropriati. L’assemblea, così come il popolo degli elettori, è in tal modo sempre sovrana IN UN ALTRO MOMENTO, e la sua sovranità, lungi dall’essere opposta ai delegati, si contrappone sempre a chi pretenderebbe di parlare ed agire in prima persona.

Beninteso, il fatto di essere incoercibile non implica che qualsiasi scelta debba risultare appropriata agli occhi di ciascuno. Nulla vieta di giudicare inopportune le devastazioni dei BB e anche di tanti altri: solo che questo si dice, si argomenta, si dimostra. Fra persone libere, ci si convince. A Genova non era il caso di fare come a Praga, o a Nizza? Gandhi ha coinvolto nel suo progetto non-violento la grande maggioranza degli indipendentisti indiani: ma per farlo, non ha usato il servizio d'ordine.

Non esiste imposizione di regole senza poliziotti che la impongano. I poliziotti dei movimenti di opposizione si chiamano servizi d'ordine.
I servizi d'ordine di oggi, sono la polizia di domani: sia nello spirito sia nella sostanza, come dimostrano abbondantemente le migliaia di garibaldini che, doo avere imbrigliato,



regolamentato, normalizzato il movimento partigiano, nell'aprile del 1945, smisero il fazzoletto rosso per l'uniforme della polizia. Coloro i quali vogliono imporre delle norme al processo sovversivo, sono gli stessi che, per gli stessi motivi, intendono imporre leggi alla società futura, e non di rado si portano avanti ammiccando, di tempo in tempo, a quelle della società presente. (non c’era un po’ dell’arroganza del proprietario futuro, nella pretesa di Agnoletto che la polizia seguisse le indicazioni del Social Forum, bloccando i violenti fin dalle frontiere? ). Il riformista che si concepisce come erede designato al potere su questa società, adocchia il panorama sempre con lo sguardo rapace e meschino del figlio di papà, povero oggi, ma ricco nel futuro “a babbo morto”.
Fra Genova 1960 e Genova 2001 un'analogia - la reazione di migliaia di persone non inquadrate né organizzate a una prepotenza vissuta come inaccettabile mi pare ci sia.
E retorico piuttosto che chiedersi dove sarebbe oggi il Che - all'ospizio, magari, che cosa vuol dire? - mi pare sia utilizzare tutta una terminologia guerriera e però poi dire, come hanno fatto in tanti, che la gente a Genova non era venuta per fare la rivoluzione. I casi sono due: o non è vero, e quindi cadono i suoi presupposti; o é vero, e allora perché se ne recitano le forme ipostatizzate? E non é questa una provocazione e un inganno verso coloro i quali - vedendo tutto questo rosseggiare di intenzioni - pensano che sia scoccata l'ora x? No, dovrebbero essere questi ultimi a capire che é tutta una finta, tutta una pagliacciata. E d'altronde occorre ammetterlo: come fanno a non capirlo, vedendo l'adunarsi sui palchi e nei punti più sicuri dei cortei di così tante facce di merda? Se c'é un modo certo per riconoscere una rivoluzione è infatti questo: che leader politici e sindacali, consiglieri, deputati, assessori, sindaci, gonfaloni, vigili urbani, labari, tricolori e altre bandiere nazionali, foto del sozzone Pertini e spacciatori di souvenir, o sono assenti, o sono dall'altra parte, nel loro alveo naturale, fra le guardie.



io credo che la gente cambi idea quando legge e riconosce la tua coerenza, non certo quando cerchi di presentargli la tua pillola più attraente, per non fargli subodorare la medicina. Se fai così, ti chiama ipocrita, che è quello che regolarmente viene da pensare della sinistra, che appunto "cerca consensi", facendo la carina, parlando solo delle botte prese e non di quelle date, etc..Le persone son molto meno pecorone di ciò che credono i leader in cerca di gregge: questi ultimi se le fingono così, perché altrimenti la possibilità di porsi alla loro testa non esisterebbe
La via maestra é partire da sé stessi e dalle proprie ragioni, non obbedire e non comandare, non delegare e non essere delegato. Se sei molto isolato, un simile presupposto può inizialmente ridurre le tue chance di agire, con il vantaggio, però, di essere la tua unica bussola (di poli Nord uno ce n'é, gli altri stroppiano). Non sei particolarmente imbecille (masochista, si direbbe, semmai): quasi tutti siamo travolti dalla Babele ossessiva di questa società che ti ripete "non c'è niente che tu possa fare al di fuori di me". Mentre é vero proprio l'opposto il fatto che io sia libero di fare qualsiasi cosa, non implica che io lo faccia. Io posso rinunciare a una mia libertà per il solo fatto di farti contento. Secondo me la libertà assoluta va praticata in un contesto amichevole, di simpatia, di comprensione, di attenzione reciproca. Ma questa simpatia é un piacere e una libertà, non un dovere e un obbligo. La solidarietà é un dono che ci si scambia, per il piacere di essere insieme, nello stesso luogo e nello stesso momento. È il contrario del senso civico, del dovere sociale, del rispetto della legge.
Non é più semplice che ciascuno sovverta come meglio crede e cerchi di convincere gli altri ad agire come lui, piuttosto che sedere a tavolino a stabilire chi sia rivoluzionario e chi no? l'ufficio che rilasciava patenti rivoluzionarie l'abbiamo bruciato a Genova.



9.  TUTE BIANCHE E MENTITORI


Tutte le relazioni umane si plasmano sul paradigma del rapporto di denaro: tutti gli esseri umani diventano prioritariamente venditori e compratori di merci, atomi che nella loro strutturale separatezza più che incontrarsi si scontrano tra di loro. E, in modo sommamente contraddittorio, mentre la logica puramente quantitativa della merce corrode il significato stesso della qualità, ogni singola merce (attraverso la pubblicità e la comunicazione) è costretta a cercare di divenire veicolo di senso e di valori per distinguersi da tutte le altre perché, proprio nel trionfo dell'astratto, esse diventano tra di loro tendenzialmente indifferenziate.
Roma 15 luglio 2001. Vis-à-Vis - Quaderni per l'autonomia di classe.

Le chiamavano Tute Bianche, a causa della loro tenuta, ideata per rappresentare la condizione spettrale del moderno neoproletariato, invisibile persino a sé stesso, e Disobbedienza veniva chiamata la loro tecnica d’azione: fare massa, con i corpi protetti da scudi e imbottiture, non ottemperando all’ordine di retrocedere, ma continuando a procedere verso l’obiettivo, “utilizzando i propri corpi” per sospingere i poliziotti.
Una rappresentazione del medesimo tipo era in programma anche a Genova, la mattina del 20 luglio; giù dallo stadio, il “laboratorio Carlini”, fino all’imbocco di via XX settembre, qualche spinta, qualche carica, un certo numero di lacrimogeni, due, tre, dieci manifestanti che riuscivano a scavalcare, un buon numero di arresti (pare che fosse già sgombro e predisposto il carcere di Alessandria) e i successivi rilasci nella notte, così da non intralciare la grande manifestazione dell’indomani, destinata a celebrare insieme la pacifica ma forte vittoria dei manifestanti e la democratica ma efficiente condiscendenza del governo. Per perseguire tale apoteosi della



democrazia “dal basso”, erano state tenute varie riunioni, chiamate telefoniche nei due sensi, abboccamenti, sia con altri spezzoni dei manifestanti, sia con la questura. Perché lo spettacolo riuscisse convincente, più vero del vero, erano state effettuate infinite e faticose prove, che sarebbero dovute servire a far muovere migliaia di militanti come un sol uomo, come un solo “corpo”.
Manifestazioni così partecipate e tecniche d’azione che presuppongono una partecipazione corale, coordinata, necessiterebbero di una direzione tecnicamente molto capace e dotata di una grande autorevolezza anche personale. I militari della disobbedienza, cioè della rappresentazione non violenta della violenza, dovrebbero essere condotti con una competenza anche tecnica non comune (non a caso i lillipuziani e gli stessi disobbedienti avevano sentito la necessità di un addestramento specifico, e di una regia). Viceversa la miscela fra presunzione e superficialità da una parte e indisciplina e incontrollabilità dall’altra, fa sì’ che il controllo si operi solo in negativo, nel senso di frenare ogni iniziativa non prevista. I militanti esperti sono sguinzagliati a vigilare perché nel corteo NON si faccia qualcosa che esce dal programma. Il risultato è che la colonna avanza avvolta dalle brume dell’incertezza, pesante e prevedibile
Ma la pioggia torrenziale caduta la sera e la notte del 19 aveva impedito le esercitazioni, che, slittando al mattino, avevano contribuito a ritardare, in una con le mille esigenze mediatiche e con la gerarchia pachidermica eppure inetta, la messa in moto del serpentone. Come Napoleone a Waterloo, pioggia, lentezza di riflessi, presunzione, inadeguatezza dei capi, assuefazione ai successi a poco prezzo, congiurarono per la loro disgrazia. Quando si affacciarono su quello che credevano un palcoscenico, all’incrocio fra via Tolemaide e corso Torino, si trovarono scaraventati senza preavviso, come avrebbe scritto Marco D’Eramo sul Manifesto del 24.7.2001, “davanti alla violenza della Storia”. Il filmato che riprende lo sgomento dei



miseri dirigenti senza la bianca divisa (l’accordo fra le Tute e parte del Sud Ribelle aveva comportato la dismissione del loro colore distintivo, forse per eliminare un fattore di divisione, forse per evitare che si evidenziassero troppo i loro limiti quantitativi, in presenza di un movimento previsto in centinaia di migliaia di persone) di fronte alle prime tracce degli incendi del mattino, parla chiaro su come questi si immaginassero lo svolgimento della manifestazione, annunciata niente meno che con una Dichiarazione di Guerra…
Le chiamavano Tute Bianche e andarono perdute a Genova, liquefatte proprio quando parevano destinate a un luminoso futuro nell’ambito dello spettacolo politico, ai cui venticelli si dimostravano mirabilmente attenti, e in cui si erano affermati a forza di piroette ed effetti speciali. E, soprattutto, grazie a un battage pubblicitario sproporzionato. Come negli eserciti moderni ogni combattente presuppone da quattro a sette specialisti al suo servizio nelle retrovie, così dietro ogni militante in divisa da invisibile, si affollavano due, tre, quattro, mediattivisti intesi a garantirne la visibilità, a diffonderne le gesta, nate all’accendersi della luce rossa della telecamera, e morte al suo spegnimento.
Eredi legittimi e somiglianti di un’ascendenza non meno sciagurata, l’Associazione YaBasta, cui va il torto inespiabile e perpetuo di aver gettato il discredito sul tentativo, meritevole di ben miglior sorte, di creare un movimento neozapatista in Italia. Non avevano, infatti, compreso che, a distinguere gli zapatisti dalle precedenti insurrezioni non era stato né l’iniziale impiego delle armi, né la successiva sospensione del loro utilizzo, ma la capacità di gettare ponti fra realtà distanti e, soprattutto, di scatenare e di affrontare paradossi «Ci siamo armati per non combattere; ci siamo mascherati per essere visti…».
Viceversa, in questo movimento mondiale che pure dagli zapatisti così grande impulso ha ricevuto, a partire dal 1996, ci si arma ancora per battersi, si va a mani nude per non battersi, ci si espone sotto i riflettori per essere visti, ci si rintana nel buio



per rendersi invisibili. Perché la sua molteplicità divenga davvero forza, occorre che essa si faccia contaminazione, intreccio, meticciato, invenzione di strumenti coerenti e di obiettivi appassionanti, di parole indimenticabili, di azioni sorprendenti.
Gli appartenenti a Ya Basta, grazie alla loro prosa melensa e alla loro pratica trasformistica, ottennero in breve che zapatista divenisse, in Italia, sinonimo di superficiale, esteriore, spettacolare, mediatico, autocompiaciuto, ecumenico, frontista. Non fu posto limite alcuno all’impudenza e alla balordaggine: comunità zapatista di lì in avanti giunse a definirsi perfino il mediocre e declinante complesso rap dei 99Posse!
Dopo la loro fondazione, rapidamente affrancatisi dalle faticose pratiche di costruzione del consenso in uso nei comitati Chiapas, resisi allegramente autonomi ed autoreferenziali, convertitisi prima in Tute Bianche, poi in Disobbedienti, avrebbero presto ripreso e rilanciato a pieno regime le pratiche squadristiche e mafiose ereditate da quella  parte dell’Autonomia Operaia da cui avevano preso le mosse... Mentre essi giungono talvolta a schierarsi in cordone per proteggere la proprietà privata, minacciata dai casseur, non trovano nulla di contraddittorio nel minacciare, impedire la parola, cacciare dai treni o dai quartieri, assaltare con bastoni; e al tempo stesso operare una comune regia con elementi della Digos e delle questure per recitare vere e proprie commedie O, meglio, considerando l’inconsapevolezza di parte di tanti militanti, come episodi di candid camera., come a Milano, dove si giunse all’estremo, ché non solo lo svolgimento, ma lo stesso tema della manifestazione era concordato intorno a una chiusura di un centro per immigrati clandestini in attesa di rimpatrio (e la sua riapertura cento metri più in là, qualche mese dopo) Accantonata l’ideologia leninista della presa del potere, si tiene in vita però l’intero armamentario del micropotere sotterraneo, Sicché, dietro le autocelebrazioni per il movimento
«davvero  moderno»  riappaiono  i  tristi  personaggi  del leader,



ora riciclato in portavoce - portavoce é il leader in epoca di carestia, di pensiero debole, è uno di cui sopravvive ormai solo la voce -, del dirigente locale, dell’intellettuale organico, della cinghia di trasmissione, del giornalista amico, del militante, dell’esecutore, del simpatizzante, dell’utile idiota.
Tutti concordi nel descrivere Carlo Giuliani, come un isolato, un prigioniero del proprio disagio, appena conosciuto, di vista. Salvo, poco tempo dopo, sondati debitamente gli animi, aggiustare Tutti concordi una volta ancora il tiro, per candidarsi al ruolo dell’unico che potrebbe ricondurre alla ragione i
«compagni che sbagliano» (riprendendo l’insuperato loro modello, quel professor Negri che si proponeva come alleato dello stato che lo aveva carcerato come terrorista, nella battaglia contro il terrorismo,) e pretendersi, con il supporto di una famiglia oppressa dalla tragedia e scombinata dal turbine della notorietà, come eredi legittimi del morto, come interpreti autentici della sua vita.
Il movimento delle Tute Bianche, nato male e cresciuto peggio, raccogliendo il peggio di svariate esperienze ed esprimendo un linguaggio, un immaginario, delle pratiche e delle vedette di un livello mai così basso dai tempi di Lotta Continua, cui peraltro somigliavano nel rampantismo, nell'ammiccamento impudico ad istituzioni e giornali, nella prepotenza mafiosa e acefala, nel sincretismo teorico per cui ogni pensiero va bene purché possa riassumersi in slogan, é una jattura, e ogni contatto con esso conduce all'inerzia e al fallimento più indecorosi. Non penso che i loro obiettivi siano giusti ma parziali - come sostengono molti estremisti - né che siano giusti ma perseguiti con mezzi inidonei – come sostengono i non-non violenti. La nascita delle Tute Bianche e di quella pletora di movimenti biopolitici che ha impestato per un breve periodo il mercato ideologico, difficile da comprendere se si parte da un’analisi politica o sociale, risulta viceversa perfettamente comprensibile se la si percepisce come la creazione di un’impresa intesa a commerciare una merce di cui IL MERCATO AVEVA BISOGNO. Per molti aspetti,



rammenta la nascita di Forza Italia. Si era determinato un vuoto AL CENTRO di uno schieramento, minoritario, ma necessario per incanalare e sterilizzare l’insofferenza crescente. Un’organizzazione capillare, un attivismo tanto vivace quanto generico, un pensiero debole accoppiato con una sloganistica doviziosa e lussureggiante (ottenuta saccheggiando in maniera piuttosto raffazzonata l’armamentario inesauribile del Subcomandante Marcos), una costellazione di successi impalpabili ma altamente percettibili: con simili strumenti fu elaborato il prodotto disobbediente che colse d’acchito grandi successi fra militanti e contemplativi, sempre alleati contro ogni pratica reale. I loro mezzi erano adatti ai loro fini, quello di costituirsi come strumento e portavoce della società civile, per egemonizzare i processi sociali e condurli nel senso di una maggiore socializzazione dei saperi, delle ricchezze, delle decisioni. Che il fine dei singoli fra loro, sia principalmente quello di militare da subito in un movimento attivo e spumeggiante, che ti fa vedere il mondo, come un tempo la Marina Militare, che ti fa provare abbastanza brividi con rischi ragionevolmente modesti, che ti fa essere al centro dell'attenzione dei media, delle mamme e delle ragazze, che ti fa partecipare della poesia un poco inflazionata degli imitatori di Marcos, del mix eccitante dell'incenso, dei gas lacrimogeni, del patchouli, della marijuana, della polvere dei seggi e dei tubi di scappamento. Le Tute Bianche non solo non si volgono contro i mali di questo mondo, passività, militanza, contemplazione, ideologia, delega, godimento procrastinato all'infinito, risentimento, impotenza, fede, ma, pensando di volgere tutto questo a fin di bene, contribuiscono nel loro piccolo ad alimentarli. Con la liberazione umana, semplicemente non c'entrano; alla lunga, se la situazione dovesse radicalizzarsi li troveremo con certezza assoluta dalla parte della polizia, cui già somigliano nell’ansia di normalizzazione, di sottomissione della libertà individuale alla necessità socialmente riconosciuta (non tutti, alcuni finirebbero per rendersi conto e si tirerebbero



indietro).
é facile vedere come sia proprio in grazia del Black Block che, da Seattle in poi, la ricchezza di questo movimento si sia resa visibile e comunicabile. Se, a Seattle e di lì in avanti dappertutto, non vi fossero stati gli attacchi soggettivi dei compagni ma solo le manifestazioni pacifiche e/o la repressione di polizia, questo movimento avrebbe raggiunto l'ampiezza e la molteplicità che ha oggi? Credi che i vari portavoce sarebbero stati anche solo ricevuti dai ministeriali se non avessero avuto da "vendere" (nel duplice senso: quello del prodotto da scambiare, e quello più classico dei trenta danari, quelli del compagno Giuda) i violenti, che promettevano di controllare? Il ruolo di questi mediatori pretende di riprendere (ma con insufficienti capacità) la storia vergognosa dei partiti comunisti e dei sindacati amici loro, sfruttando la radicalità proletaria per riscuotere fette di potere. E, infatti, quando tale radicalità ha perduto energia, al principio degli anni Ottanta, quei luridi hanno a loro volta perso il potere che avevano acquistato come prezzo della delazione e della resa. Balza agli occhi la somiglianza fra le dichiarazioni di Berlinguer che prospettava di occupare Mirafiori, nel 1980, ad accordo già firmato, e la dichiarazione di guerra di - si parva licet - Casarini, che aveva già concordato lo sfondamento simbolico della Zona Rossa, che - si diceva - avrebbe fatto contenti tutti.
Ma la parte cattiva che scatena la lotta era lì, e Casarini deve
scordarsi la carriera dei Berlinguer e cercarsi un ruolo come vice-gabibbo.
Sulla Lista Libertari troviamo: «Genova non ha fatto che sancire una cosa che già si sapeva: la diversità, l'alterità, l'estraneità fra un movimento con dirigenti e divise (benché dismesse) e una moltitudine di individui; fra chi dichiara guerra e vuole rappresentare lo scontro simbolicamente e chi pratica l'azione diretta, assumendosene le conseguenze, nella concretezza del presente; fra chi fa politica nella prospettiva della carriera, sulle spalle del militantismo, e chi tenta di realizzare



immediatamente. Con la possibilità anche di sovrapposizione fra le due categorie, evidentemente temporanea, perché l'azione libera è pedagogica.»

Se passa il suo tempo ad indicarci ai poliziotti o a cercare di darci bastonate o di convertirci alla religione di Cristo, sì che é difficile. C'è un limite a ciò che ciascuno può percepire come"noi". In una parola, non sono ipotizzabili soggetti sufficientemente estesi perché la parola "noi" possa comprendere loro e chiunque abbia passione per la sovversione e rispetto per sé stesso.

In realtà la questione é più sottile, perlomeno negli intenti di Ilona che sotto la tuta non avrà niente, ma fra le orecchie sì. È in gioco tutta un'analisi della realtà e dell'azione politica, dell'uso del deturnamento, della possibilità di una rivoluzione. E forse é in gioco anche un braccio di ferro sul piano personale. Ci sono pensatori che hanno veduto nel movimento delle tute bianche la realizzazione di un sogno, una sorta di blissettismo di massa, di antirappresentazione, di irruzione del simbolico, del gestuale, anche del teatrale, nella lotta sociale. Che dello zapatismo hanno colto una conferma alla loro idea di un movimento fatto essenzialmente di comunicazione, che utilizza l'astrazione mortifera della società contro di essa, attraverso una regia collettiva, ma anche - nell'ombra ma non del tutto - pilotata. A questa visione faceva comodo avere di fronte solo l'etica brusca dei kamikaze con il loro rotear di bicipiti contro tutto l'universo, per potersi porre agli antipodi, nell'ineffabile e nello squisito e nello spiazzante. Ora si é scoperto che, dietro i bicipiti e la nostalgia, ci sono altri modi di percepire il presente e il futuro, dove poco o punto spazio troverebbero artisti e avanguardisti e intellettuali e militanti: e che questi modi articolano delle relazioni fra persone, pensano modi di uscire dall'isolamento e dalla solitudine, i veri problemi della povera triste Ilona, con le sue nudità senza mistero e senza verità. Lo



sconfortato fastidio della Tutanuda - tutacalda, deriva da questo: che anche solo affermare che vivere un'altra vita é possibile, dissuade sempre più in fretta dall'accontentarsi di mimare l'antagonismo nei giorni delle scadenze comandate; e di contemplare lucidamente il declino dalla plancia della propria intelligenza solitaria e negletta.



10.  REPRESSIONE


All'interno di questo governo di merda come in tutti i governi ci sono spinte che portano a non identificare troppo le differenze all'interno del movimento. Per loro, da AN alla Lega in poi e il ministro Pisanu incarna questa area, nel movimento sono tutti uguali ed ognuno gioca un ruolo. Per cui Rifondazione fa delle cose, i disobbedienti ne fanno altre gli anarchici altre ancora.
Tutti sono legati da un filo sovversivo. Questo chiaramente secondo loro. In effetti anche Ros e Digos la pensano in questo modo. Se si leggono le loro veline sulle nostre riunioni ci si accorge che per loro non esiste dibattito ideologico e pratico all'interno del movimento e che esiste un’unica strategia che ci porta nelle piazze contro i vertici "in modo separato ma per colpire uniti".
Grilloparlante 13 gennaio 2004 Lista Movimento


Cagliari-Goeteborg: i commensali sparano ai non
invitati!!! "Non temete, non ribellatevi, noi vi salviamo dai vostri problemi cioè da voi stessi. A patto che facciate da bravi, non accetteremo nessuna richiesta, nessun obolo se non fate da bravi, testa chinata, grazie. E non dimenticate la marca da bollo da ventimila."
Sembrano loro le vittime.
Lista Movimento
mAkno

È ingenua l'idea – nota Claudio Fausti - «che il movimento verso l'autonomia individuale possa avvenire parallelamente - sotterraneamente - autogestendo isole di liberazione nella corrente della catastrofe senza fare e farsi del male, scavando



gallerie sotto le fondamenta del dominio per vederlo cadere un giorno su se stesso, senza incontrare mai la sua violenza, il suo monopolio della "guerra" e dell'offesa a cose e persone, senza incontrare ciò che è senza dubbio tragico e drammatico in un conflitto reale.»
L’innocenza, avverte Hannah Arendt, non è una virtù pubblica: rivendicare la propria innocenza, significa pretendere di mascherarsi dietro l’imprevidenza, se non proprio l’impotenza vera e propria. Non solo chi ha chiamato a marciare, specialmente il 21, ma anche chi ha preteso di marciare, le mani bianche levate, i trampoli, le bande, le coreografie, i coretti da bluebell, le sceneggiate nefande di una politica pon pon (datemi una n, datemi una o…e invece ti hanno dato un fracco di mazzate), non può rivendicare seriamente di non sapere, di non aver mai potuto immaginare. Gli uni e gli altri, chi ha lasciato fare e chi ha fatto, lo ha fatto per potersi valorizzare come martire della legalità offesa, per poter sostenere che criminali non saremmo noi che vogliamo distruggere questo mondo e le sue leggi funeste, ma i poliziotti che quelle leggi, supposte buone o quanto meno neutre, le dovrebbero salvaguardare. Nel furore di acquistare il potere sulla neo- lingua, che è uno dei cardini dell’alienazione nell’Oceania di Orwell, i contestatori contendono ferocemente ai governanti il dubbio privilegio di rappresentare l’ordine contro il caos (e non a caso, va di moda nella sinistra definire “forze del disordine” le forze di polizia). Immersi nel fetore della carogna del nazareno, a volte nelle proprie tradizionali sembianze, a volte travestito da Che Guevara, o – dai più tempestivi nel fare rifornimento presso le bancarelle-altare del sacrificio mercantile – da Carlo Giuliani stesso, migliaia di sciagurati sono avanzati nella trappola del lungomare per testimoniare “con i propri corpi” la propria fede nella legge repubblicana. Particolare risibile e imbarazzante: senza nemmeno avvertire nel profondo questa fede, ma proprio in un suicida “credo quia absurdum”. La menzogna della legge sarebbe dovuta convertirsi magicamente in verità grazie al



sacrificio di sé, all’esposizione rituale del corpo crocifisso nella ciabatta, nella canottiera, nella bandana che faceva seguito alla crocifissione reale del compagno morto il giorno prima, e – proprio come Gesù – rivalutato post mortem, divenuto figlio del Dio minore della modernità sociale e della sua religione frivola e a buon mercato. L’unico corpo buono diviene così quello morto, l’unico sangue buono quello sparso in memoria di lui e in oblio di ciascuno di noi. La sfilata funeraria e l’assalto suicida, la mano levata in segno di rinuncia, e il pié veloce del fuggitivo divengono così altrettante modalità della rimozione dei corpi viventi e presenti, e della loro forza latente. Perché si scriva che “Carlo vive”, occorre che la vita gli sia stata definitivamente strappata, allorché ciò che andrebbe riaffermato con le parole, con parole che affermino una realtà, dovrebbe essere “noi siamo vivi” e “pure Carlo lo sarebbe se voi bastardi non lo aveste ucciso”
In questo senso l’azione poliziesca di Genova, più che fascista, è esplicitamente terrorista, intesa a suscitare smarrimento e disorientamento. Come nelle fasi preliminari di una tenzone, ciascun contendente esibisce dinanzi all’avversario quel che sarebbe capace di fare. Così Vlad Tepes, il principe valacco le cui gesta verranno trasfigurate nel personaggio del conte Dracula, dissuadeva i turchi dall’invasione, crocifiggendo i propri stessi sudditi. Nel delirio sadico di via Tolemaide, corso italia, Bolzaneto, la scuola Diaz, si trovava esibito, portato alla luce senza mediazioni, il destino che i poliziotti regolarmente, tutti i giorni, in tutti i paesi, nell’ombra dei vicoli, delle carceri, dei commissariati, riservano «a quelli che ne sanno più di loro».
E come ogni esibizione terroristica, essa si realizza e si perfeziona solo grazie alla condiscendenza e alla collaborazione del terrorizzato. Che vi scopre l’orrore della violenza subita e l’orrore di quella controviolenza sbandierata e sganasciata in mille slogan nerboruti e insipienti. Ecco che cosa significa pagare tutto, ecco che cosa significherebbe far pagare tutto: mille volte meglio affrettarsi dinanzi ai televisori, dove tutto



il sangue è innocente e di tutto il sangue si è innocenti.

I carabinieri sono a difendere lo stato, e lo stato non siamo noi: noi ne paghiamo i conti, ma questa é solo una prepotenza in più. Una specie di danni di guerra, per cui il vinto paga le spese fatte dal vincitore per sconfiggerlo, e in più le proprie. Pensarsi come datori di lavoro del carabiniere, in quanto paghiamo le tasse, crea solo equivoci. Non abbiamo potere su di lui, come non ne abbiamo sui suoi mandanti, che non sono lì a nostro nome, neppure se li avessimo votati personalmente.
il dipendente pubblico non si impegna per l'interesse pubblico, non perché pigro, accidioso, infingardo, ma, semplicemente perché un interesse pubblico non esiste. Non può esistere in assoluto, perché l'ambito pubblico sarebbe, se le parole mantenessero un senso e una dignità, precisamente quello da cui l'interesse é lasciato fuori; e tanto meno esiste in una società che, se forse non é più divisa in classi, lo é solo perché l’uso del potere é stato sottratto a ogni singolo, perché è stata cancellata la classe dominanteDire "voglio che i carabinieri siano più professionali" o i "giudici più equi" o quel che vi pare é altrettanto realistico come pretendere che i cammelli abbiano tre gobbe: il nostro potereell'uno e nell'altro settore é inesistente. La democrazia é uno scherzo (la democrazia cristiana uno scherzo da prete, si aggiungeva trent'anni fa)

"Tutte le classi che finora si sono conquistate il potere hanno cercato di assicurarsi la posizione già acquisita nella loro esistenza, assoggettando l'intera società alle condizioni del loro profitto. I proletari possono conquistare a sé le forze produttive della società soltanto abolendo il sistema di appropriazione che le caratterizza, e perciò il complesso dei sistemi di appropriazione finora esistiti. I proletari non hanno da salvaguardare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza e tutte le garanzie private esistite finora".
Marx – Engels Il Manifesto




Per i proletari distruggere tutte le sicurezze e le garanzie private (tutte, quindi comprese le proprie) è ben diverso che muoversi per rivendicarne il mantenimento e addirittura per chiederne di nuove.
Nel caso ri-formista non ha senso combattere contro la forma che si vorrebbe migliorare; nel caso rivoluzionario, anti-formista, non ha senso "protestare" contro governi e polizie, pure apparenze esteriori al servizio della forma che si vuole abbattere. Peggio che mai è farlo nel momento in cui esse sono massimamente preparate e armate per affrontare lo scontro. Se poi questo scontro avviene lo stesso, non ha neppure senso indignarsi per l'inevitabile quanto prevedibilissimo massacro, che ovviamente si è abbattuto maggiormente su chi non vi era preparato.
Marx ed Engels a precisare, nel Manifesto, che i comunisti "sostengono ovunque tutti i movimenti rivoluzionari contro le situazioni sociali e politiche presenti", e che in questi movimenti essi "sollevano la questione della proprietà, qualunque sia il grado di sviluppo che questa ha potuto raggiungere".

Perciò, a differenza che nel passato, le tre polizie hanno tenuto la piazza con un piano militare semplice ed efficiente. C'era 1 poliziotto ogni 5 manifestanti a Seattle, 1 ogni 20 a Genova: con forze relativamente limitate rispetto alla situazione da controllare, i poliziotti nostrani hanno tutto sommato raggiunto gli obiettivi immediati che si prefiggevano i loro comandi. Tramite espedienti elementari sono riusciti ad evitare la formazione di masse d'urto incontrollabili. Ciò che i media non potevano mostrare è stato probabilmente più significativo di tutto il folclore fotogenico dei pestaggi e degli incendi: i percorsi obbligati predisposti da giorni con i container e modificati a sorpresa la notte prima delle manifestazioni, le vie di fuga perfettamente controllabili da pochi uomini, le evidenti trappole mobili per attirare i dimostranti, l'utilizzo di gas a distanza in



quantità industriale (anche con gli elicotteri) e i repentini e violentissimi attacchi per disperdere la massa dei manifestanti ed evitare così che fosse utilizzata come rifugio dai gruppi più attivi, l'evidente disinteresse nei confronti di pochi smasher, i quali avrebbero richiesto forze sproporzionate per evitare danni tutto sommato ben sfruttabili propagandisticamente. (P Com Internazionalista)

In realtà é facile vedere come le cose stiano all'opposto: e come sia proprio in grazia del Black Block che, da Seattle in poi, la ricchezza di questo movimento si sia resa visibile e comunicabile. Se a Seattle,e di lì in avanti dappertutto, non vi fossero stati gli attacchi soggettivi dei compagni ma solo le manifestazioni pacifiche e/o la repressione di polizia, questo movimento avrebbe raggiunto l'ampiezza e la molteplicità che ha oggi? Credi che i vari portavoce sarebbero stati anche solo ricevuti dai ministeriali se non avessero avuto da "vendere" (nel duplice senso: quello del prodotto da scambiare, e quello più classico dei trenta danari, quelli del compagno Giuda) i violenti, che promettevano di controllare? Il ruolo di questi mediatori pretende di riprendere (con immutato cinismo ma con insufficienti capacità) la storia vergognosa dei partiti comunisti e dei sindacati, sfruttando la radicalità proletaria per riscuotere fette di potere. E, infatti, quando tale radicalità ha perduto definitivamente energia, al principio degli anni Ottanta, quei luridi hanno a loro volta perso il potere che avevano acquistato come prezzo della delazione e della resa. È evidente la somiglianza fra le dichiarazioni di Berlinguer nel 1980 che prospettava, ad accordo già firmato, di occupare Mirafiori e – si parva licet - la dichiarazione di guerra di Casarini, che aveva già concordato quello sfondamento simbolico della Zona Rossa, che – gli avevano garantito - avrebbe fatto contenti tutti. Ma la parte cattiva che scatena la lotta era lì, e Casarini ha dovuto scordarsi la carriera dei Berlinguer per cercarsi un ruolo nei varietà televisivi, come vice-Gabibbo




Davvero, certe volte mi pare che abbiamo fatto sogni diversi...o esperienze diverse. Io ho un ricordo entusiasmante di Genova e così quasi tutti coloro che erano a Genova insieme con me e con cui ho scambiato discorsi veri. In lista invece le cose appaiono già più oscure: se uno guarda quella cassetta (che non mi é piaciuta per nulla: ben diverso il filmato di Indymedia) emerge solo ciò che "ci hanno fatto", quasi che noi non avessimo fatto nulla. C'è una parte di chi c'era (e ancor di più di chi non c'era) che, a furia di distinguersi da questo e da quello, mi pare si percepisca come vittima di una situazione che il movimento ha messo insieme, vissuto, determinato, esperimentato, in parte goduto in parte sofferto (chiaramente in maniera ineguale: la parte che compete ai singoli é molto casuale e sbilanciata). Quello che non mi é piaciuto di quella cassetta é che non mi ha fatto tornare indietro - non contiene un'esperienza omologa con la mia - e tanto meno mi/ci fa andare avanti: a me pare un'operazione della sinistra per usare Genova contro il governo, sospetto confermato dai giornalacci ignobili che l'hanno diffusa.

A una studentessa si volle attribuire, come grave indizio di colpevolezza, l’uso di un…reggiseno nero!



11.   MOVIMENTO e ASSEMBLEE (L’ultima internazionale è già passata)


…per un periodo ancora indeterminato la storia verrà fatta dalla potenza delle polizie e dalla potenza del danaro, contro l'interesse dei popoli e la verità dell'uomo. Ma forse proprio per questo è consentita la speranza. Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo almeno a vivere i tempi della rivolta, saper dire no, sforzarsi, ciascuno nel posto che occupa, di creare quei valori vitali senza i quali non potrà esserci alcun rinnovamento, conservare ciò che vale dell'essere, preparare quanto merita di esistere, provare a essere felici affinché il sapore terribile della giustizia ne risulti addolcito, ecco alcune buone ragioni
di rinnovamento e di speranza...
...sappiamo che la nostra società si fonda sulla menzogna. ma la tragedia della nostra generazione è di aver visto una nuova menzogna sovrapporsi all'antica,
sotto le false insegne della speranza. quanto meno nulla ci costringe più a chiamare salvatori i tiranni e a giustificare l'uccisione del bambino con la
salvezza dell'uomo. così ci rifiuteremo di credere che la giustizia possa esigere la soppressione della libertà, anche solo a titolo
provvisorio...
Albert Camus

"Credo sinceramente che a livello mondiale i nostri "no" si sommino semplicemente con tutti gli altri che provengono dal resto del pianeta, mentre i "sì" debbano ancora essere individuati. Intuiamo per esempio che in Brasile ci siano dei "sì" in fase di costruzione, come nella nostra Selva Lacandona ci siano affermazioni che si stanno concretizzando e che lo stesso stia accadendo



in Europa. Non crediamo però che tutti questi "sì" possano articolarsi in un unico corpo mondiale. Anzi, non consideriamo questa eventualità auspicabile. Non crediamo, insomma, che alla globalizzazione si debba
opporre una nuova "internazionale"."
Sub-comandante Marcos

... I movimenti di liberazione nazionale, "sessuale", delle donne, dei bottegai, degli usurai, degli omosessuali, degli studenti, dei preti, delle minoranze etniche, dei "minorati", dei drogati, dei "volontari", degli operai, dei bambini, degli animali, degli impiegati e delle piante "verdi", tutto sommato corporativi e produttori di ideologie della separatezza, pongono dispersione e ostacolo alla ricerca faticosa della conquista o della
riconquista della totalità...]
Giorgio Cesarano

"noi decidiamo come nessuna organizzazione è in grado
di decidere" Io sono un BB, pag 59

Con quale tecnica avevano raccolto la voce che portavano? come si organizzano le assemblee, come vengono presentate le questioni? si discute tutti insieme o per gruppi? chi ha titolo di partecipare e decidere? donne, uomini, bambini discutono insieme o distinti? si vota? se non si vota qual è il criterio per stabilire che si é pervenuti alla decisione? che cosa si é fatto perché non siano assemblee ideologiche tenute insieme da un nucleo di idee concordi, da un'adesione a un programma? sono assemblee territoriali, che pensano di decidere una linea di condotta per il territorio in cui operano? e se sì, da quale argomento deducono di avere rappresentatività per il territorio stesso (pensiamo agli esempi deplorevoli nel Veneto, ma anche a  Roma  e  in  Liguria,  dove  è  accaduto  che  dei  personaggi



pretendevano che si obbedisse ai Disobbedienti, che fa pure ridere). Visto che parlate degli zapatisti, saprete la cura che questi mettono nella costruzione delle decisioni consensuali.
Maggioranza e minoranza, sono concetti totalmente interni all'universo democratico, fondato sull'idea che debba essere il popolo a decidere collettivamente, e che gli individui debbano adattarsi a tale decisione, che hanno contribuito a prendere in quanto “naturalmente”, “oggettivamente”, membri della società. Se un naturalista descrive leoni o ghepardi non dice che la maggioranza...mentre invece la minoranza...dice che alcuni, più numerosi, mentre gli altri...Questo perché nessuno ipotizza una decisione collettiva fra quegli animali fortunati.
l'autonomia del proletariato non esiste se non nella distruzione della società, nella rivoluzione che - spezzando ogni legge e ogni catena - consente il libero darsi leggi proprie (questa é l'autonomia). Processo che è insieme di composizione e di scomposizione, e che ciascun individuo può compiere unicamente da sé, non solo senza direzioni, ma contro ogni possibile tentativo di dirigerlo
generico e opportunista, tale da favorire l'adesione di "cani e porci"??? certo, ma il fine é quello, così da poter dire che siamo tanti, forti, fighissimi. Si ripropone l'urgenza di liberarsi di tutte le sigle, tutti partiti, tutti i sindacati. Un movimento fatto di mille sigle, non ha mille volti, ha un'unica faccia da pirla clonata mille volte.
Quei giorni hanno visto sfilare insieme chi afferma «il proletariato non ha nazione, internazionalismo, rivoluzione» sostenendo una »globalizzazione dei diritti», e chi sventola le bandiere dei popoli dimenticati, dei particolarismi, dei mille
«rami secchi» della storia, chi rivendica un luddismo integrale, e chi, come alcuni cattolici, (gli «infiltrati del papa» come li ha definiti qualcuno) combatte il «neoliberismo» perché «troppo libertario», poco attento ai valori della famiglia, della sacralità della vita.
E mille, mille altri, perché, questo possiamo ben affermarlo, mai



un movimento nella storia era è stato così molteplice. In certo qual modo, ogni individuo che lo attraversa appare portatore di un punto di vista unico e incommensurabile (rende così
«inautentici» e così inattuali obsoleti i militanti dei partiti e dei sindacati che si sforzano sempre più stancamente di imporre le regole della propria unità, delle alleanze, delle egemonie, finendo per arrivare sempre in ritardo e, come a Genova, inseguire gli autobus del ritorno).
Né, tantomeno, appare casuale l’estinzione accelerata dei leader, già ora ridotti ad effimere vedette, inventate per spiegare al movimento le sue idee senza fargliele capire: i Bové e le Naomi Klein, e ancor più gli Agnoletto e i Casarini, appaiono più che altro come tentativi a metà fra il mediatico e il poliziesco di «dare un volto» e alle donne e agli uomini senza volto di un movimento che principia – in tutte le sue componenti, anche le più radicate nei modi tradizionali della politica – a prendere coscienza che abolizione del potere separato e affermazione del potere di ciascuno sulla propria vita, costituiscono un unico processo. In cui ciascuno comincia a riservare a tutti, noti e ignoti, connazionali o stranieri, lo stesso rispetto ma anche la stessa bonaria ironia. E si può cominciare a credere che sia davvero possibile fare la storia senza martiri e senza eroi
La forza del movimento potrebbe risiedere proprio in questa dimensione plurale e alla condizione che ciascuno di questi soggetti trovi, assai più di ora, la capacità di guardare con curiosa simpatia e con disincantata premura sia il percorso altrui sia il proprio. Senza ricercare unificazioni impossibili, ma senza disperdersi in anatemi o in affermazioni di identità.

necessario che i proletari (vale a dire nelle moderne condizioni di sfruttamento tutti coloro che pensano di non poter trovare posto in questo mondo) incomincino a parlare liberamente della loro esistenza e dei modi di porvi rimedio. E che perciò occorre che si fondino luoghi pubblici a ciò intesi, consulte, circoli,



consigli, centri sociali, comuni; e che tali luoghi si ingegnino di mettersi fra loro in relazione sul piano planetario; e che intorno a queste relazioni si studino modi di vivere non secondo i ritmi del capitale, quindi dismettendo la proprietà, puntando alla riduzione del lavoro, al deperimento della scuola, al disseccamento delle superstizioni religiose e politiche. Cercando di ideare luoghi ospitali, dove nessuno sia straniero. Iniziando a praticare da subito i nostri desideri. Tutto questo in un'ottica non legale né illegale ma antilegale, puntando cioè a rifiutare le regole esistenti e vivendo secondo criteri propri. Cercando di non forzare lo scontro con i pubblici poteri ma nella consapevolezza che nella prospettiva tale scontro è inevitabile, e preparandosi ad affrontarlo. In questo senso mi pare interessante (vista dall'esterno perché non ne ho diretta esperienza) la pratica degli squatters e più in generale di tutti coloro i quali cercano di praticare il comunismo da subito, per quanto ciò sia possibile. Vi pare poco? Anche a me; ma sta a noi far sì che sia di più, inventando nuove possibilità e nuovi incontri coinvolgendo persone e situazioni. Io credo che l'unica chance di una nuova civiltà sia di riuscire più attraente di ciò che c'é. Milioni di proletari si sono battuti per il comunismo: hanno smesso di farlo quando hanno scoperto che il futuro che gli veniva offerto (lavoro bestiale-case di merda-inquinamento- consumi insufficienti in cambio di non finire in Siberia) somigliava al presente (lavoro bestiale-case di merda- inquinamento-consumi sovrabbondanti di merci senza valore in cambio di illusioni per deficienti mentali), quando hanno scoperto che nelle patrie del comunismo di comunisti non ne esistevano più (infatti, quelli che oggi in Russia si definiscono così sono più che altro degli imperialisti nostalgici e frustrati).

parto da una concezione tragica dell'agire che vede l'uomo intrappolato nella parola ineffettuale, nell'azione servile, nell'opinione. C'è però la possibilità di rovesciamento di ciò, di riconoscimento delle molteplici anarchie realizzate che siamo e



ci portiamo dietro.
From: Claudio

argomenti come quelli che, già prima di Genova, spingevano gli anarchici buoni di A – Rivista Anarchica ad accusare i Black Blocs di pensarsi essere dei "guerrieri" e di portare avanti una modalità di lotta nociva "perché militarizza il movimento, perché concentra l'attenzione sull'azione violenta riducendo il significato della conflittualità, perché si presta a favorire un eroismo di piazza e una cultura dell'atto saltuario, raccontabile, letterario".
proclamando disinvoltamente che la loro violenza non ha nulla a che spartire con «oltre un secolo di storia del movimento anarchico organizzato». qui si nota come l’obiettivo non sia più neppure la violenza, ma proprio un’azione che non sia pura e semplice militanza, con coerenza meritevole di miglior causa, si propone una lotta noiosa per realizzare una società mediocre.

Viviamo il presente con un giorno d'anticipo, perché ci siamo stancati d'inseguire il futuro.
marku

Un movimento é il risultato del muoversi autonomo di un sacco di persone che si muovono indipendentemente liberamente autonomamente. Noi possiamo, con molta modestia, segnalare, mettere in collegamento, contaminare, sottolineare, rammentare, mettere in guardia; e possiamo muoverci, al pari di tutti, alla pari con tutti.
Per continuare a fare la rivoluzione (perché abbiamo già incominciato, anche se siamo un po' in ritardo rispetto alla tabella delle nostre passioni) occorre dialogare sempre più e sempre meglio con tutti gli esseri viventi. Ora molti di loro votano Berlusconi o Rutelli o Bush o Gore o Nader (perché si tratta di un movimento mondiale e ogni tanto ce ne scordiamo), o stanno nel Forum o nel foro del culo o magari vestono questa



o quella divisa, o pregano l'impestato signore o baciano il culo di Satana, se ne fanno di cazzate in questo mondo!!! Così é la gente con cui occorre parlare e che occorre ascoltare. Ma sulle cento e cento associazioni e i partiti e i movimenti indipendentisti e le religioni e le sette e il resto del bazar, io cago dal più alto dei cieli. Io sono un uomo e parlo con donne, con uomini, con bambini e bambine. A volte - di rado - con qualche animale. Ma fuori da ogni divisa e ogni bandiera. Del Social Forum me ne sbatto i coglioni. Dei duecentomila che erano con me e degli altri milioni e miliardi come me che cercano di vivere dribblando merci e ideologie, no. Ognuno dei nostri contemporanei, potrebbe essere un nostro compagno, e insieme con noi demolire le prigioni della terra e del cielo: a tutti loro parlo e parlerò. E ascolterò. anche.

Non mi interessa un progetto da eseguire, mi interessa una vita che trasforma l'esistente e crea il proprio mondo e il proprio senso a mano a mano che procede

Professor Chomsky, chi sono i nuovi ribelli che assedieranno Genova?
«Non sono nuovi, sono vecchi, nel senso che sono quelli di sempre.
Rappresentano la maggioranza della popolazione e sono una componente storica di qualsiasi società. La protesta popolare torna a farsi sentire ogni volta che si attraversa un pesante periodo di oppressione sociale, com'è accaduto dagli anni Settanta in poi. Li considero ribelli nell'accezione scritta da Tom Paine, duecento anni fa: persone che recuperano diritti naturali nell'interesse dell'umanità».

riporta il solito teorema. La realtà é insopportabile, chi reagisce più violentemente é quello che la sopporta di meno e perciò é moralmente superiore: ciò gli dà il diritto non solo di insultare gli altri (che, in effetti, é un diritto che tutti hanno) ma di pretendere



di guidarli e, in prospettiva, di comandarli, perché la loro cosiddetta moderazione é in realtà irresolutezza determinata da insufficiente coscienza. Questa coscienza, voilà, eccola pronta "dall'esterno" come scriveva Lenin. è la solita solfa bolscevica come conferma l'allusione allo squallido baffone, terrore dei fascisti, terrore dei padroni (e, diciamolo! anche di tutti gli altri, esclusi i suoi sbirri ). Resa più ridicola dopo un secolo di infaticabile affossamento del comunismo da parte dei suoi autoproclamati leader.
Se la censura e la legge sono insopportabili, l'autocensura e l'autodisciplina non sono migliori (per certi aspetti anzi peggiori): adesso per fare quello che si vuole (che comprende tirare sassi, bulloni, ma in via di principio anche molotov e proiettili) si dovrebbe fare che cosa? un sondaggio per valutare se TUTTI i presenti ( o é sufficiente la maggioranza, ma vi rendete conto di che ginepraio di cazzate fiorisce su queste basi?) sono d'accordo? Ovvero, giacché questo non é possibile, evitare le forzature, evitare le fughe in avanti (guarda che bel vocabolario sindacale mi viene alla tastiera...), appiattirsi sul sentimento comune che é, necessariamente, il più moderato? Il fatto che - facendo casino - non si é comunque conquistata la zona rossa non é di per sé un argomento serio: non si può valutare una condotta unicamente sulla base del risultato. È il concetto stesso di manifestazione che occorre ripensare: nel remoto 1968 le persone si interrogavano in anticipo "che cosa ne pensi? Ci sarà casino?" e se la risposta era affermativa certuni di conseguenza andavano, gli altri no. A quanto sembra siamo ancora al medesimo punto: allegria! La manifestazione é una rappresentazione della propria forza: in questo senso gioverebbe astenersi perché dietro le manifestazioni degli ultimi anni di forza se ne scorge poca e il patetico avanza. Oppure la manifestazione é un contenitore per azioni precise (saccheggiare e devastare, in altra maniera sabotare, etc)di individui e piccoli gruppi: in tal senso conviene l'efficacia, scontrarsi con la polizia e pigliarle manda una volta di più un



messaggio patetico. Rilancio qui il concetto di "azione esemplare": di azione cioè che di per sé consegue un risultato che si desidera ottenere ma che per il momento scelto, le modalità e così via é capace di diffondere anche una tesi che si reputa importante e che é atta ad essere ripresa altrove, da altri. Molta parte del movimento degli scorsi decenni si é sviluppato grazie a questo metodo: la polizia serba deporta i kossovari? la nostra polizia deporta gli extracomunitari e quindi: dagli a Corso Brunelleschi COME RISPOSTA ALLA GUERRA. L'esercito Nato devasta la Jugoslavia? Diserzione e quindi attivazione di canali perché chi voglia dismettere l'odiosa divisa possa avere un futuro migliore e più dignitoso. Eccetera eccetera, creando con i fatti un'escalation del ragionamento che metta in luce i fili che legano il governo D'Alema servo della Nato con Il governo D'Alema amico della Confindustria e del giubileo, il sindacato muto di fronte alla guerra con il sindacato che vuole estromettere dalle aziende i rappresentanti dei lavoratori, il Clinton bombardiere con il Clinton fautore della pena di morte. Non mimare quindi per le strade uno scontro che non c'è o, se c'é, è a livelli molto differenti, ma praticare nella vita reale, sui posti di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie, nei consumi, sovversione generalizzata. Da soli, se non si trovassero accoliti (ma se ne trovano, se ne trovano...). In piccolo, se questa é la misura reale delle nostre possibilità dirette. Altrimenti ci limitiamo a contrapporre due militanze, una diretta dall'esterno, l'altra liberamente scelta, ma entrambe destinate alla sconfitta individuale e collettiva

un'assemblea non conviene sia di massa, perché la massa stessa sposta e appiattisce i termini e rende le parole imprevedibili incomprensibili e comprensibili solo le parole previste (leggi: slogan)
Più in genere la manifestazione é l'opposto di un'assemblea, giacché, per sua natura, dice cose già pensate, discusse e decise, e le MANIFESTA (se preferisci chiamarla



dimostrazione, le DIMOSTRA). In effetti, dentro le manifestazioni a fatica si parla e mai si discute, anche perché la situazione in cui ci si pone sarebbe totalmente impropria. In realtà ci si MANIFESTA appunto, ci si dice cioè a vicenda e si dice al mondo che esistiamo noi con queste caratteristiche. L'assemblea, appunto, dovrebbe precedere, ed essere il luogo in cui il NOI prende forma.

In questo senso potrebbe apparire ragionevole l'iter di Genova, ripetuto e poi amplificato l’anno successivo a Firenze: assemblee tematiche, documenti, assemblea plenaria, manifestazione finale. (in genere le manifestazioni, si pensi alla porcheria dei vili cgiellini, sono anche peggio, nel senso che non si fa nemmeno il gesto dell'assemblea preliminare), Innanzi tutto, però, sarebbe sensato che la manifestazione - che è una sorta di festa della mietitura - fosse un optional, venisse a festeggiare, cioè, solo DOPO la verifica che la mietitura c'é stata (mentre
qui, come sempre nella politica che tende all'istituzione spettacolare, la mietitura é percepita come garantita dal fatto stesso che c'é stata la discussione).
Ma, e qui si viene al punto davvero dolente dello specifico,cioè il social forum, l'assemblea che avrebbe dovuto realizzare ciò che era opportuno manifestare Perché in realtà nemmeno il social forum é stata un'assemblea, per questi motivi (e forse per altri che mi sfuggono)
1)   non solo gli specialisti non erano assenti, tantomeno erano stati estromessi e cacciati - come é essenziale fare se si vuole che un'assemblea non sia una conferenza, una tavola rotonda, un dibattito - ma addirittura monopolizzavano i dibattiti, tutti costituiti intorno a palchi, su cui erano piazzati saldamente noti rottami di tutte le ideologie che si scambiavano il loro pensiero inessenziale, essudato di tutte le disfatte
2)   ogni questione (i migranti, l'acqua, la guerra, l'inquinamento, l'andropausa) era avanzata accoppiata con la sua soluzione



premasticata (la Tobin tax, il preservativo, il bilancio partecipato, la remissione del debito, il ruolo dell'Onu), ciascuna delle quali aveva la propria specifica claque, debitamente lottizzata)
3)     non solo le decisioni delle assemblee non sono state esecutive, ma nemmeno hanno esaminato la possibilità di esserlo: fin da principio si è considerato che il prodotto naturale del forum fossero dei documenti, che illustravano programmi l'esecuzione dei quali era demandata ad autorità estranee e addirittura dichiaratamente ostili
Quindi nemmeno i social forum sono stati davvero assemblee: sono stati un incontro internazionale di un gran numero di movimenti, partiti e sindacati che hanno confrontato idee e programmi, dandosi delle indicazioni per la loro attività futura. A questo incontro di specialisti, funzionari, dirigenti,ì militanti aspiranti alla promozione, hanno ASSISTITO un buon numero di persone che non potevano, non dovevano e, in sostanza, nemmeno volevano incidere. In nessun momento il risultato delle discussioni é risultato sorprendente, mai le decisioni finali si sono discostate di un millimetro dagli assunti iniziali: i documenti finali saranno tutti tali e quali quelli che potevano essere stati, e forse sono stati, scritti PRIMA dei dibattiti. In questo senso i social forum non somigliano a un parlamento ma al congresso di un partito o di un sindacato del socialismo  reale. Positivo, rispetto al passato, é, diciamolo, il declino ormai inarrestabile del culto della personalità, e questo crea negli animi bennati, pure qualche trepida speranza.
Perché se da un lato i candidati sono evidentemente al di sotto di ogni appetibilità, si può ugualmente considerare che solo soggetti mediocri hanno la pretesa di cavalcare il movimento, illusi dalla loro stessa modesta levatura.
Ma un'assemblea é un'altra cosa: un'assemblea é quella che possono fare gli operai di termini o di Arese se occupassero la fabbrica e decidessero, cacciati funzionari del sindacato e dei partiti, che cosa fare di lì in avanti. E poi lo facessero: a quel



punto, ad assemblea conclusa, a decisioni prese e in via d'esecuzione da parte di ciascuno, sarebbe perfettamente adeguata una manifestazione che festeggiasse i risultati e insieme li comunicasse al mondo. In quell'ambito potrei pure trovare meno fesse le bandiere, gli inni, gli slogan, i saltarelli, i mimi, i trampoli, i mangiafuoco, i girotondi, le corsette e tutti gli altri riti plebei e triviali cui gli individui si sottomettono quando si radunano in folle. Ci tengo a distinguere: io ho il più profondo disprezzo personale per ogni tipo di festa, che percepisco regolarmente come un esorcismo del funerale, il re di tutti i riti; per cui a me, come gusti miei, ogni manifestazione fa cagare, e la sopporto solo come diversivo per compiere atti di violenza e altri eccessi, qualora questi mi paiano opportuni. Le bandiere che sventolano mi ispirano disgusto qualsiasi sia il loro colore, e tutti gli inni mi rimandano alla loro origine prima, la sozza chiesa.
Ma mi rendo conto che altri vedono sentono cose differenti (c'é gente cui piace ballare, altri no - siamo nell'ambito dei gusti personali); anche queste persone dovrebbero vedere come la manifestazione non può essere il luogo della parola e del suo confronto ma solo della sua celebrazione; e che, nello specifico, la manifestazione di Firenze é stata la celebrazione di una parola pronunciata da altri, cui molti (fra cui una pletora di cammellati del pattume dei partiti di sinistra e dei sindacati ingobbiti dalla viltà) si sono prestati a portare il proprio osanna. In questo senso non é questione di violenza maggiore o  minore: in una situazione come Firenze godersi le gioie del vandalismo sarebbe stato tanto inopportuno quanto necessario era stato a Genova . Ma di autonomia: Firenze segna la nascita europea di una sinistra internazionale già in moto a Porto Alegre, che intende fare precisamente quel che dice: governare la globalizzazione nel senso dei diritti. Per questa sinistra, di cui il quadro politico aveva assoluta necessità, saremo presto chiamati a votare e militare.
L'Internazionale della Speranza, che aveva suggerito Marcos



nel 1995, va prendendo forma in Internazionale dei Diritti. Milioni e forse miliardi di persone appaiono disponibili a portare a questo discorso il proprio contributo. E pure con qualche possibilità di un esito non del tutto fallimentare. Ma il decidere direttamente del proprio destino, il fare la storia, non c'entrano niente: nel film della politica, dopo che i Biechi Blu hanno impazzato per un bel pezzo, ecco che si affacciano i buoni, Chomsky come Obiwhan Kenobi, Agnoletto come ET, Bové come Obelix, i 99 Posse come Assurancetourix, Lula come Macunaima...
Il nostro posto rimane comunque saldamente in sala a guardare lo spettacolo, salvo poi uscire e metterci i trampoli, la maschera, una golata di benzina in fiamme in bocca, le braccia levate a sventolare una qualsiasi bandiera, il culo rigorosamente inchiavardato nelle mutande. A Firenze hanno sfilato dei tifosi - tifosi di un mondo un po' meno ingiusto, magari, ma tuttavia tifosi. La squadra che va in campo, se infine ci andrà, non sono quelli che hanno marciato ad averla scelta, ad averla espressa. Ne sono stati, se mai, scelti ed espressi. La manifestazione - e tutta la vicenda del social forum europeo e del suo successo indiscutibile - é stata solo una tappa del cammino della passività pervasiva, la stessa che ci sposta sui luoghi del lavoro, del consumo, del divertimento. Centinaia di migliaia di persone hanno comprato la merce "globalizzazione dei diritti" al posto della merce "libero mercato", e hanno festeggiato per le vie di uno dei centri commerciali più quotati del pianeta, la loro assunzione in un nuovo cielo della merce ideologica. Ma l'amor che muove il sole e l'altre stelle, rimane sempre il Geova della merce.
Il social forum é un'assemblea, né più né meno di quant'è un'assemblea, una riunione di Mutilevel marketing - e d'altronde gli Umanisti non hanno già da un pezzo fuso le due istanze?

Se qualcuno si chiede che cosa mai sia, come sia mai fatto, come possa mai apparire, questo proletariato assoluto, questo



proletariato soggettivo di cui da tanto tempo si va parlando, guardi i mille e mille convenuti a Genova nel luglio del 2001: quello è il proletariato soggettivo. Non militanti della medesima ideologia, non partecipi della medesima condizione sociale, ma uniti solo dalla passione di cambiare il mondo, ciascuno secondo le proprie passioni, tutti insieme, parlandosi, guardandosi e riconoscendosi gli uni con gli altri
Alla fine, tutte le insufficienze del movimento rivoluzionario moderno, quello che si annuncia nel maggio 1968, risalgono, sia dal punto di vista teorico, sia dal punto di vista pratico, all’insufficiente percezione dell’estraneità dei proletari rispetto al mondo che essi stessi hanno costruito per esserne gli inquilini, se non piuttosto i prigionieri. Il fatto di essere rimasti gli ultimi abitatori del mondo – sostituita la borghesia da risibili figuranti salariati che ne recitano i fasti sul palcoscenico delle trasmissioni televisive del pomeriggio, una borghesia ormai altrettanto incredibile che il Gotha dei regnanti e degli spazzolatori di buffet -, di essere coloro che lo hanno ridotto come è, costringe a un perpetuo sforzo per guardare l’esistente, come una possibilità, e non come una perpetua essenza.

È da tempo che si usa dire che la definizione appropriata di comunismo è “un mondo senza galere: occorre aggiungere e precisare che distruggere le galere non basta (e infatti nessuno stato vi si è mai accinto, neppure per sbaglio) ma occorre, contestualmente, instaurare la libertà. Rifutare cioè l’idea che la libertà sia il luogo in cui lo stato non ti vessa più in uno dei mille modi che conosciamo, e si può infine “pensare ciascuno ai cazzi propri”. In cui la libertà sia percepita come pace, riposo, mancanza di fatica e di impegno, fine della storia, oblio., licenza di perseguire senza ostacoli i propri interessi privati

Il mondo attuale nasce dal connubio mostruoso fra due diverse, e per certi aspetti, davvero opposte tendenze all’annichilimento della vita umana, il capitalismo e il



socialismo. Come notava icasticamente Debord, nel primo era la merce a dominare, nel secondo la polizia. Oggi che il processo di fusione fra questi due processi può dirsi compiuto in tutto il mondo (ed è per questo che il vocabolo “globalizzazione”, pur generico e parziale, corrisponde tuttavia a un dato reale, l’estensione planetaria dell’alienazione e dello spossessamento), la sicurezza è divenuta la merce di punta, dopo i fucili, le auto, i computer, del mercato mondiale. Ogni volta che andiamo a comprare, compriamo “pubblica sicurezza”, se vorrete perdonarci il facile calembour.
Il modello delle repubbliche, ridotto all’essenziale, riporta sempre all’equivoco totalitario della Repubblica platonica. A parole sottoposta al governo dei filosofi, nella sostanza sottoposta al governo di esecutori obbedienti di una filosofia già scritta, una volta per tutte. In questo senso la repubblica, e molto chiaramente lo denuncia Hannah Arendt parlando degli stati Uniti, è il lavoro morto della libertà: ne è il prodotto, ma insieme la pietra tombale. I filosofi, individuata una volta per tutte la libertà, la consolidano, la rendono durevole , la lasciano in eredità. Ce n’è stata di libertà, ma oggi non ne abbiamo più bisogno. La questione dell’istituzione rimane perciò sospesa a questa aporia; da un lato l’insufficienza di una libertà unicamente negativa, di un vuoto passivo delle istituzioni, di una libertà dalle isituzioni; dall’altra la natura inesorabilmente fossile delle istituzioni in quanto costruzione obiettiva. Il giudizio del passato, consolidato nel codice, ritorna di fronte alla comunità che lo aveva prodotto, da nemico. In nessun luogo come nell’ambito della legge, il passato domina il presente: con la crescente tendenza a passare da una giustizia retributiva a una giustizia preventiva, esso ambisce a colonizzare il futuro. La legge diviene così una relazione fra gli individui, mediata dal potere separato, diventa la reificazione del



giudizio, tanto degli individui, quanto della comunità in cui essa pretende di operare. Attraverso la legge i morti mantengono una tirannia sinistra sui viventi, le anime sui corpi, le ideologie sui liberi giudizi. Il giudice è bensì l’officiante di questo macabro rito, ma – come nel matrimonio cattolico – sono i cittadini stessi con la loro vita a costituire la materia di cui esso si nutre.

Autonomo è chi obbedisca unicamente alle leggi promananti da lui stesso, chi agisce secondo criteri che gli vengono da sé stesso. L’autonomia è perciò il motore della libertà. Quanto questa è negativa, è libertà dalle costrizioni, consiste nel vivere sciolti da ogni costrizione umana, tanto l’autonomia è libertà attiva, capace di costruire i propri strumenti.
Libero è chi vive secondo la propria legge; tanti sono gli individui, quindi, altrettante le leggi possibili, cui ciascuno liberamente conforma le proprie scelte e i propri giudizi.

Oggetto della rivoluzione quindi non può essere unicamente la liberazione dalle costrizioni, la fine dell’oppressione, ma l’istituzione della libertà, la pratica dell’autonomia.

Qui si entra in una questione di grande difficoltà, giacché l’istituzione difende bensì dal vento dell’oblio, quello che permette alle conquiste umane di dissolversi e rischia perennemente di condannare all’eterno ritorno (un esempio attuale è quello del cosiddetto revisionismo che, insieme a varie scoperte importanti, introduce la sensazione inquietante che i fatti, allorché ce ne separi un sufficiente lasso di tempo, si convertano in opinioni), ma reifica e solidifica una particolare memoria, assunta una volte per tutte per vera. La durevolezza dell’istituzione, se salva dalla vanità quotidiana, dall’assenza di storia, condanna però a



periodiche rivoluzioni allorché la forza propulsiva della liberazione originaria abbia perso la propria spinta a fronte della rigidezza dell’istituzione stessa. L’istituzione positiva, che converte i giudizi che gli individui danno sul proprio tempo in legge, destinata a far valere i medesimi giudizi sull’epoca a venire, non fa che dilazionare l’instabilità e l’oblio, imbalsamando un momento, con i medesimi fini e la medesima coreografia dell’odiosa salma di Lenin al centro dell’impero socialista e antisovietico. La legge è la mummia del giudizio, altrettanto macabra, inutile, ingombrante, oppressiva e menagramo di ogni altra mummia.
Un concetto e una pratica che meriterebbe cercare di prendere a prestito, al riguardo, è quello di istituzione negativa. Nel Copyleft, concetto antigiuridico nato nell’ambito delle esperienze, soprattutto nordamericane del free software, si presuppone che l’uso di una creazione dell’ingegno sia libero e gratuito, purché ciò avvenga alle medesime condizioni di libertà e gratuità. Il proprietario si afferma come tale per imporla non appropriabilità dell’oggetto da parte di alcuno. Poiché sono proprietario, dichiaro la fine della proprietà.
Ugualmente conviene che una rivoluzione si ponga il problema di dare vita e corpo ad anti-istituzioni analoghe, fondate sul fatto che, essendoci riuniti col potere di dar vita a delle leggi durevoli, noi proclamiamo per il futuro che nessuna legge potrà mai essere durevole e che ogni volta con libero patto i convenuti potranno e dovranno ricostruire da zero la giustizia, proprio per rispettare la legge.

Alla vigilia della manifestazione, quindi, la scena napoletana mostrava due facce: da una parte un movimento spontaneo di ragazzi e ragazze che avevano voglia di mettersi insieme, di mostrarsi e di manifestare, avendo i più fra questi idee non molto chiare riguardo alla globalizzazione - d'altronde non è facile farsi un'idea precisa! -; dall'altra i gruppi politici dalla



militanza storica che hanno saputo organizzare con mesi d'anticipo l'antiglobal. Un antiglobal che probabilmente non ci sarebbe mai stato se non fosse stato da questi preparato. Questo è sicuramente un merito che va loro riconosciuto. Ma tale riconoscimento non esclude la possibilità di avanzare più di una critica, spostando su altri piani la riflessione riguardo a un movimento che forse sta nascendo proprio in questi mesi. Il problema ci sembra essere questo: capire su quali basi e in che modo possa compattarsi un movimento. In che modo far sì che quella spontaneità dei più, forse ancora ingenua, non venga dispersa.


Perché dobbiamo ritenere che la compattezza - e non la molteplicità, la levità, l'inafferrabilità, la capillarità, e chi più ne inventa più ne metta - sia ciò che occorre a un movimento.? E garantire e preservare spontaneità, ingenuità, non potrebbe essere opera degli spontanei e degli ingenui stessi?

Nei giorni precedenti al corteo era già chiaro a tutti il ragionamento svolto da buona parte degli organizzatori: creare movimento alzando la conflittualità, riappropriandosi della strada attraverso lo scontro. Ma a cosa ha portato questo modo di pensare?
Quanto è successo sabato mattina è andato al di là di ogni immaginazione. La piazza si è trasformata subito in una vera e propria arena.
Segue una descrizione delle cariche della polizia: se ne conclude che la prossima volta occorre fare più attenzione, legnarli noi, stare altrove a fare altro. Mai più. Tenetevi forte: occorre reagire alla fascinazione della violenza. Arriva il celerino e tu gli dici: "vade retro, io resisto alla tua fascinazione", e lui repente si assesta il manganello in culo e si ritira. Credete di avere a che fare con dei tifosi di calcio, che quando le pigliano arriva il critico sportivo e spiega che



questione di mentalità". Più sotto parlate di maestri, é Biscardi- le roux il vostro?
I più hanno subito la fascinazione di pochi per la violenza. Certo, la fascinazione dello scontro è qualcosa di sottile, che attira più che respinge: tutti siamo stati (diciamolo autocriticamente) un po' vittime di questo, ma questa è una logica che non può essere accettata. La logica dello "sfondamento" tradisce un convincimento antiquato, premoderno messa così, parrebbe che voi questa modernità la rivendichiate, la viviate come un quid di grande, glorioso e giusto riguardo alle relazioni sociali e politiche: che il potere risieda in determinati palazzi e non in un sistema capillare e pervasivo. Se il sistema in cui viviamo diventa sempre più complesso e inclusivo, in una parola "post-moderno", una parola, cento coglioni - cantava Mino Reitano, o avrebbe dovuto farlo sbriciolando e confondendo i luoghi e le manifestazioni del potere e richiedendo, da parte di chi lo critica,

questo da parte di chi lo critica - fra i quali suppongo vi annoveriate - ma invece chi, come me, lo schifa proprio? Ho già detto e stradetto che secondo me é d'intralcio inseguire le mille scadenze spettacolari degli pseudopotenti (potenti in causa e per grazia dell'impotenza nostra - più che potenti, castratori) e meglio sarebbe abolire i riti di questa falsa attualità, avviandoci verso spazi e tempi nostri. Ma se poi uno vuole andare a piazza Plebiscito vi par decente che debba esibire un pass?

una maggiore capacità di destrutturazione, il tentativo di trasformazione o, quello più limitato, di creazione di luoghi di opposizione, non può avvenire mediante la ricerca dello scontro che mutui (astoricamente) l'assalto al Palazzo d'Inverno.

Vogliamo dire una buona volta che nessun potere era racchiuso nel palazzo d'Inverno in quell'ottobre? Che lo scopo era di affermarvi il potere del partito bolscevico, impadronendosi del



luogo-simbolo del potere imperiale?

In questo caso, l'arrivo a Palazzo Reale, anche qualora questo fosse andato in porto (cosa che a tutti, però, è apparsa subito improbabile) avrebbe lasciato i manifestanti con un guscio vuoto in mano: avremmo trovato davanti a noi ministri e burocrati in vacanza per pochi giorni, pronti a lasciare Napoli per altri,
tanti, luoghi in cui più concretamente e nefastamente svolgono il loro ruolo.

A parte che si sarebbe potuto suonarli come zampogne, vi pare una scoperta da poco verificare che il potere non é lì, ma in mezzo a noi, a ricuperare e a assimilare vita per farne merce e ideologia - come voi sapete benissimo, pure troppo - se ci intendiamo

Abbiamo davvero scalfito il potere ragionando in questo modo? La logica secondo cui lo scontro, una volta scatenatosi, alza il livello della conflittualità, creando l'evento, sono disposto a smentirmi, pure giurerei che questa frase é vostra...chi l'avrebbe detta questa cosa in questi termini?

è ipocrita e fallimentare: contro i presunti padroni del mondo non serve lo scontro di piazza, ma la creazione e il rafforzarsi di un modo di vedere le cose che possa darsi come efficacemente alternativo al pensiero dominante.

L'aveva pur detto Biscardi che é questione di mentalità!

Negli slogan della manifestazione, assolutamente privi di contenuto se non di scorie vetero-marxiste, al pari di Marx, e forse perfino di più, non sono mai stato marxista: pure, vien da pensare che, per voi, Marx é out, andava nella passata stagione, é poco rizomatico...per dirla in poche parole non é



che siete dei modernisti fracichi...forse contaminate il biscardi- pensiero con un pizzico di fratelli Vanzina - già tutto il vostro scritto uscirebbe perfetto letto con la voce di Sabrina Ferilli niente di tutto questo. Un simile modo di pensare (ai limiti del terroristico) che cosa significa terrorista? chi usa la violenza in politica? chi si distacca dalle masse? lo sapete vero che un uso di questo tipo della parola "terrorista" é di stile giornalistico, oppure questurino? Che nessuna persona decente impiega vocaboli di tale natura? E di agire (troppo inconcludente e succube di pericolose suggestioni simil-casseur, simil- guerrigliere) perché simil-casseur? in Francia chi spacca tutto é un casseur, in Italia solo un'imitazione? quale provincialismo per gente che viene da Napoli, che da secoli si vanta di dar lezioni a Parigi ha prodotto solo effetti controproducenti: il prevalere della contestazione perfino la contestazione (azione che discute, che mette in prospettiva) vi par troppo? é vero che é essa pure fuori moda, dell'altro secolo, rétro, nient'affatto rizomatica sulla riflessione, anteponendo lo sfogo di rabbia alla proposizione razionale di una piattaforma alternativa, ma a chi si presenterebbe una piattaforma alternativa? all'Onu? al G8? alle masse?
c'era la piattaforma alternativa per chi sa leggere "'IATEVENNE", che significa pure fate spazio, cessate d'interporvi, non occupatevi, lasciateci perdere, non ve ne incaricate. La piattaforma alternativa é sempre la stessa, da quando Spartaco poco lungi da voi, si é sollevato con tutte le sue genti: da due secoli la si riassume in "né dio né stato né servi né padroni"! volete una definizione ancora più moderna? "la ricostruzione incessante del mondo ad opera degli individui liberamente associati". Ora, é chiaro, che la devastazione di qualche cantonata di Napoli é un modesto preliminare a tale ricostruzione, ma - come dice il poeta - "parva favilla gran fiamma seconda" il prevalere della fascinazione della violenza sul chiedersi se esiste o meno un movimento, quali possano essere le sue potenzialità e finalità, da quale parte, e attraverso



quale spiraglio, dico sempre "pecoreccio astenersi", ma stavolta é davvero dura è davvero efficace controbattere il sistema dell'occidentalizzazione imperante. Ci si è davvero affannati a discutere del digital divide e di che cosa questo voglia significare nella creazione delle nuove gerarchie mondiali? Di quali influenze abbia sulla nuova geopolitica? Si è parlato davvero del trionfo della tecnica sulla politica, della sopraffazione dell'economia finanziaria sull'economia produttiva?
Ma soprattutto: abbiamo davvero provato a pensare quale altro mondo è possibile dato tutto questo?

Secondo voi, i mondi possibili sono una funzione dipendente del mondo esistente. Questo cambia e i mondi possibili (il sogno di un mondo...) si deve riadeguare? Perché dovremmo studiarci tutte le stronzate della modernità, se essa va polverizzata fino alle fondamenta?
Perché dovremmo affannarci sulla geopolitica? Non é per caso perché simili torture solo gente della vostra risma le sopporta e vi presentate volontari per il duro compito di condurre le masse, mediarne le pretese, metterglielo nel culo senza pomata in cambio di onori, cariche e prebende, come tanti altri vostri predecessori, anche loro così pronti al "duro lavoro" della politica?

Nei giorni che hanno preceduto la manifestazione, ciò che più ha colpito sono state la scarsezza dei contenuti e l'incapacità di riflettere anche sulle questioni più "ovvie" del post-Seattle: Tobin tax, organismi geneticamente modificati, il peso delle multinazionali, il ruolo dell'Onu, la legislazione internazionale, quale strategie di lotta, quali idee alternative, quali autori leggere, su quali maestri riflettere, in attesa della firma digitale, ecco un esempio di firma involontaria, che denuncia in chi scrive l'assistente universitario e il leccaculo quali esperienze riproporre...Era importante creare un evento massmediatico,



oramai da 'sti eventi del cazzo non si riesce più a liberarsi: agire é troppo per la vostra immaginazione? E in questo ci si è riusciti bene.

Ma dopo qualche giorno, chi lo ricorda? "Creare eventi" vuol dire solo prendersi i due minuti di popolarità nei tg della sera, accanto a altri eventi? È davvero alternativo creare eventi di questo tipo? E qui le responsabilità della stampa, della televisioni sono enormi. Sono venuti in massa a Napoli a cercare la violenza, lo scontro, il sangue, per poi riproporre nei giorni seguenti, la violenza bruta da una parte e dall'altra. La ricerca del sensazionale ha sicuramente contribuito a creare l'arena di Piazza Municipio, alla quale poi è stato dato un "opportuno" rilievo nazionale. Ma anche questo deve far riflettere: l'uso distorto dell'informazione è
ormai una delle armi più affinate nelle mani di chi si vorrebbe contrastare. Come perseguire allora una disobbedienza civile che sia tale, evitando la criminalizzazione televisiva?

Un poì come celarsi un fico d'india in culo in maniera indolore

Da quali comportamenti partire? Quali strategie, meno rozze, far emergere?

Più in generale, la manifestazione di Napoli, per alcuni una vittoria, per altri un fallimento, deve farci riflettere sullo stato di cose del movimento post-Seattle.
Innanzitutto deve farci riflettere sul provincialismo italiano. Del fitto dibattito internazionale sul tema "another world is possible" a noi arrivano solo le briciole, e quelle poche briciole sono intrise di un ideologismo in forte ritardo. Il contro-vertice di Porto Alegre ha indicato una svolta possibile, è stato il segnale che è possibile, anche come arcipelago di gruppi sovranazionali, andare al di là del fenomeno contestativo e mass-mediatico e proponendo idee riguardo una diversa globalizzazione, una



democrazia più reale e partecipata, una giustizia sociale meno astratta. Che è possibile definire il nostro another world, pensandosi all'interno di un dialogo crescente che evita le frasi fatte. (Non tutto ovviamente a Porto Alegre è filato liscio, e la società civile globale è più un'idea regolativa che un fatto concreto, ma passi avanti sono stati fatti).

Porto Alegre ha affossato anni di movimenti internazionali, col suo codazzo di carogne istituzionali, sindaci, ministri, vescovi e ballerine di lambada: e voi lo sapete alla perfezione

Per questo riteniamo opportuno operare da subito una critica interna al nascente movimento. Se certi comportamenti verranno a sclerotizzarsi sarà il suicidio di quanto di nuovo e alternativo poteva esserci nel fiacco e omologato panorama italiano (e poi anche europeo) di questi anni. Se si pongono da subito idee nuove, un nuovo sistema di valori,

Biscardi Biscardi

che ripudi non solo il globale dominante ma anche l'antiglobale che si nutre di vecchi pregiudizi e di vecchie analisi e di vecchie forme - e questo è evidente in Italia più che altrove - si potrà costituire davvero qualcosa di nuovo.

Dovreste pubblicizzare deodoranti - si vedono antiglobalizzatori sminchiati e che all'uscita dalla caserma profumano di virile freschezza..."Maschio Angioino" contesta i cattivi odori, per un mondo nuovo nel campo della fragranza...e avanti così, “dicendoci, fra l'altro, che qui siamo nella parte ricca del mondo: e che la giustizia che si cerca non è nell'aumentare i diritti e i consumi ma nel ridurre questi ultimi e nel definire i doveri.” (NonLuoghi piattaforma)

eccola la piattaforma PENITENZIAGITE!!! E vai coi Flagellanti




Noi non siamo solidali nei confronti della miseria, bensì del vigore con cui gli uomini e le donne non la sopportano.(Gli indesiderabili)

A me (ma non a me solo) paiono due piani completamente distinti e anche abbastanza distanti. Sparare a un ladro che ti entra in caso é contemplato e permesso dalla legge, ma non é non-violento. Bloccare, sedendosi a terra, una linea ferroviaria, é perfettamente non-violento, eppure la legge lo sanziona, anche abbastanza pesantemente. Ciò che scrivi, che mantenendosi all'interno delle leggi si rende più difficile l'azione di chi vuole reprimerti, é indiscutibile; ma ammetterai che é del pari indiscutibile che, a quel punto, la necessità di reprimerti tu stesso l'hai risolta, rendendoti del tutto inoffensivo. Il presupposto di un ragionamento come quello che proponi é che la legge sia, nell'essenziale, giusta, e che siano i suoi amministratori a tradirne la lettera e lo spirito. Perciò, attraverso la legge stessa, tu potresti portare in contraddizione ciò che dovrebbe essere con ciò che si fa, e modificare questo sulla base  di  quello.  Un  pensiero   non   dissimile,   ma   molto   più moderato, rispetto a quello dei Radicali. Che cosa vuoi che ti dica? L'impressione é che l'ansia di non essere criminalizzati vi abbia condotti là dove nessuno era mai arrivato prima...ai confini della realtà...



12.  RIFORMA O RIVOLUZIONE, FINE DELLA LOTTA DI CLASSE


"Non è possibile risolvere un problema con la stessa
mentalità con cui lo si è creato".
Albert Einstein

…noi ci incontreremo e proveremo a dare piena
espressione ai nostri desideri. Lascia che sia un altro momento della vita di tutti i giorni mirando alla gioia della rivolta. Lascia che sia il punto di svolta di ogni protesta che desidera sganciarsi dalle catene della legittimità e della democrazia borghese.
Lascia che esca fuori un altro esempio (Praga, Seattle, Genova, Argentina) nell'ascolto del quale l'astuzia ridera' di coloro che deridono la linearita' della Storia. I nostri desideri saranno il materiale combustibile alle fondamenta del vecchio mondo. Solo la sua totale distruzione aprirà la via alla strada della libertà.
METTI LA PAROLA RIVOLUZIONE DI NUOVO SULLE
LABBRA DEL MONDO!
Gruppo anarchico di Atene "HIJOS DE LA NOCHE" (volantino diffuso alla vigilia del vertice di Salonicco)

"Chi rivivrà i violenti vortici di fuoco se non noi e quelli che consideriamo fratelli? Venite! Novelli amici: questo vi piacerà. Non lavoreremo mai, oh maree di fuoco!" "Questo mondo esploderà È il vero sentiero. Avanti, in
cammino." Arthur Rimbaud

Già ora molti (tra cui lo stesso sub comandante Marcos) preferiscono a « rivoluzione », parola così cara a tante generazioni di refrattari, ma esaurita da una concezione della storia in profonda crisi, le parole « ribellione », «insurrezione»,



«rivolta», « sovversione », ponendo l’accento sulla costruzione di situazioni radicali nel presente piuttosto che sulla proiezione nel futuro della realizzazione di una società ideale. Anche se questa distinzione deriva da una percezione imprecisa della rivoluzione stessa, che, sia etimologicamente sia storicamente, è momento costituente, capovolgimento dei criteri, e non già affermazione di un potere sostitutivo del precedente, destinato a fare, d’un colpo solo, ope legis, le riforme opportune. Per rivoluzione si intende, di consueto, la riforma assoluta, repentina, folgorante: la contrapposizione fra rivoluzione e riforma viene fatta risiedere nei tempi, e poco più. In entrambe è l’autorità delle leggi a riportare nel mondo la giustizia; in entrambe le soluzioni sono già note in anticipo, come parte di un programma, come paradiso di una fede o traguardo di una scienza; in entrambe l’individuo è obbligato a ciò che è DAVVERO bene per lui, è la forza esterna dello stato a ridurlo alla ragione; entrambe si situano essenzialmente nel futuro, sono, non merci, ma servizi a pagamento, che paghi ora perché possano convertirsi in una rendita in un futuro remoto e ipotetico. Un po’ come nelle polizze vita, ti viene offerta la cosiddetta “doppia proposta positiva” (positiva, beninteso, non per te, ma per il tuo nemico); preferisci il capitale o la rendita? Ecco: la rivoluzione è il capitale, il momento folgorante seguito da una miseria permanente; la riforma è la miseria diluita, mitridatizzata, finché la morte non ti renda libertà. Solo l’immane meschinità del presente può consentire che sopravvivano riformisti o rivoluzionari di tal sorta, che il sacrificio politico venga ancora accolto e ricercato da milioni di persone. Pur di non rinunciare alla speranza, ci si adatta a sperare in qualcosa che non solo è inverosimile che accada, ma che, riflettendo solo un attimo, sarebbe cento volte meglio che non accadesse. Come chi, mentre proclama la propria fede nella miglior vita, spera ardentemente di campare fino a cent’anni, così chi si batte per una società migliore e più giusta, rimane ben disposto a sacrificarsi ancora un poco in mezzo ai mali del



presente.
Nell’idea stessa di riforma è insita l’affermazione che l’impianto sarebbe condivisibile, ma è gestito male, gestito per fini ingiusti. per cui la pecora del capitalismo andrebbe tosata e non mangiata, pretendere di continuare a tosare un capitalismo che, se già cent’anni fa più che una pecora era semmai una jena, ora si è da tempo convertito in un serpente velenoso, la cui lana inquina e uccide.
Come indicano le loro magliette, i militanti di Attac – giornalisti, intellettuali, professori, militanti trotskisti, stalinisti pentiti, studenti, sindacalisti – rivendicano una percentuale, una fettina di «questa ricchezza», da spendere in «questa società», oltre il cui orizzonte non immaginano di poter mai arrivare. Eredi del vecchio sindacalismo, hanno sostituito la rivendicazione fallimentare con il lobbyismo mediatico, lo sciopero compatibile con la dimostrazione concordata.
Ma sempre con la precisa volontà di spartire le briciole avvelenate della torta del progresso. Ciò comporta che si tratta non già di proporre ad alcuni – gli attuali ricchi, gli attuali potenti, ma anche tutti coloro che giudicano verosimile diventare a loro volta ricchi e potenti – un diverso e migliore punto di vista sul mondo, ma di imporre loro di cedere tutto o parte del loro potere, di contendere loro il potere sull’esistente. Il discorso riformista, sotto l’apparenza pacifica, democratica, cela in realtà un confronto di forza violento, e proprio perché violento bisognoso di regole che ne attenuino la pericolosità. Ogni presunto miglioramento comporta perciò un aumento di leggi, controlli, controllori, polizie, giudici, carceri, fino a dividere il mondo in rei e poliziotti. Che é quanto sta già accadendo grazie ai riformatori di oggi. Ogni riforma, da almeno un secolo, non ha fatto che ridurre e umiliare ulteriormente la libertà e il piacere di vivere. Il principio del confronto di potere, che sta alla base del riformismo (d’ora in avanti al posto tuo le leggi le fisserò io), si estende a tutto il quadro, e questo spiega perché siano molto più spesso i riformisti, fautori della simbolizzazione



e della sublimazione della violenza, a condursi violentemente contro i rivoluzionari, che dichiarano apertamente, e in certo qual modo pacificamente, di farsi carico del dispiegamento della violenza. La prospettiva rivoluzionaria è essenzialmente fondata sul cambiamento di prospettiva, e sulla parallela demolizione degli ostacoli che si frappongono a questo cambiamento. Propone un altro mondo e un’altra civiltà . Nel momento stesso in cui si rifiuta la mediazione della politica e la caccia al potere separato, necessariamente ci si affida a ciò che è l’autentico fondamento della politica, vale a dire la persuasione.
Per cui il più radicale, il più propenso alla distruzione e al rifiuto di quanto esiste, non ha motivo di essere e non è il più prevaricatore e autoritario. Infatti, dovunque nelle giornate di Genova nessuno ha costretto chicchessia a praticare atti violenti contro la sua volontà; molti hanno cercato, con scarsi risultati, invero, di imporre grazie al numero e alle minacce, quel che hanno la spudoratezza di definire non-violenza. Osservava acutamente Olivavittoria: “è curioso notare come sia violento il linguaggio dei "non violenti".”

È infondatissima l'idea che migliorare l'esistente sia più facile che ricostruire il mondo da capo. Per migliorarlo è indispensabile essere in grado di imporre ovunque le proprie decisioni: per rendere umano, temperato, sostenibile il capitalismo, occorrerebbe non solo che ogni singolo individui muti la propria attitudine, ma che tutti la mutino nel senso indicato dal riformatore, utopia insieme ridicola e sinistra, che – ogni qual volta qualcuno ha osato porvi mano – ha condotto a tirannidi e a violenze d’ogni sorta. Come Mengele rappresenta perfettamente il culmine della ricerca scientifica su soggetti viventi, così Pol Pot offre una perfetta indicazione di ciò che significa una riforma sociale praticata rigorosamente. Se l’indole aggressiva e poliziesca dei riformatori non emerge sempre con la giusta chiarezza è perché allorché hanno l’occasione di



dispiegarla, hanno già cessato di presentarsi come riformatori. Mentre per ricostruirlo, occorre da una parte che qualcuno, non necessariamente tutti, proceda alla sua demolizione, e che poi ciascuno ponga mano alla sua riedificazione, secondo criteri propri e nuovi, essendo stati spazzati via quelli della società defunta.
Se c’è, anzi, un argomento a favore della demolizione totale della presente società é proprio la facilità. Come scrive Marcos e come gli zapatisti, in quell’area che sono riusciti a liberare, hanno cercato di fare: "non é necessario conquistare il mondo. Basta farne un altro. Noi, oggi"
Sotto questo punto di vista, laddove le riforme sono rinviate a un’epoca avvenire da conquistare e imporre con la forza del numero, la rivoluzione, il processo di liberazione individuale praticato collettivamente, è principiata da un pezzo. Come scrive
Renzo Novatore:"Tu aspetti la rivoluzione! Così sia! La mia è già cominciata da tempo! Quando sarai pronto... non mi dispiacerebbe fare un pezzo di strada con te per un po'.”

se le ideologie sono tutte alienanti (compresa quella anarchica), gli anarchici sono fra le persone migliori a conoscere. E la rivoluzione é una composizione di corpi viventi, non certo una danza macabra di dogmi e di principi.

E, precisamente come quel maggio del 1968 da cui tutto questo ha preso origine, se non saprà volgersi non già contro il malfunzionamento della macchina capitalista che affama e saccheggia buona parte del pianeta, ma soprattutto contro il funzionamento efficace di quella parte di mondo che percepisce sé stessa, abbastanza inspiegabilmente, come ricca e degna di invidia.



13.  LA RETE


Pensiamo alla ml [mailing list] come a una piazza pubblica, agorà in greco, dove le persone - senza ordini, ma spontaneamente, discutono di ciò che amano di più: politica, economia, teatro, sanità, ecologia, ecc. ecc.
All'interno della piazza si formano dei gruppi, poi si disperdono, altri se ne formano, alcuni se ne vanno. Non ci sono leggi scritte, ma regole dettate di volta in volta  da quello che gli individui decidono con la loro volontà e scelta personale. Da infinite discussioni nascono idee, progetti, azioni, movimenti, conflitti. La piazza, tanto per usare la metafora, è il luogo della libertà. Nessun capo detta le regole, né partito, né portavoce. Nessun proclama viene letto, né ordini da seguire. Tutti concorrono - con la propria intelligenza-esperienza- interesse-passione - allo scatenarsi di passioni e di
progetti concreti. Se questa è utopia...evviva l'utopia. Canenero - lISTA Libertari

Nello stesso modo in cui ho vissuto molte libere azioni sulla strada, ugualmente ho letto un gran numero di liberi pensieri in rete. Questo stesso testo sarebbe molto diverso e molto più povero e forse addirittura non esisterebbe, se in questi anni non si fosse sviluppato quell’intreccio di siti, forum e mailing list che così un compagno descrive:
Si tratta di una sorta di scrigno che contiene una serie di lettere ordinate cronologicamente e scritte da personaggi diversi. La tessitura delle relazioni, che si intuiscono esistere tra gli autori e i destinatari delle lettere, fa la trama del romanzo e la rappresentazione del mondo.
Fino a pochi anni fa questo era un romanzo settecentesco. Nessuno immaginava che più persone nello stesso momento potessero cominciare a scriversi lettere, e tante, sullo stesso



argomento in un modo così fitto da poterci rappresentare sopra una trama e un mondo.("Talebano" Lista movimento, 18/10/01) Sotto la coltre di difficoltà, ho l'impressione che nella rete delle cose vengono scritte, e lette, e che a leggerle e a scriverle siano persone vere. Si nota, certo, che specie i più giovani non sono adusi a un dibattito serrato, e che chi più chi meno tutti considerino "naturali" le proprie idee e deliranti quelle altrui. Ciò deriva, io credo, dal porsi della società e del suo linguaggio - l'ideologia - come mediazione universale: Babele alla portata di tutti. Se è fondata perciò la critica che alcuni compagni fanno, che la rete è un sostitutivo di una relazione immediata, corporea, materiale, è ugualmente vero che tali relazioni sono difficilissime, ostacolate meno di un tempo dalle distanze materiali, e sempre di più dalla crescente incapacità di vivere direttamente. Internet allude quindi ad un vuoto e, senza riempirlo, traccia tuttavia dei segnali che possono facilitare la traversata.
La prospettiva pare perciò quella di portare materialmente in piazza, nel modo di essere presenti, di comunicare, di agire, l’esperienza di espressione diretta, antideologica e antileaderistica che è il frutto di anni di pratica della rete. Non tanto Internet per chiamare a raccolta, perciò, ma come sperimentazione ancora insufficiente di una parola libera, che sappia fare uso immediatamente degli spazi liberati.

Costruirsi insieme delle regole, come sa chiunque ami giocare, é una delle cose più belle e speciali e umane della vita. Ma per costruire regole, occorre che non ce ne siano di già pronte, di precostituite. E anche che ciascuno giochi lealmente; e proponga regole a vuoto, e non progettate in modo tale da favorirlo: per questo occorre sempre che ciascuno dica sì ciò che pensa e ciò che sente, ma sforzandosi di dare sempre il meglio di sé, e di riconoscere il meglio negli altri. E parlare su quel piano: e non già su quello del "siamo tutti delle merde", della "traversata della merda" e via via "evacuandosi gli uni



sugli altri". Non esiste comunicazione dove non vi sia potere sulla propria esistenza, nel senso - quanto meno, in un'epoca così sciagurata - di passioni dignitose e di una dignità appassionata. Se questo manca, se invece che fare la critica della vita quotidiana, ci si limita a farsene attraversare, rendendola pari pari come la riceviamo, alla maniera dell'alimentazione dei platelminti, ecco che si realizza ciò che Vaneigem paventava e beffeggiava " individui che, per dissimulare le proprie insufficienze, reclamano una democrazia dell'impotenza, in cui essi affermerebbero evidentemente il proprio dominio". Io credo che ciò che urge ora, non solo in questo ambito, non solo in internet, non solo in Italia, sia un reciproco rassicurarsi sulle possibilità superstiti dell'individuo.
Quindi ogni tragitto, anche il più impervio, anche il più personale, che sia inteso a questa rassicurazione, a dare, a esemplificare, a riverberare fiducia, credo sia il benvenuto. Nella stessa misura, penso che proporsi a vicenda problemi confezionati in modo tale da non poter essere risolti, da girare in circolo, scambiandosi dosi massicce di merda in cui guazzare, valga unicamente a favorire l'idea che parlare senza forma é una libertà eccessiva, che ci vogliono gli specialisti, i portavoce, coloro che sanno. Lo psicologismo circolare é il pendant del militantismo politico: é il militantismo della vita quotidiana, altrettanto succubo dell'esistente, altrettanto nemico di ogni superamento possibile.
La prospettiva sovversiva é senza dubbio una storia di naufraghi – in parte volontari in parte no - che cercano di soccorrersi gli uni con gli altri e di farsi coraggio a vicenda: ma l'essere tutti naufraghi, non solo non lascia spazio ma giova che ne tolga, a coloro i quali cercano, gli uni con gli altri, di tirarsi sotto. Anche questo accade, e la colpa é sempre dei medesimi che ci hanno precipitato in questa condizione, ma ciò non toglie che ciò che fanno é un male per tutti.



14.  ILLUSIONI RIGUARDO ALLO SPAZIO E AL TEMPO


«Tutto lo spazio è già occupato dal nemico... Il momento di apparizione dell'urbanismo autentico consisterà nel creare, in certe zone, il vuoto da questa occupazione. Quello che noi chiamiamo costruzione comincia lì. Può essere compreso con l'ausilio del concetto di buco positivo forgiato dalla fisica moderna.»
(Programma elementare di urbanismo unitario, Internazionale Situazionista #6)

Kafka appariva sempre stupefatto quando gli dicevo che ero andato al cinema. Una volta vedendolo mutar faccia gli rivolsi questa domanda: "Lei non ama il cinema?" Kafka rispose dopo breve riflessione: "A dire il vero, non ci ho mai pensato. Si tratta di un giocattolo grandioso, ma io non lo tollero, forse perché sono troppo visivo. Io vivo con gli occhi, e il cinema impedisce di guardare. La velocità dei movimenti e il rapido mutare delle immagini ci costringono continuamente a passar oltre. Lo sguardo non si impadronisce delle immagini, ma queste si impadroniscono dello sguardo, e allagano la coscienza. Il cinema mette l'uniforme all'occhio che finora era svestito." "È un'affermazione terribile" osservai. "L'occhio è la finestra dell'anima, dice un proverbio
ceco." Kafka annuì. "I film sono persiane di ferro." (Gustav
Janouc, Colloqui con Kafka)

“Molta gente potrebbe aver scoperto a Genova un modo significativo di riappropriarsi degli spazi urbani, generalmente destinati alla mortificazione globale...”
(Alfredo Passadore) Se il potere del mercato È una forma di potere



complesso che comprende a un tempo tecniche di individuazione e procedure totalizzanti,per Ilardi la " libertà È godere il tempo presente senza guardare ad
altro all'infuori di esso. Il sogno degli ideologi -scrive Ilardi - È di rinchiudere la libertà entro uno spazio sociale e simbolico.
Ma il tentativo di rinchiuderla s'infrange ripetutamente contro le pratiche della libertà negativa che si dispiegano sul territorio metropolitano.
(Dalla presentazione del libro di Massimo Ilardi - In nome della strada - Libertà e violenza)

nell'incontro di almeno due grandi ristrutturazioni: quella della espressività della partecipazione personale (si sono praticamente dissolte le organizzazioni della voce, del canto, dei cori a favore dell'uso dei cellulari che invece di dare espressività alla folla creano circuiti di espressività all'interno della folla) e quella della gestione
della retorica sindacale. Technologies of Perception and the Cultures of Globalization di Arwind Rajgopal (Social Text n°68): "sia le imprese che i partiti politici cercano di centrare le persone piuttosto che le masse, accrescendo una nuova intimità referenziale rinforzata da sensuali evocazioni di immagini nella sfera pubblica che ovattano e diffondendo le forme dell'autorità' patriarcale e rielaborano le vecchie distinzioni tra pubblico e privato". non che precedentemente mancasse il rapporto tra potere ed intimità del singolo solo che oggi, dissoltasi quest'organizzazione politica tipica delle società disciplinari, questo rapporto È affidato alle tecnologie nuove o ristrutturate della comunicazione
Da: mcsilvan Lista Movimento Data: venerdì 29 marzo 2002 22.35 composto e rivisto in treno, primavera 2002




L'orologio è lo stereotipo fatto realtà
(Meyrink, L'orologiaio)

Mi viene in mente un brano di Primo Levi che, raccontando del lager nazista, ricordava di un particolare tormento psichico, costituito dalla combinazione fra il gesto automatico di guardare l'ora e il numero tatuato proprio al posto dell'orologio, sul polso sinistro: un continuo rammentarsi della propria condizione. Mi sono chiesto che effetto gli avrà fatto, negli anni successivi, una volta reindossata la manetta
cronografica, guardarsi il tatuaggio.

Volin – Lista Libertari


RAPPRESENTAZIONE DI UN CONFLITTO:
CIAK, SI FILMA!
Nell’epoca della realizzazione della separazione, della separazione compiuta dell’uomo dalla vita e della conseguente perdita del senso dell’esistenza stessa, l’immagine funge da schermo protettivo rispetto all’agghiacciante realtà.
Foto, filmati e documenti visivi riempiono la testa e le mani non più solo di birri e magistrati ma anche, se non di più, degli attori nella scenografia delle manifestazioni del falso dissenso.
Già si è detto e ripetuto, peraltro inutilmente, quanto l’uso nei cortei della macchina fotografica e delle sue consorelle tecnologicamente più avanzate sia una pericolosa arma boomerang utile per la repressione; viene la nausea a doverci tornare sopra. Non si comprende perché si debba collaborare a raccogliere materiale utilizzabile per autoimbrigliarci nella strangolante rete delle maglie dei procedimenti giudiziari. Una foto fa da prova, e non c’è bisogno d’altro. La pratica irresponsabile della raccolta ossessiva di immagini diviene collaborazionismo, e proprio da parte di chi pretende di manifestare dissenso.



Ora non ci si venga a raccontare che le riprese vengono effettuate per incastrare gli sbirri quando esagerano nell’adempimento del loro empio dovere, davvero si pensa che possa bastare una immagine per portare alla galera un poliziotto? e poi soprattutto è nostro compito rivoluzionario fare le veci di un magistrato o i portavoce di chi è assetato di giustizia giudiziaria? quale passo avremo mai fatto in avanti una volta affidata la nostra libertà nelle mani di un magistrato, di un politico o di una nuova, e non se ne sente proprio il bisogno, legge?
Nella gara per la raccolta e diffusione di immagini si finisce poi per rivaleggiare con l’altra bella categoria, quella dei giornalisti. La frenesia di comunicare l’evento prende il sopravvento sull’evento stesso, tanto che non è necessario nemmeno più che accada, basta che venga simulato per quei pochi istanti richiesti e dettati dai tempi televisivi. Questa smania del giorno dopo sui giornali, o meglio del giorno stesso sui TG ha preso talmente la mano da far perdere l’esserci e il fare nel momento poiché si è già proiettati verso l’immagine da proiettare.
Da questo vortice risucchiante si pensa di uscirne con le autoproduzioni da far girare nei circuiti presunti antagonisti dei centri sociali. Quale modo più semplice per dare ampiezza e risonanza ad un movimento nato morto di quello di farlo vivere internandolo nel neomoderno carcere mediatico?
Sciocchi imitatori, quali schemi rompono, che cosa portano di dirompente se non la loro rappresentazione autocelebrativa? “Contro la guerra dei potenti ora e sempre disobbedienti!” Ah… beh!
Con obiettivi che si intrecciano in un tripudio di scatti incrociati, come a costruire il set di una stanza degli specchi in cui le immagini, di cui godere narcisisticamente, rimbalzano dall’uno all’altro. In un gioco di infiniti rimandi, si allarga a piacimento la situazione fino ad alludere a uno spettacolo per forti emozioni. In scena va la tensione di una guerriglia urbana che pare sempre sul punto di esplodere… ma quel momento non verrà



mai.
Basta l’accenno: un casco in testa, il volto coperto, qualche fumogeno e lo spazio predisposto per la finta ritirata. Tutti gli attori in campo conoscono bene il copione ma le comparse inconsapevoli rimangono lì con la loro rabbia in gola, ignare di ciò che realmente è accaduto, assediate, chiuse dai due lati da sbirri e bravi.
L’azione è falsa e l’impotenza cresce.
Le mani morbosamente afferrano lo strumento di ripresa, non c’è ora modo di utilizzarle per altri scopi. La mente occupata dall’ansia di carpire l’attimo che al meglio esprima lo spettacolo. Gli occhi fissi nell’obiettivo ed ecco che la separazione dal vivere e dal concentrarsi su ciò che si sta facendo si concretizza nell’essere assenti nel momento in cui  occorrerebbe essere presenti.
Con questo corpo in tutte le sue parti appesantito da protesi tecnologiche che cosa si vuol manifestare? contro chi si vuole andare? come si può pretendere di cacciare dai cortei poliziotti mascherati da umani e giornalisti avvoltoi quando non si riesce a vedere la differenza tra loro e gli altri?
È uno scontro tra telecamere quello che ammorba le coscienze ed i coglioni.
Allora la repressione non è solo quella che viene dai fantocci in divisa o dalle prove incautamente raccolte per loro, ma anche quella che dall’interno si produce. L’istinto ricondotto a ragione, imbrigliato e annientato dall’ideologia dell’immagine, impedisce il realizzarsi dell’atto autentico della rivolta.
L’immagine svuota l’azione mentre il feticcio succhia il sangue dell’uomo.

Mentre si stava completando la stesura di queste osservazioni è arrivata notizia di alcuni provvedimenti pesantemente restrittivi contro quattro compagni relativi ai fatti accaduti a Ferrara il 22 febbraio scorso. In occasione di una manifestazione contro la guerra e contro la preparazione di



alloggi per militari NATO in quella città, si sono verificati atti di “salute pubblica” da cui alcuni zelanti servitori dell’ordine democratico sono usciti piuttosto malconci nonché alleggeriti di una telecamera di servizio.

Scrive Benjamin (“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, nota 32) che “alla riproduzione in massa è particolarmente propizia la riproduzione di masse. Nei grandi cortei, nelle adunate oceaniche, nelle manifestazioni a carattere sportivo, nella guerra – che vengono tutte registrate oggi dagli apparecchi di ripresa – la massa vede in volto sé stessa.” Ma, nota Rocco Ronchi, “la psicologia delle masse diverge da quella individuale perché le folle, a differenza dei singoli, non smettono mai di sognare.”La massa deve dunque vedere nel proprio volto un sogno passivo: se, per qualche ragione, questa passività è incrinata, lo specchio moltiplica la fine della passività Grazie al’impiego da parte dei dimostranti, non solo di un numero sterminato di mezzi di riproduzione audio e video, ma di telefoni cellulari, chi era presente, ha vissuto la sensazione innaturale di « trovarsi dappertutto », chi era lontano ha potuto contrastare l’ipnosi maligna dei media asserviti. Ma essere dappertutto è pericolosamente contiguo al non trovarsi davvero in alcun luogo; e vedere tutto in diretta crea  l’illusione perniciosa di essere presente, mentre non esiste vera presenza senza azione e interazione, che a loro volta non sono possibili dove il corpo non è materialmente chiamato in gioco. Per le medesime ragioni per cui chi non era in piazza a  Genova finisce per sentirsi come se ci fosse stato, chi c’era finisce per scoprire il senso della propria esperienza non nella memoria unica del direttamente vissuto ma nella memoria collettiva delle ricostruzioni filmate e scritte

Questi strumenti, che si vanno affermando come vere e proprie protesi che modificano le capacità del singolo, trasmutandone la percezione dello spazio e del tempo, rendono visibile in



tempo reale la manifestazione non solo al mondo ma a sé stessa, suggerendo una mutazione profondissima del modo di stare nel mondo, che travalica la presente fase del conflitto e si proietta minacciosamente nel futuro. Una forza, senza dubbio, ma anche un addio forse definitivo - a un modo di vivere la libertà, « senza orario senza bandiera ».

Potranno i compagni che si davano appuntamento col telefonino da una piazza all’altra fra il fumo degli incendi e la pioggia di lacrimogeni, affermare, come Bakunin ebbe a scrivere della Parigi del Quarantotto, che Genova « fu una festa senza principio e senza fine » ? Negli anni sessanta Gill Scott Heron cantava “The Revolution will not be televised"(la rivoluzione non la vedremo alla televisione).
Ritmato dallo squillo dei cellulari, filmato in una perenne autopsia in tempo reale, il tempo cui siamo oggi condannati è quello di un’antideriva, su cui il lavoro e il consumo, anni – se presi soggettivamente – secoli – se guardati come specie, di lavoro e di consumo hanno lasciato la loro labile ma incancellabile impronta. Che emerge mostruosa, proprio allorché, per una volta, non c’è né lavoro da erogare, né merci da consumare. Si vede infine che oggetto del lavoro e oggetto del consumo siamo noi stessi. E che sollevare il coperchio della rivolta non è il traguardo di un percorso di liberazione, ma piuttosto un primo sguardo gettato su un percorso tutto ancora da inventare, una semplice occhiata gettata sull’immensità del progetto del nostro partito, quello della vita autentica.
Se una sconfitta riportiamo da quei giorni, è stata proprio il tempo ad infliggercela, indicandoci un futuro di appuntamenti e di orologi, fin dentro il cuore della sovversione.
Se non siamo stati capaci di signoreggiare il tempo che pure avevamo strappato alla ripetitività del lavoro e del consumo, non molto meglio è andata con lo spazio. La sensazione, forse difficile da credere per chi ha seguito da lontano i fatti, montati sapientemente secondo criteri spettacolari, ma percepita da



tantissimi dei presenti, nei lunghi momenti di libertà conquistata, in quartieri dove ogni controllo, ogni potere statale erano stati estromessi e temporaneamente cancellati, è stata la noia.
La libertà negativa conquistata con le barricate e le controcariche, la libertà dall’oppressione, faticava – dopo qualche modesto e ripetitivo vandalismo – a convertirsi in libertà positiva, libertà di creare, di agire, di godere. Quelli che straparlano di riappropriazione del valore d’uso, non hanno evidentemente mai sperimentato quanto siano inutilizzabili, sostanzialmente improprie a qualsiasi uso, le merci di cui siamo circondati. Una poltroncina da bancario per riposare in mezzo al corso, un tubo dell’acqua tagliato per dissetarsi, qualche bottiglia di liquore per scambiarsi un segno di pace, e poi?
Riprendendo le parole famose di Vaneigem, ci eravamo conquistati il letto sontuoso di una rivoluzione, ma non abbiamo saputo donarcelo gli uni con le altre per farci l’amore. La libertà positiva, la capacità di vivere senza tempi morti realmente e non solo potenzialmente rimane ancora da ricomporre, giorno dopo giorno, in relazioni che Genova ha fatto solo balenare, intravedere, reclamare.
Le distruzioni operate nel levante genovese il 20 e il 21 luglio hanno dimostrato che la libertà di distruggere è desiderabile solo se ha la capacità di presentarsi insieme con la libertà di creare, di costruire, di inventare.

Ancor più prigionieri dei meccanismi obbligati dello spazio e del tempo prigioniero, sono apparsi tutti coloro – tanti nel corteo di anarchici e sindacalisti del 20, (molti dei quali erano a tal punto rigorosamente intenzionati a non mischiarsi con i riformisti e i modernisti delle piazze tematiche, da lasciarsi richiamare verso le località di provenienza, come da un invisibile elastico, anche dopo l’aggressione subita dalla celere, lungo via Cantore, e la notizia della battaglia in corso a Levante e dell’uccisione di un compagno – anzi, in quel momento si parlava di due) innumerevoli in quello del 21 – erano venuti a Genova così



come si va a un corteo sindacale autorizzato, con i pullman speciali, i gonfaloni dei comuni, gli orari stabiliti, il cestino dei panini, i punti di raduno rigorosamente predeterminati.
A metà del pomeriggio di sabato, mentre impazzava la violenza di migliaia di celerini e appariva attuale la questione di salvare letteralmente la vita, essi parevano più di ogni cosa devastati dall’ansia di non ritrovare il loro pullman, come il protagonista della « Coscienza di Zeno », che nello scoppio della guerra mondiale distingueva soltanto l’impossibilità di raggiungere il proprio caffellatte. Una vittima poco rimpianta di Genova è senza alcun dubbio questo modo di fare politica, rituale podistico, consolatorio. E molto del livore profondo, non quello artificiale programmato a tavolino dai falsificatori professionali, verso i vandali in nero deriva dalla percezione, indubitabilmente fondata, che l’azione diretta è nemica prima di tutto di questa maniera di militare, che, come in certe foto eloquenti di quei giorni, dietro il sorriso ebete, il ballonzolare fra artisti di strada, bellaciao, comizi e salamine, cappellini e magliette e pagheretecaropagherettutto, si leva il fuoco dell’apocalisse.

Come non è risultata facile la comunicazione fra i presenti, ancor più serio è il problema degli assenti. Nonostante la scelta di aprire la contestazione al G8, con un corteo di migranti, non solo questi erano pochissimi giovedì, e praticamente invisibili erano i pur numerosissimi immigrati residenti a Genova, minacciati vergognosamente da tutte le mille polizie di questo paese svergognato, ma sono stati praticamente assenti venerdì e sabato, fatta esclusione per un nutrito e coraggiosissimo drappello di partigiani curdi. Tuttora, e questa critica era già stata mossa ai BB negli Stati Uniti, la violenza dei giovani casseur delle periferie multietniche fatica a legarsi con quella – per tanti aspetti similare – dei loro coetanei dei gruppi d’affinità in azione a Genova e altrove. Questo innesco non facile, una volta conseguito, potrebbe rivelarsi foriero di infiniti mali per la sottile crosta di pace sociale in cui si cerca di mantenerci. Un



valido ponte fra questi differenti approcci all’insopportabile pesantezza del non-essere, paiono edificarlo, in Italia e fuori, vari gruppi di ultras del calcio, parecchi dei quali presenti addirittura ufficialmente a Genova, molti comunque impegnati in una pratica di indagine della propria condizione (Oggi gli ultras, domani tutti quanti). In ogni caso a Ginevra, nel 2003, le varie anime della sommossa appaiono molto più saldate e solidali: a riprova anche di ciò che si era da un pezzo subodorato, che l’eredità della cosiddetta, e mai abbastanza vituperata, “ anomalia italiana” costituisce una pesante palla al piede per la parte italiana del movimento, disseminata com’è dei cascami di cento ideologie e di mille sconfitte. Non a caso fra i vari leaderini dei social forum, e delle altre anime no global troviamo un sacco di riciclati della lotta armata, riemersi dal pentimento, dalle varie dissociazioni, dalle mille delazioni per affondare una< volta di più speranze e passioni
Un altro aspetto che impone una profonda ridefinizione del modo di pensare non solo il presente sovversivo ma anche il futuro, è il ruolo crescente della tecnologia, non solo da parte del nemico, ma anche da parte nostra. Da una parte, mai una manifestazione di tali dimensioni aveva veduto in passato un bilancio così sbilanciato di morti e feriti fra i due contendenti (dopo le prime panzane sugli accoltellamenti, il governo ha dovuto ammettere che, già una settimana dopo i fatti, nessun poliziotto recava segni visibili dei colpi subiti), bilancio totalmente negativo che non può richiamare quelli analoghi delle precedenti guerre imperiali, nelle quali i “servitori della legge” riportano appena qualche graffio, e ci si premura di sottolineare che anche quello è dovuto a qualche errore tecnico, a qualche svista. Ai nemici della legge viene negata la possibilità di reagire visibilmente, salvo che nelle maniere preconfezionate di stampo terroristico. Da una parte è evidente la difficoltà di “far male” utilizzando gli strumenti a disposizione in strada, a disposizione di chiunque, senza ricorrere allo specialista o al kamikaze; d’altra parte è chiaro che ormai



nessuna informazione proveniente dalle autorità è neutra, ogni singolo messaggio è il prodotto di un disegno consapevole (anche se spesso malcombinato e poco professionale) di costruzione di una pseudorealtà. Nello specifico, è essenziale che la violenza appaia sterile e velleitaria, impotente e isterica, infantile, futile. In questo modo anche la violenza dei ribelli viene reintegrata nel disegno di falsificazione sociale che prevede i singoli come dei perpetui minorenni rispetto alla maturità sociale che lo stato incarna. Se ai rivoltosi del Sessantotto si rimproverava la giovane età, promettendo e minacciando loro “crescerete anche voi”, oggi si afferma senz’altro che la condizione di immaturità è dimostrata dalla ribellione stessa e sarebbe costitutiva di ogni individuo “non adattato”, qualsiasi sia la sua età anagrafica. La maturità viene così fatta coincidere univocamente con l’alienazione civica, con la riduzione dell’individuo in elettore, in consumatore, in cittadino. La compiutezza cui il concetto di maturità allude viene identificata con il prosciugamento mortifero di ogni segno di vita autonoma



15.  MANIFESTAZIONI POSSIBILI

(Immaginiamo che si faccia la manifestazione e non ci vada nessuno)

“Nella mia vita, ho partecipato a diversi tipi di azione. La mia esperienza mi ha insegnato che la repressione della polizia e la violenza dello stato non sono una risposta alle dimostrazioni violente, bensì a quelle efficaci.
Abbiamo diritto alle proteste inefficaci, fuori dalle "zone gialle" che proteggono i potenti e permettono loro di
ignorarci. Ho partecipato assieme con milioni di persone alle grandi manifestazioni pacifiche del 15 febbraio 2003. Ho visto come ci hanno ignorato e come sono andati in
guerra in nome della democrazia” G8 di Losanna - Con amore da un Black Block
15 giugno 2003

Ogni spazio è occupato dal nemico. Viviamo sotto uno stato di coprifuoco permanente. Non solo grazie ai poliziotti – ma grazie alla geometria. La vera urbanistica vedrà la luce quando costringerà le forze occupanti a sparire da un limitato numero di luoghi. Quello sarà l’inizio di quello che noi intendiamo per costruzione.
Conquistarci la libertà è, in primo luogo, strappare pochi ettari di terra dalla faccia di un pianeta addomesticato” (Raoul Vaneigem, “Invasione” in “Lasciando il XX
secolo”).

"Liberare zone di vita, questo è il progetto. Nel vivere materiale degli esseri umani, in tutti gli eventi, gli incontri, le esperienze, dove i paradigmi dell'identità, del lavoro, dei rapporti di serie, della comunicazione omologata, perdono ogni valore, e si sperimenta una superiore qualità umana. Isole calde dove si produce



un'intensità più alta di respiro, aria, luce, energia magnetica. Lampi di mondi autonomi, di materia in estasi, di incontri fatali, che accadono nel mondo seriale senza appartenergli. Con l'orgoglio di non  appartenergli" Franco Bolelli, "Peter Pan e l'estasi"

"Indipendentemente dalle rivendicazioni, questo sciopero è in sé una gioia. Una gioia pura. Una gioia
integra". Simon Weil

Cercherò, d'ora in poi, di effettuare un'analisi avalutativa delle diverse opzioni viste in piazza, rispetto alla repressione poliziesca. La strategia non violenta, di fronte alla esplicita volontà terroristica delle forze del disordine statale, si è mostrata del tutto inefficace: carabinieri e polizia volevano persone inermi da terrorizzare, e le hanno sostanzialmente avute. La strategia del Black Bloc, d'altro canto, non aveva certo alcuna valenza difensiva. Quella delle cosiddette "Tute Bianche". inoltre, è crollata miseramente di fronte alla - come dire? - mancata "collaborazione" da parte delle forze del disordine statale, che tutto avevano tranne che l'intenzione di effettuare una sceneggiata ad uso e consumo delle telecamere. Quella dell'organizzazione generale dei "portavoce" del GSF, fatta di giornalisti, avvocati e quant'altro desse l'idea della Presenza Dell'Opinione Pubblica e Dello Stato Di Diritto, infine, s'è mostrata fragilissima di fronte alla volontà repressiva di mostrare un terroristico "clima cileno". In altre parole, è mia impressione che in qualche misura lo Stato si sia oramai parametrato, rispetto alle varie strategie di "Blocco" che le diverse anime del movimento no-global hanno espresso da Seattle a Genova, con tutte le specificità delle situazioni locali. Non possiamo più, in



altri termini, "contare sulla sorpresa": occorrerà da parte nostra, allora, uno sforzo di intelligenza per trovare nuove strategie di opposizione che, pur continuando efficacemente ad opporsi al dominio imperialista del mondo oggi detto "globalizzazione", riescano altrettanto bene, nei loro momenti di presenza in piazza, a rendere inefficace il progetto terroristico della repressione statale mostratosi in azione, con particolare evidenza, a
Goteborg, Napoli (G8) e Genova. Shevek dell'O.AC.N./F.A.I

La pratica del sabotaggio diffuso (autonomia senza ostacoli, massima flessibilità, autorganizzazione, minimo rischio) fra gli individui affini, apre la possibilità di comunicazione reale, distruggendo quella spettacolare, rompendo l’apatia e l’impotenza dell’eterno monologo rivoluzionarista. Rapporti e possibilità di contatti con  altre persone, nella negazione del ruolo spettacolare.
Sono situazioni effimere che per la loro preparazione e sviluppo portano, nella loro essenza, le qualità della situazione rivoluzionaria, che non retrocederà e che sopprimerà le condizioni di sopravvivenza. Non cade nell’irrimediabile gerarchizzazione alienante che porta con sé la specializzazione di ogni gruppo armato di carattere autoritario e mîlitarista, nel quale le masse delegano la loro partecipazione negli attacchi.
L’aumento quantitativo di questa pratica non ci arriva dalle mani dei propagandisti dello spettacolo, bensì dal passeggiare nello scenario del capitalismo e trovare, in questa deriva, i bancomat bruciati, le ETT con le vetrine infrante, i fabbri che cambiano le serrature di un supermercato... Visioni che ci fanno sbocciare sorrisi complici e che ci animano ad uscire quella stessa notte, a giocare con il fuoco con il fine di far sorgere gli stessi sorrisi sui volti di sconosciuti complici per



l’affratellamento della distruzione. Non importa il numero, ma la qualità dei gesti: sabotaggi, espropriazioni, riduzioni... ci restituiscono parte della vita che ci negano, penò noi la vogliamo tutta.
Compagne e compagni il gioco è vostro e noi ci animiamo alla sua pratica quotidiana. Organizzatelo con
i vostri complici. Contro il vecchio mondo in tutte le sue espressioni, per uscire dalla preistoria, lanciamo e moltiplichiamo gli
attacchi. Per l’abolizione della società di classe contro la merce e il lavoro salariato stop Per l’anarchia stop Per il
comunismo stop Pietre e fuoco
Istituto Asturiano di Vandalismo Comparato

Far sorgere, pro-muovere, generare, iniziare: nei primi passi c'è l'intenzionalità del tutto. La politica è un "far sorgere" continuando, essa diventa l'aurora dello "spezzare", il trionfo della potenza del negativo
"Città del Sole"

"non è affatto la rivoluzione che sta - a mio avviso - accelerando ma il farsi a pezzi del mondo. Personalmente ritengo si debba cominciare ad abbandonare in fretta parecchi degli strumenti che hanno caratterizzato le "lotte" o anche solo i conflitti del passato ( ad esempio cose come le adunate di contestatori, le pressioni e le manovre della politica, mediazioni e proposte volte ad ottenere giustizia, consenso, eccetera: in piazza, sempre per esempio, ci vado e ci andrei solo per riprendermi un po' di maltolto, se c'è altri come me, e divertirmi a riprenderlo, per quanto rischioso sia, mai per ottenere questo o quello, per dire NO a questo o quello, il No si deve dirlo molto



prima, dentro la propria vita, e tentare di farlo aderire alle forme di questa), e iniziare a costruire spazi e tempi di rottura integrale con il "farsi a pezzi del mondo". Vale a dire trovare modi collettivi di rompere con il ricatto dell'economia di mercato e del lavoro, con le regole e le leggi che costituiscono l' ingerenza dello Stato nella vita quotidiana, con luoghi fisici stessi dove la distruzione umana ed ambientale è più avanzata, inventare o ricostruire ovunque e per quanto possibile modi diversi di "ricambio organico" con la natura. Alcuni di questi modi e mezzi - anche graduali - ci sono, anche se comportano varie rotture con ciò che fa di un singolo un "cittadino sociale", l'utente dei diritti e dei doveri del mondo fatto in pezzi. E comporta anche una rottura completa, totale, con l'universo della "militanza". Un universo di follie e masochismi mai abbandonato anche dal ceto politico della cosiddetta sinistra antagonista o rivoluzionaria, basta leggere i messaggi su questa lista. Se appelli per costruire rotture collettive di ciò che opprime l'esistenza comune se ne vedono pochi sono moltissimi in compenso gli appelli alla "mobilitazione" generale per questo e contro quello, la conta dei numeri delle manifestazioni, in cui il militante va generalmente per dare il suo contributo di testimonianza "politica"
Claudio Fausti

I custodi delle ricchezze hanno tutto da temere da questa perfetta espressione della modernità: l’individuo polivalente (…) Un tale individuo, che decidesse di sottrarsi a tutte le leggi senza farsi plagiare dall’ideologia, come il terrorista, o dal denaro, come il delinquente, dovrebbe costituire, nei prossimi anni, un pericolo rilevante per la pace pubblica
Serge Quadruppani La Forcenée – L’assassina di Belleville




"gli atti «irresponsabili» di quel momento sono precisamente da rivendicare per la continuazione del movimento rivoluzionario del nostro tempo (anche se le circostanze li hanno limitati quasi tutti allo stadio
distruttivo…" Debord, Kotanyi, Vaneigem – Sulla Comune.

Molti avevano raggiunto Genova, precisamente come si va ad assistere a uno spettacolo. Anche senza voler raccogliere integralmente tutte le suggestioni più sinistre di questa parola, intendiamo “spettacolo” semplicemente nel senso di "qualcosa di organizzato da altri, destinato ad essere veduto e fruito in quanto esperienza passiva”, ed é questo che lascia davvero critici rispetto alla concezione delle manifestazioni moderne di cui i disobbedienti sono diciamo i corifei, ma che attraversa un po' tutta la modernità, Come si può pensare che chi passa la settimana in ginocchio, poi si levi vindice, il sabato, altro che marciando nelle manifestazioni del rispettoso dissenso, del democratico distinguo, del responsabile ammonimento?
A metà del pomeriggio di sabato, mentre divampava la violenza di migliaia di celerini e si poneva in gioco la questione di salvare letteralmente la vita, essi parevano più di ogni cosa tormentati dall’ansia di non ritrovare il pullman, proprio come il protagonista della « Coscienza di Zeno » che, nello scoppio della guerra mondiale, riusciva a cogliere unicamente l’impossibilità di raggiungere il proprio caffellatte. Una vittima poco rimpianta di Genova è senza alcun dubbio questo modo di fare politica, rituale podistico, consolatorio, che pare definitivamente consegnato alle adunate oceaniche  di obnubilati in cerca di guida, tipo le radunate all’ombra di Cofferati.
Il caso di Genova rimarrà a lungo, e forse per sempre, senza un possibile remake: prima di tutto erano tre giorni, lunghi, complessi, fatti di interminabili ore di sole, di notti, di piazza, ma



anche di cercarsi da mangiare, da dormire, con chi, come, dove, quando. La situazione, ciò che dovremmo sempre provarci a creare, ce l'avevano viceversa servita i potenti, con la sospensione non già dei diritti, ma proprio della quotidianità, creando una sorta di vacanza sociale.
Ci ripetiamo infaticabilmente a vicenda, nei bistrot come sui giornali, nelle liste internet come nelle assemblee, che la ribellione individuale per potersi esprimere validamente ha necessità di un appropriato contesto: ecco, il 20 luglio, e in parte anche il 21, si sarebbe potuto fare tutto, qualsiasi cosa, bastava volerlo. Avevi a disposizione tanto di quel contesto che veniva da piangere...eppure il più gran numero ha scelto di non perdere di vista i pullman per il ritorno e i titoli dei telegiornali. Fare la rivoluzione significa invece non tornare più a casa, significa che non ci sono più telegiornali, e se anche qualcuno li mandasse in onda, nessuno perderebbe tempo a guardarli, significa non essere più servi, innanzi tutto, della violenza della nostra quotidianità individuale.
Che cosa sarebbe potuta essere Genova, se - invece che sfilare orando come frati della buona morte o penitenziagire bruciando macchine e banche come dolciniani - ci si fosse semplicemente installati lì, abbandonando la vecchia laida vita di lavoro precedente, e trasformando pacificamente ma radicalmente la città, occupando edifici, sabotando la quotidianità e inventando nuove possibilità dello spazio e del tempo, RIMANENDO LI'
una proposta che era già circolata dopo Genova: se si andasse, del tutto pacificamente in un luogo e SI RIMANESSE LI'? Cioè, non si lasciasse più la città, ma la si invadesse sempre pacificamente ma risolutamente fino ad imporre qualche risultato? Pensate a Genova, senza atti di violenza (da parte nostra) ma permanentemente invasa e trasformata da territorio loro a territorio nostro, cioé prendendo sul serio quello slogan "Genova libera" che tutti ricordiamo Potremmo proporre che d'ora in poi le manifestazioni assumano la forma



dell'occupazione sine die di uno spazio, cioè prevedano come loro punto nodale il non-rientro a casa la sera o alla fine del weekend. definirlo lo sciopero dal ruolo, lo sciopero della vita quotidiana, o qualcosa di simile. in una simile ottica le diverse capacità e propensioni, più o meno pacifiche, potrebbero trovare ciascuna la propria modalità, e il discorso violenza- nonviolenza verrebbe superato in positivo, invece che con le minacce di reciproca esclusione.
Molto più che qualche vandalismo, l'aspetto dirompente starebbe proprio nel farsi carico di questo, portandosi da mangiare, vivendo del territorio, facendosi ospitare, dilapidando i risparmi, mettendosi in ferie o in malattia, licenziandosi. Rompendo, cioè, con la propria quotidianità: questo sarebbe la manifestazione, la presenza fisica in piazza le aggiungerebbe solo visibilità, faciliterebbe la solidarietà, la convertirebbe in una prassi collettiva. Si potrebbe pensare a delle "casse di resistenza" quali si usano per gli scioperi, dove e quando gli scioperi sono una cosa vera. La fabbrica non é più il luogo unico dello sfruttamento, che si é esteso a tutti i luoghi? E noi invece di occupare la fabbrica, occupiamo la città, occupiamo tutto. Blocchiamo tutto, prima di tutto noi stessi come ingranaggi sociali, riprendiamo a discutere tutto, a decidere tutto, a risolvere tutto. Non facile da fare, ancor più difficile da proclamare, ma l'azione collettiva del futuro, che prende le mosse da una infinità di azioni individuali, anche proprio del singolo nell’oscuro della propria casa, passa per soluzioni che non possono essere di profilo minore di questo.

Un altro aspetto che impone una profonda ridefinizione del modo di pensare non solo il presente sovversivo ma anche il futuro, è il peso crescente della tecnologia, tanto da parte del nemico, che da parte nostra. Mai una manifestazione di tali dimensioni aveva veduto infatti in passato un bilancio così sbilanciato di morti e feriti fra i due contendenti (dopo le prime panzane sugli accoltellamenti, il governo ha dovuto ammettere



che, già una settimana dopo i fatti, nessun poliziotto recava segni visibili dei colpi subiti),
Non è affatto detto, perciò, che le tattiche che hanno condotto il movimento fin qui, rimarranno a lungo le più opportune; e che soluzioni in passato scartate o squalificate dalla pochezza dei loro interpreti, non possano, in diverse circostanze, mostrare nuove e inattese potenzialità.
La «disubbidienza civile», travolta nel generale e vergognoso naufragio genovese delle Tute Bianche, potrebbe, rivisitata, rivelarsi un’idea ricca di sviluppi possibili e, in buona misura, tuttora inesplorati. Pur rimanendo nell’ambito non-violento, con motivazioni tattiche simili a quelle che abbiamo visto per i pacifisti e con l’intento di sottolineare visibilmente la polarità fra violenza cieca del sistema e intelligenza armonica dei corpi,

E questo è possibile rendendo visibili delle condotte di auto- affrancamento immediato, che possano essere riprese da ciascuno nelle proprie specificità; che svelino l’incantesimo maligno che induce ciascuno a tenere chiuso il cancello della propria cella.
Il passaggio dalla fase nascente del movimento, con le sue ingenuità, le sue spontaneità, le sue incongruenze, al diffondersi di pratiche estese nello spazio e nel tempo, che coinvolgano ciascuno in una critica pratica della vita quotidiana, in una decostruzione puntuale della macchina sociale, porterà necessariamente sia a confrontare fra loro tattiche di intervento, ma altresì ad indagare con maggiore acutezza motivazioni che finora non sono state criticate a fondo.
L’esigenza posta dalla costellazione dei mansueti: «spargere nelle 24 ore, temi e tattiche, forme e obiettivi riassunti a Genova»; quella dei disubbidienti: « pensare nuove forme d’azione pubblica che sorpassino lo schema della manifestazione»; e quella dei radicali: «principiare a demolire concretamente i muri della prigione sociale», occorre che si parlino e si scambino le loro potenziali ricchezze. L'essenziale é



che ciascuno individui la propria strategia e il proprio percorso; perché la rivoluzione questo è, la liberazione, lo scatenamento dei percorsi, è un movimento divergente, non convergente. Quindi non si tratta di individuare la via più rapida, o più impercettibile, o più indolore, per pervenire alla dissoluzione di questa società, ma di sciogliere, persona per persona, aiutandosi gli uni con gli altri, i nodi sociali che impediscono a ciascuno di disegnare liberamente il proprio cammino, liberamente componendone e allacciandone di nuovi. Quando ciò si dà, la rivoluzione è già in corso, e non necessita di altri esiti per qualificarsi.
La divisione non è sui metodi di lotta, ma verte, da una parte sui fini, dall’altra sulla compatibilità con l'esistente. Manifestare serve a fare pressioni sui potenti? o piuttosto a propagandare l'idea che un altro mondo è possibile? o a mettere in pratica nelle azioni ma soprattutto nelle relazioni qualcosa di quel mondo possibile, qui ed ora?
quali sono i suoi interlocutori? le istituzioni? la gente? il movimento stesso?
queste opzioni divergenti possono, a loro volta, essere tutte gestite con molta, poca o punta violenza, e con metodi i più svariati, che potrebbero anche non essere in sé e per sé incompatibili: ma faticano a stare insieme, perché si levano il tappeto a vicenda di sotto i piedi. Ma nel contempo hanno necessità di contaminarsi a vicenda, anche perché moltissimi sono coloro i quali ondeggiano fra le diverse tentazioni, e non sono disposti ad identificarsi con alcuna fazione

Che sia chiaro: non siamo contro la gioia insurrezionale di Praga o di Seattle, siamo solo contro la loro unicità epica che ci impedisce di ripeterli ogni giorno a casa nostra (Io sono un BB, pg.123)
Occorre ora non lasciarseli strappare dalla tentazione umanissima di convertirli in un perpetuo presente, ripetendo all’infinito Genova, nella speranza di una miglior fortuna.



Piuttosto che classiche manifestazioni, in forma di sfilata, io credo converrebbe sviluppare i suggerimenti proposti da Genova, fondando cioè un incontro, un convegno, un'assemblea, magari di più giorni, che comporti poi delle azioni dirette, non necessariamente violente, ma tali da comportare una sperimentazione pratica dei discorsi che si fanno. Un esempio: di recente in Belgio c'é stato un raduno internazionale contro le biotecnologie con interventi, dibattiti, discussioni, mangiate, bevute, etc. Poi tutti insieme si sono levati e sono andati a distruggere una coltivazione transgenica, fra bestemmie e schiamazzi. Ecco: io propenderei per sviluppi di questa natura. Si fa un convegno contro la religione a Torino? si discorre amabilmente, si mangiano gianduiotti e bagnacaoda, si beve nebbiolo, si profana un buon numero di ostie: poi, senza preavviso, condotti da alcuni animosi conoscitori dei luoghi, ci si scaraventa nel Duomo e si divora senz'altro la Sindone. Questo é ciò, io credo, che significava per i situazionisti "trarre la teoria da ogni pratica, e viceversa"

Prima di tutto, non si potrebbe ricorrere ai treni speciali e all'ospitalità governativa, che tanti equivoci hanno disseminato (se non altro, perché uno stentava a credere che il governo gli fornisse un treno per farsi sminchiare dalla polizia a mille chilometri da casa).
Suggeriamo pure vie che ci paiono migliori, ma nella coscienza che esse si qualificano più per la nitidezza dell'esperienza che vi è inscritta, che per i risultati, che sono poi sempre cosa del passato, lavoro morto, oggetto.

Tutto ciò sta già accadendo con le mille idee che già attraversano l’esistente, appena sotto la superficie della visibilità, e che contemplano tutte il detournement dei luoghi e degli oggetti: la saldatura delle serrature dei negozi, l’accecamento delle telecamere, la messa a fuoco di laboratori necrotecnologici, il saccheggio di merci utilizzabili, la distruzione



di luoghi di compravendita del debito e del credito o della sottomissione salariata, il sabotaggio di macchine e di servizi, l’uso critico dei mezzi elettronici, la pratica del baratto, dello scambio non-monetario, del dono, della gratuità – per dare un elenco esemplificativo e non esaustivo, suscettibile di infinite integrazioni e miglioramenti.
Il passaggio dalla fase nascente del movimento, con le sue ingenuità, le sue spontaneità, le sue incongruenze, al diffondersi di pratiche estese nello spazio e nel tempo, che coinvolgano ciascuno in una critica pratica della vita quotidiana, in una decostruzione puntuale della macchina sociale, porterà necessariamente sia a confrontare fra loro tattiche di intervento, ma altresì ad indagare con maggiore acutezza motivazioni che finora non sono state criticate a fondo.

Le mie idee sono le solite, e non trovano una particolare eco nella contraddizione capitale-lavoro: sabotaggio (particolarmente rivolto ai sistemi di controllo, telecamere, guardioni, software, informatori, etc; boicottaggio non tanto su basi etiche, ma tattiche (cioè: partire dall'idea che andrebbe boicottata tutta la merce, e principiare con i punti sensibili, ideando e poi propagandando vere e proprie "situazioni" di boicottaggio - con l'obiettivo, ad esempio, nelle periferie - in Italia o simili . di rendere la zona inappetibile per le multinazionali e il loro mortifero progresso, sfruttando la loro ipersensibilità ad ogni opposizione); sciopero dei pagamenti, puntando ad insolvenze non solo di massa, ma visibili le une alle altre, mostrando come pagare alla cassa o alla scadenza sia più un vizio dell'anima che un obbligo effettivamente esigibile da parte dei creditori e dello stato; rinuncia ad utilizzare le istituzioni come arbitri e supporti delle proprie esigenze, astenendosi il più possibile dall'impiegare istruzione e sanità pubbliche (quelle private la gente di senno non le considera proprio) o perlomeno di attribuirvi qualche fiducia - e, naturalmente, riconoscendo nella legge e nei suoi servitori dei



nemici mortali di ogni vita libera e giusta, isolandoli come meritano e cessando di riconoscere loro tratti residui di umanità condivisibile, esiliandoli fin d'ora da ogni luogo, incitandoli in ogni modo alla diserzione, alle dimissioni, al suicidio collettivo o individuale; sperimentare da subito forme di condivisione non- economica di tutto ciò che é libero, mirando a ridurre progressivamente il raggio d'azione dell'economia e la sua influenza sulle relazioni; ripudiare ogni mediatore fra il proprio desiderio e la propria azione, dai portavoce, ai rappresentanti, agli specialisti, ai preti, agli scienziati, a Dio stesso, e così via...e naturalmente, agire in concorso e solidarietà con tutti coloro che, operando con i medesimi fini, ci sono compagni, gli evasi, i distruttori, i sabotatori, i clandestini, i ricercati, i perseguitati, gli imprigionati, combattendo contro galere, lager, manicomi, ospizi, collegi, e ogni luogo di reclusione, sia indicandone teoricamente l'insopportabilità, sia favorendo distruzioni, evasioni, riduzioni d'influenza (non escludendo quindi la riduzione del danno: un carcere o un manicomio dove non torturano é migliore di quelli dove lo fanno - occorre evitare i purismi estremisti, come pure le manovre riformiste - in ogni ambito, chi vuole tutto cercheranno di accontentarlo con qualcosa, e conviene che non se ne contenti, chi si accontenta non gli daranno una fava e cercheranno pure di togliergli quel poco che già ha)
In quale maniera la contraddizione capitale-lavoro (il fronte del lavoro come si diceva un tempo) può ambire a un ruolo centrale? non é una domanda retorica, badate, ma un'indagine operativa.
Tanto più se consideriamo che molti di noi non lavorano (sono pensionati, disoccupati, studenti, alcuni perfino rentier...), che altrettanti svolgono lavoro autonomo e professionale, che moltissimi lavorano con inquadramento dipendente in luoghi dove sono soli, o in due, o in tre, che quasi tutti hanno la sensazione (non del tutto inesatta) che se cessassero di lavorare, i padroni (i loro e anche il padronato in generale) ci



guadagnerebbero. Il modello mentale della questione é sempre stato quello dello sciopero ad oltranza: quali categorie scuoterebbero davvero il funzionamento della macchina sociale? forse, ma sempre meno, i bancari; sicuramente i benzinai e gli autotrasportatori; soprattutto i poliziotti. Attività che non sono mai state sensibili a una prospettiva antisociale, e limitate ai servizi. Per ciò che attiene alle attività produttive, solo scioperi mondiali potrebbero davvero incidere, e pure in fretta, perché con la tecnica del just in time c'è pochissimo magazzino di tutto, e il sistema é sempre a un velo appena dal tracollo. Ma sono poco convinto che i tempi per dare sostanza mondiale ai movimenti di autonomia proletaria dispersi nel mondo siano capaci di opporsi al precipitare del disastro cui ci stanno conducendo
Siamo noi che dobbiamo fissarci degli "appuntamenti" con la nostra vita e non certo cercare di portare rivendicazioni o proposte a ciò che nemmeno esiste. Le manifestazioni di piazza acquistano senso solo se diventano un luogo e uno spazio riappropriato da parte di tutti coloro che hanno qualcosa da dirsi e da costruire insieme non certo la messinscena del disagio e della contestazione al fine di lamentarsi per le ingiustizie o proporre cambiamenti proprio a quelli che avendo nelle proprie mani il potere stanno portando tutti verso la rovina. Le relazioni che appassionatamente coltivo hanno tutte in comune questo tentativo di coinvolgere i molti individui che amo in attività talmente forti da vincere la sopravvivenza con colpi di vita indimenticabili.
Tutto è così vivido nei miei sogni Boccadorata

Comunque lasciamo che le cose seguano il loro corso, purché questo corso sia come corso Torino venerdì e Corso Italia e Corso Sardegna sabato, fiammeggianti di banche e di gipponi, libere dagli sbirri e da ogni bandiera, compresa quella anarchica. Nessuno di noi aveva mai visto Genova così bella.



Certamente, una maggiore organizzazione avrebbe dato altri frutti, ma quali? Se vincere contro le guardie in piazza presuppone la necessità di un'organizzazione militare complessiva (non semplicemente che ciascuno sia organizzato validamente lui stesso e con coloro con cui ha scelto di operare), questo non suggerisce piuttosto che lo scontro militare in piazza contro le guardie é un terreno che non corrisponde a una maniera di operare che sia libera e sia soprattutto capace di creare libertà? Circola in questo periodo, poderosamente propagandato un libro sciapo e fesso, La banda Bellini, in cui si vedono dall'interno i meccanismi di un gruppo che ha scelto appunto di organizzarsi per organizzare la piazza, e finisce per convertirsi in un servizio d'ordine e in fine in una contropolizia, di quelle che operano l'infame contropotere nei quartieri. L'organizzazione militare, militarizza coloro che si lasciano organizzare e perseguita quelli che a farsi organizzare sono irriducibili.
qualcosa di quel che infastidisce me, cioè il fatto che sono degli pesudoeventi, delle cose che non nascono per essere vissute e perciò diventano memorabili, ma che nascono direttamente per essere ricordate. Fra una manifestazione e una sommossa spontanea, una radunata sediziosa come recita il codice, io vedo la differenza medesima che vedo fra chi colleziona qualcosa che viene fabbricato per essere collezionato e chi colleziona oggetti che erano stati creati per l'uso.
In sostanza a che cosa ci serve scontrarci con la polizia, su un terreno scelto da loro, sotto gli occhi delle loro telecamere, sia quelle che ci faranno fare la figura dei fessi nei telegiornali, sia quelle che ci faranno fare gli imputati nei processi? Se si fosse passati, che cosa si faceva, si invadeva la sede dell'incontro delle merde, e li si linciava? se la risposta é no, e in certo modo temo che sia no, allora di che cosa ci lamentiamo? Di essere stati sconfitti troppo in fretta? In sostanza, ed emerge anche dai volantini (peraltro davvero buoni) dei compagni che erano a Salonicco, l'idea é quella di rendere visibile che noi



consideriamo nemici gli otto, e pure la Nato, e pure l'Europa unita, etc. Ora, le domande sono due: conviene davvero battersi in strada per conseguire un simile obiettivo? E quest'obiettivo é davvero così interessante? interessante al punto di adombrare la rinascita di un'organizzazione dello scontro stradale, con tutte le conseguenze nefaste del caso? io non ne sono davvero convinto mi piacerebbe che, se ci fosse una nuova Genova Facessimo come i BB, occupando una zona e barricandola, ma invece di perder tempo con le vetrine, si usasse quello spazio, per transitorio che sia, per parlare davvero, di come cambiare non il mondo in astratto, ma la nostra concreta posizione nel mondo, lì, in quel momento. Se una manifestazione per me ha senso, dovrebbe avere la forma di un'assemblea permanente, si comunica con la parola, e anche con l'azione, essendo in un luogo, e non andando nell'altro. La materia prima di cui si nutrono gli specialisti politico-sindacali, siamo noi e la nostra irriducibile voglia di vivere. È essenziale che loro non la possono più vendere, e per questo, è indispensabile che non ne possano disporre. Ogni volta che sfilano le bandiere del sindacato, di rifondazione, ogni volta che senti Morti di Reggio Emilia, El Pueblo Unido, etc. ogni volta che la sinistra fa le sue porcate e frigge le sue salamelle, é essenziale non esserci. Facciamo che si faccia la manifestazione e non ci vada nessuno. È quella diserzione che serve oggi. la diserzione dall'ideologia, dalla rappresentazione, dalla "politica", come luogo dello scontro di interessi.



16.  CONCLUSIONE (Ritornerò e saremo milioni)


Tutti gli uomini sognano, ma non nello stesso modo. Coloro che sognano di notte, nei ripostigli polverosi della loro mente, scoprono al risveglio la vanità di quelle immagini; ma quelli che sognano di giorno, sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno ad
occhi aperti, per attuarlo.
T. H. Lawrence

In realtà non vi è un solo attimo che non rechi con sé la
propria chance rivoluzionaria.
W. Benjamin

Dopo l'assassinio di Genova fu tutto un fiorire di machissimi "pagherete caro..." e di "onori al compagno": martirizzazione, insomma. Dopo, ma solo dopo 10 giorni, silenzio e distratta dimenticanza. Almeno fino alla commemorazione (appunto) di qualche giorno fa. Ad Aprilia, al rave, dove si è/abbiamo ballato per più di una settimana, una scritta sul muro, discreta e non ostentata
CARLETTO QUI È VIVO E BALLA.
Altro che giorni della memoria.
Claudio

Per difendere lo Stato è cosa corrente dire che è un organismo e non un’invenzione. Anche il bacillo del colera è un organismo, ma non per questo è una cosa positiva. Anche un corpo in decomposizione genera
organismi. August Strindberg

Occorre infine riconoscere che il socialismo non è altro che la forma perfetta, e perfettamente odiosa, di capitalismo. Questo



movimento ha delle speranze solo nella misura in cui saprà riconoscersi visibilmente come antisociale e antisocialista, per i medesimi motivi che lo rendono antiliberista e anticapitalista, antiautoritario e antifascista.
Nulla somiglia di più a un rappresentante della borghesia, di un rappresentante del proletariato dove numerosi erano i pensionati e i nostalgici del paterno baffone del Cremlino o del fraterno timoniere pechinese come Robert McNamara, l'uomo passato dalla Ford auto al Vietnam e uscito con la fama ignominiosa di "colui che conosceva il prezzo di tutto e il valore di niente".
L’aggettivo capitalista, percepito come troppo aggressivo, è stato rimosso dal vocabolario dei buoni.

Torniamo a riferire alla sfera privata (che non va interpretata nel senso riduttivo del singolo isolato, ma nel senso di gruppi di affini che individuano insieme le maniere per riprodursi, in forma chiaramente consensuale, perché solo il consenso, o l'autoesilio, possono avere corso in questioni d'interesse) le questioni inerenti gli interessi, la necessità, e alla sfera collettiva (che io preferisco, chissà perché? chiamare pubblica) le questioni di libertà, dove si confronta il senso di ciò che accade, si fa la storia. Cancellando come una parentesi disgraziata la lunga epoca sociale, in cui - sulla spinta dei borghesi e dei loro interessi da bottegai - l'umanità ha preso forma di società, pretendendo di affrontare collettivamente le questioni di sopravvivenza, riducendo il mondo a una sordida borsa valori, e
– paradosso dei paradossi – relegando nella sfera individuale l'unica questione davvero rilevante, affidata a psicanalisti e preti, la ricerca del posto di ciascuno nel mondo. ne ho una postconfezionata, che nasce dall'esperienza molteplice di tanti amici della libertà: che é il metodo dell'unanimità e del consenso, che non conta le maggioranze e perciò non crea minoranze, dove ognuno é portatore di un punto di vista unico, mix irripetibile delle sue passioni (gli interessi e le necessità che



sono viceversa ripetibili stanno fuori dallo spazio pubblico, nella penombra inaccessibile dei cazzi propri), e partecipa di infiniti dibattiti e modi di agire. Chiaro che una simile prospettiva può risultare verosimile solo se gli spazi della decisione del dibattito sono piccoli, a portata della voce umana, e non pretendono di acquistare una dimensione territoriale, un potere sulla terra. Solo così, ciascuno potrebbe portare innanzi la propria specificità senza entrare in contrapposizione con le specificità altrui.
C'è chi si oppone a ogni prospettiva di tipo socialista, cioè di gestione sociale della produzione e del consumo – tipo consigli operai, per fare un esempio amico, e che non si é mai sputtanato: perché é nella stessa idea di produzione collettiva e di gestione di tale produzione che é insita la miseria, la noia, lo squallore. E infatti ce lo dimostrano tanti esempi, dal Che che - fatto ministro dell'economia - rapidamente corre alle armi, alle fabbriche ferme e inutili del maggio francese, all'uso dopolavoristico del contropotere nelle fabbriche italiane, etc...La gente non vuole decidere lei le questioni economiche: o le abolisce o le lascia in mano agli specialisti, anche se sa che gli specialisti le useranno contro di lei. Tanto é lo schifo che ispira in tutti la necessità, e il suo veicolo, la merce. L'idea di un mondo che ferma le fabbriche fa paura, ma fa orrore un mondo in cui dovessimo essere noi ad occuparci di lavorare, di organizzare, di programmare. Adesso siamo qui che parliamo di filosofia, di culi, di canzoni, di storia, di sogni, e dovremmo fare la rivoluzione per spipparci senza posa sui bisogni e sulle urgenze? Si farà la rivoluzione...e non ci andrà nessuno. Solo la fine dell'economia e l'abbandono delle necessità di ciascuno alla libertà di quell'uno stesso (e di chi con lui avrà piacere di godersela) possono corrispondere a quello é il grido che d'ogni continente si leva: "la finiamo di romperci i coglioni?" Questo grido é l'unico che unifica ricchi e poveri, giovani e vecchi, affamati e obesi, lavoratori e disoccupati, spettatori televisivi e gente col televisore guasto. A Genova abbaiamo visto levarsi



a centinaia di migliaia, in tanti modi (anche mal coordinati, per ora), individui che affermavano questo e che cercavano nei vicini uno spunto solidale, una ripresa appassionata.  Ricondurre poi la dimensione delle grandi opere (per utilizzare il linguaggio del maligno puffo che ci tormenta) alla passione artistica, al piacere di dare forma al mondo, e al piacere dell'amicizia, che Vaneigem così bene definisce "passione di unità in un progetto comune". E, infine, la libertà, ciò che rende davvero umani, e che imprime senso a tutto il resto. Il tutto nel gioco infinito dei momenti comuni da annodare e da sciogliere, nel gioco di dare vita alla vita. Io non credo che si potrebbe rigettare i saperi accumulati - fra cui quelli tipo l'energia nucleare che forse converrebbe davvero scordare - neppure volendolo...Ma nella coscienza che il senso delle cose essendosi capovolto, ogni singolo atto va riesaminato criticamente, come se non fosse mai stato compiuto, perché mai é stato davvero compiuto nella libertà. E quindi considerando l'ipotesi di buttar via tutto, così come di conservare tutto ciò che oggi esiste, con l'intesa che verosimilmente qualcosa si salverà e qualcosa no. Ma che non é ora il momento di pensarci, quanto meno per non rovinarci la sorpresa: perché la rivoluzione a me pare precisamente questo: una festa a sorpresa.



Postfazione


La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione. Essa non è un coltello anatomico, è un'arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che essa non
vuole confutare bensì annientare
Marx

"La mia anima è un tempio sacrilego in cui le campane del peccato e del crimine voluttuose e perverse, risuonano di rivolta
e disperazione" Renzo Novatore

Davvero, penso che abbia fatto male chi non é venuto a Genova, sono assai felice di esserci stato, non già a manifestare ma a riconoscermi con i mille e mille come me ci  ha insperatamente ricondotto ad affrontare la condizione fondante del vivere davvero umano, l’esperienza della decisione, della scelta, della soluzione diretta delle questioni storiche incombenti.

si é ottenuto che decine di migliaia di persone hanno visto com'è più bella una banca che brucia, un gippone distrutto, una strada da cui poliziotti e militanti sono stati messi in fuga, e prima o poi si chiederanno se non é meglio fare così sempre e dappertutto; chi è stato totalmente libero un giorno, pretenderà di ritrovare la stessa felicità mille e mille volte, sempre.

A molti di quelli che erano lì, il futuro non potrà che ripetere parole come queste, scritte quando questo nuovo assalto alla storia stava appena riacquistando vigore, «Il calore e il gelo di quest’epoca non vi abbandoneranno più. Occorre scoprire come sia possibile vivere dei domani che siano degni di un così bell’esordio. Questa prima esperienza dell’illegalità, la si vuole continuare sempre».