giovedì 13 dicembre 2012

CLIMA : DOHA, nulla di fatto per il pianeta




 


 
Riporto e propongo  questo articolo di Marica Di Pierri su A SUD del 9 dicembre 2012 per contribuire all’informazione e alla denuncia dei misfatti del produttivismo.  Sergio Ghirardi

Salvata l’apparenza prorogando solo formalmente Kyoto, il documento venuto fuori dalla 18° Cop sul clima di Doha non ha alcuna possibilità di contribuire a ridurre le emissioni, l’unico risultato che invece conta per frenare la catastrofe climatica.


La Conferenza delle Parti sul Clima delle Nazioni Unite è arrivata alla maggiore età celebrando ieri a Doha, in Qatar, la chiusura della sua 18° edizione. Ma di maturità neppure l’ombra.

Dopo i risultati deludenti delle ultime tre Cop (Copenaghen 2009, Cancun 2010 e Durban 2011) sul tavolo a Doha erano tre le questioni centrali. La prosecuzione del Protocollo di Kyoto, in scadenza a fine anno cioè tra meno di un mese. L’istituzione del Fondo Verde promesso a Copenaghen attraverso lo stanziamento di 30 miliardi nel periodo 2010-12 per arrivare a 100 mld entro il 2020. Infine, l’avanzamento delle negoziazioni per la stipula del nuovo accordo globale sulle emissioni che dovrebbe entrare in vigore nel 2020.

Purtroppo però il Doha Climate Gateway, documento finale delle due settimane di negoziazioni, è la solita scatola vuota.

Le premesse - Ai negoziatori arrivati a Doha – delegazioni di 194 paesi – la situazione globale non può non essere chiara. Gli allarmi degli scienziati e i contenuti dei documenti stilati dalle diverse organizzazioni e centri studi sono univoci e il rischio rappresentato dai cambiamenti climatici per i popoli e per il territorio è palese e innegabile. I rapporti presentati a Doha non lasciano adito a dubbi né spazio a interpretazioni.

La Banca Mondiale – non certo un gruppo di ecologisti – ha commissionato al Potsdam Institute for Climate Impact Research and Climate Analytics uno studio titolato Turn Down the Heat dal quale emerge che di questo passo il pianeta raggiungerà un aumento medio di temperatura di 4° entro la fine del secolo, con conseguenze nefaste: inondazione di vaste zone costiere, stagioni torride, siccità, eventi metereologici estremi, penuria di alimenti in ampie regioni, etc. Secondo il Rapporto della BM nessun paese è al sicuro dagli effetti dei cambiamenti climatici e c’è il concreto rischio che le situazioni straordinarie che sempre più spesso il cambiamento climatico produce divengano in pochi decenni la normalità. Le particelle di co2 nell’atmosfera, da contenere entro i 350 ppm, sono già attualmente oltre i 390. Continuando di questo passo, a fine secolo sarebbero 880 e i gradi in più, appunto, 4.

Il report The Third Emission Gap Report 2012 dell’Unep rincara la dose avvertendo che in mancanza di azioni efficaci per la riduzione immediata delle emissioni la temperatura potrebbe salire fino a 5°. E’ sempre la Unep , nel report Policy Implication of warming Permafrost, a lanciare un allarme ulteriore. Il rapidissimo processo di scioglimento nella zona artica sta interessando anche il permafrost, cioè la parte di suolo perennemente ghiacciata formatasi a seguito dell’ultima era glaciale. Il permafrost è così esteso e contiene tali quantità di materiale organico che il suo disgelo, e la decomposizione dei resti in esso contenuti libererebbero in atmosfera una quantità di co2 che secondo le stime potrebbe raggiungere le 1.700 gigatonnellate, accentuando drasticamente il processo di riscaldamento globale già in atto. La Unep avverte che questa evenienza, che potrebbe in breve tempo divenire una delle maggiori fonti di emissioni clima alteranti, non è tenuta in considerazione negli attuali modelli di lotta al cambiamento climatico e sottolinea la necessità di una attenzione e di un monitoraggio speciali sullo stato del permafrost.
 
La WMO – World  Metereological Organization, ha stimato che la co2 sia aumentata per cause riconducibili all’attività umana di circa il 30% nel periodo 1990- 2011. Nel rapporto Provisional annual statement of the state of the global climate avverte che il 2012 sarà uno degli anni più caldi della storia. Passando in rassegna i principali eventi climatici dell’anno in corso, risulta tra l’altro che nell’emisfero nord c’è stato un aumento dei fenomeni estremi (ondate di calore e di gelo), che le temperature sono state al di sopra della media quasi ovunque e la siccità e la mancanza di precipitazioni hanno colpito diverse regioni (Cina, Brasile, Est Europa, Usa etc.).

Nonostante l’entità delle minacce, le emissioni non accennano a diminuire. Secondo il rapportoTrends in global Co2 Emission (del Joint Research Centre Commissione UE) nel 2011 le emissioni di Co2 sono cresciute su scala globale di circa il 3% raggiungendo i 34 mld di tonnellate. Aumenti di emissioni che anno per anno contribuiscono a costituire il cosiddetto gigaton Gap, la differenza tra quanto si dovrebbe ridurre secondo gli accordi attuali e il livello reale di emissione, stimato in 6-15 gigaton.

I risultati – Gli ultimissimi Report fin qui passati in rassegna non fanno che confermare un quadro allarmante. La minaccia è divenuta emergenza. Tuttavia i risultati delle negoziazioni sembrano tutt’altro che consapevoli della posta in gioco.

Il documento finale, il Doha Climate Gateway estende la vigenza del Protocollo di Kyoto, salvando la facciata dell’unico protocollo vincolante esistente, ma non indica impegni puntuali o obiettivi di riduzione quantificabili. Anzi, allunga la data per la fissazione degli obiettivi quantitativi all’aprile 2014, rimandando ancor più l’assunzione di responsabilità concrete. Inoltre la disponibilità alla firma dell’accordo non include la totalità dei paesi firmatari, ma soltanto i paesi Ue, Svizzera, Australia e Norvegia, paesi che tutti assieme raggiungono appena il 15% circa delle emissioni globali di gas clima alteranti.  Resta fuori dal Kyoto bis la gigantesca fetta dell’85% del totale, che passa il turno e si dirige come se nulla fosse verso il round negoziale che entrerebbe in vigore nel 2020. Cioè tra 8 anni. E’ evidente che la sostanziale continuità legale del protocollo del ‘97 è destinata ad avere un’efficacia pari a zero.
 
Sul processo negoziale di lungo termine, del resto, che secondo quanto definito nella piattaforma di Durban dovrebbe essere negoziato entro il 2015 per entrare in vigore nel 2020, è stata confermata a Doha l’intenzione dei governi di prendere tempo e di far slittare le decisioni all’ultimo minuto utile. A nulla valgono gli allarmi degli scienziati sulla necessità di raggiungere il picco di emissioni proprio nel 2015, e da lì iniziare a decrescere, per evitare la catastrofe climatica e mantenere l’aumento della temperatura mondiale entro i 2° centigradi entro il 2100.

È vero che il documento include al suo interno il riconoscimento sulla carta del risarcimento per danni dovuti ai cambiamenti climatici e vincola i paesi industrializzati allo stanziamento di una quantità di fondi pari alla media della somma stanziata per aiuti climatici negli ultimi tre anni, ma entrambe queste previsioni, in assenza di un regime legale vincolante capace di agire concretamente sui livelli di emissione sono poco più che lustrini messi lì per abbellire la pochezza dei risultati.

Del resto era emerso già a Durban che la direzione dei negoziati delle Conferenze delle Parti stava spostandosi dall’adozione di accordi multilaterali vincolanti per gli Stati a un sistema basato sull’assunzione di impegni sostanzialmente unilaterali e perlopiù volontari, che spetterebbe poi alla comunità internazionale, con gli scarsi strumenti coercitivi a sua disposizione, rendere coerenti e coordinati tra loro.

E l'anno prossimo dal Qatar, paese che per inciso detiene il record delle emissioni pro capire, il baraccone della Cop si sposterà in Polonia, regina del carbone e strenuo oppositore di ogni tentativo europeo di contenimento dei gas serra entro il 2020. Dalla padella alla brace. O viceversa.

Il fallimento delle Cop

Confrontando le premesse e i risultati ottenuti il fallimento degli strumenti negoziali per far fronte concretamente alla minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici è chiaro. E a Doha, come al solito, il mantra della crisi è servito ai governi per mascherare la mancanza di volontà politica di agire globalmente. Le negoziazioni si sono svolte più nei tavoli “laterali” che nelle sessioni ufficiali: incontri bilaterali e meeting di lavoro tra funzionari governativi, rappresentanti di imprese, lobbisti.
Esempio di questa voragine tra decisioni politiche e esigenze fisiche del pianeta è del resto la Strategia Energetica Nazionale italiana, varata ad agosto dal governo e impostata su un ritorno massicio al petrolio e al gas nel nostro paese. O la diffusione, ad esempio negli Usa, o nella vicina Francia, della tecnica devastante del fracking per lo sfruttamento di giacimenti diversamente non accessibili. O ancora le intenzioni di perforazioni dell’artico, lo sfruttamento delle sabbie bituminose in Canada, l’implementazione ovunque di nuove centrali a carbone che fanno a pugni con la dichiarata volontà di far fronte alla riduzione necessaria delle emissioni.

Eppure le tecnologie per impostare un profondo processo di trasformazione del settore produttivo ci sarebbero. E le proposte sono sul tavolo da anni, rappresentate dalle reti sociali, da intellettuali, scienziati e tecnici di tutti i continenti. L'unica a mancare, dolosamente e pericolosamente, resta la volontà politica dei governi. Le parole d'ordine della ricetta di cui avremmo bisogno sono note: riconversione in chiave ecologica della produzione e dei consumi a partire da un processo di partecipazione ampio; passaggio ad un modello energetico basato sulle rinnovabili, sull’efficienza e sulla sostenibilità; transizione da un modello alimentare industriale ad uno agroecologico; utilizzo sostenibile delle risorse; tutela integrale del territorio. In una parola: misure in grado di aumentare la resilienza del pianeta, la sua capacità di rigenerarsi e di salvare tutti noi da un futuro a tinte fosche.


Marica Di Pierri  www.asud.net