venerdì 12 maggio 2023

Piccola riflessione sulla diserzione necessaria

 




Il movimento rivoluzionario internazionale ha subito sufficienti battute d'arresto storiche per permettere di trarne delle lezioni inedite. Necessariamente inedite perché gli ufficiali autoproclamati degli eserciti di spazzatura che hanno finito ovunque per sequestrare la rivoluzione, hanno sempre impedito, con il loro onnipresente ricatto militar-maschilista, di andare alla radice delle cose e soprattutto degli esseri.

La rivoluzione è una risposta collettiva al bisogno d'amore inappagato e infranto. Inappagato perché la civiltà produttivista ha fatto della potenza dell'amore un'energia sfruttabile e sfruttata, stritolata dai tranelli del potere che ha sempre trasformato ogni manifestazione dell’energia vitale in valorizzazione economica.

L'economia politica è la scienza di quello sfruttamento dell'uomo sull'uomo magnificato dalle ideologie primitive della sottomissione e dell'umiliazione che sono le religioni. Nel passaggio dalle comunità primitive (oscillanti tra mutuo soccorso e cannibalismo) alla società moderna che ha trasformato il cannibalismo in consumismo e la schiavitù in sfruttamento salariale, il mutuo soccorso ha teso a ridursi a folklore per turisti.

Un qualche suprematismo ha sempre guidato l’incerto cammino della specie tra l'umano e il disumano. Si può definire l’umano (ricordando, però, che nessuna definizione è esaustiva) la ricerca riuscita di un'armonia con e nella natura di cui la specie fa parte; il disumano (in virtù degli stessi criteri imprecisi ma ovvi) implica l'imposizione di un qualche suprematismo artificiale che cavalca la predazione naturale al punto di perpetuarla e approfondirla, raffinarla e generalizzarla, eludendo e reprimendo l'aiuto reciproco, ferito e ridicolizzato.

Quello che gli ultimi due secoli hanno sperimentato sulla pelle della specie con il nome di fascismo è sempre esistito in forme diverse da quando sono comparsi gli ominidi. Prima di divenire una moderna forma di dominio politico e sociale che i suoi stessi sostenitori hanno chiamato fascismo, il suprematismo predatore era già un atteggiamento sociale che ha radici naturali tanto quanto l'aiuto reciproco sia esso inteso come solidarietà con i suoi simili o, più in generale, come empatia con il vivente.

Consapevole o no, fascista è chi afferma minacciosamente: “Fai quello che ti dico o vedrai quel che ti succede”. Per esercitare quest’odioso ricatto vanno altrettanto bene la legge e le armi, lo Stato o le altre mafie non legittimate dal potere legalmente costituito. Non importa quali bandiere accompagnino quest’atteggiamento minaccioso, quali siano le possibili variazioni ideologiche del discorso che lo giustifica. Tuttavia, il termine fascismo è relativo a un periodo specifico limitato nel tempo. Globalmente, si dovrà piuttosto chiamare tale sindrome peste emozionale per coglierne meglio i vari caratteri e le radici. Esse risalgono, infatti, a un’epoca decisamente anteriore all'Impero Romano i cui simboli del potere ispirarono Mussolini, poi i suoi numerosi complici internazionali, per impestare l'Italia, l'Europa e il mondo.

L’irruzione della peste emozionale suprematista rimonta alle radici della civiltà patriarcale produttivista il cui progresso incessante ha ormai invaso l’intero pîaneta. Questa calamità è un’impotenza e un potere allo stesso tempo; un'incapacità di amare che compensa la sua frustrazione scaricando dell'odio e rendendolo produttivo. Ma produttivo di cosa? Di dominio sessuale e sociale, di sfruttamento delle donne, degli uomini e della natura. Un processo che continua dall'infanzia alla vecchiaia, dal latte inevitabilmente materno all'attesa della morte, esperienza ineluttabilmente solitaria e spesso sgradevole in una vita che qualcuno ha definito, tra perspicacia e sarcasmo, una malattia mortale sessualmente trasmissibile.

Nell’universo predatore originario, l'amore ha cominciato a farsi strada tra la sopravvivenza e la morte, primo segno commovente e poetico della volontà di vivere di un'umanità auto creatrice, che ha inventato il pennello simbolico con cui una scimmia umanoide ha partorito l'essere umano disegnando le sue mani sulle pareti delle caverne.

L'essere umano non esiste in natura, è una creazione artistica, un particolare elemento organico scaturito dalla vita come le stelle, i pianeti e i buchi neri compongono l'universo, ma con la coscienza in più. Una coscienza relativa, certo, perché la vita è tanto spontaneità creativa quanto stupidaggine, amore e odio, aiuto reciproco e dominio. Così, l'umano è capace del meglio e del peggio, del desiderio e della frustrazione, della soddisfazione e della sofferenza, dei banchetti gioiosi e del cannibalismo spietato.

Senza dubbio, il fascismo ha marcato con i suoi misfatti il ventesimo secolo, ma il cuore emotivo del fascismo politico di destra e sinistra di cui Reich ci ha fornito il quadro esaustivo in Psicologia di massa del fascismo (1933) funzionava già nella corazza caratteriale individuale e sociale molto prima della parola che lo designa. La peste emozionale, utile a tutte le più basse esigenze del potere, è rimasta in agguato anche dopo la seconda guerra mondiale, quando gli adepti della sua forma politica nazionalsocialista sono stati sconfitti.

Per riuscire a espandersi, l'odio che è l'essenza di ogni struttura caratteriale fascista s’inventa delle forme politiche svariate, spesso conflittuali tra loro. Può essere di destra o di sinistra tanto quanto di centro, in giacca e cravatta come l’odio freddo e vigliacco dei borghesi e dei benestanti gaudenti da guardoni sadici, eccitati alla vista dei fascisti Versagliesi che fucilavano ventimila comunardi sconfitti ma non domi.

Il borghese, predatore sdentato che si nutre del cadavere economico del lavoro altrui, ha fatto del mondo moderno la sua proprietà prima di moltiplicarsi come un virus mutante al punto che il borghese di una volta non esiste più. Si è proletarizzato pur preservando i resti miserabili degli antichi privilegi della classe dominante in una civiltà morente. La sua aura scaduta ha ceduto il passo al trionfo del feticismo della merce, al dominio reale del capitale che ha trasformato l'uomo stesso in una macchina che distrugge la natura industrializzando una sopravvivenza sempre più artificiale.

Il processo storico della civiltà produttivista ha raggiunto il punto di non ritorno in cui la sua continuazione prepara la fine dell'umanità come specie animale. Perché gli animali che siamo si stanno riducendo a caricature transumane, dove l'umano organico è condannato a scomparire.

Di fronte a un tale degrado dai contorni ormai ben visibili, la predisposizione tipicamente umana alla rivoluzione per salvarsi la pelle riscopre l’arcobaleno dei suoi veri colori che non sono più semplicemente il rosso o il nero delle ideologie, e ancor meno il bianco dei servitori volontari. La rivoluzione sociale ritrova le sue radici profonde che stanno trasformando la coscienza di classe e la coscienza di genere in coscienza di specie. Vale a dire, in una consapevolezza della totalità organica del vivente messo in pericolo dallo sviluppo distruttivo e mortifero della società produttivista, capitalista e industriale.

Questo tragico dato che impesta il pianeta ci mette nella condizione di un'arca non di Noè ma dell'intera specie di fronte allo tsunami innescato dall'artificializzazione del vivente nella sua fase terminale. Di fronte alla morte climatica, ecologica, psicogeografica e sociale che avanza, la rivoluzione è inevitabile e va oltre ogni postura ideologica.

La rivoluzione è una risposta collettiva al bisogno insoddisfatto di amore, alla mancanza di vita che annuncia la morte imminente. È allora che ogni rischio diventa futile, ogni strategia inefficace, ogni opportunismo risibile. La rivoluzione appare allora ineluttabile ma i generali che cercano di imporsi alla sua guida, pretendendo di comandare le truppe contro il nemico, sono diventati dei grotteschi macho fuori dal tempo. Il tempo dei maschi dominanti è, infatti, finito, anche se, per inerzia, i loro stratagemmi di stampo fascista fanno ancora dei danni importanti. E non sono i fantasmi ricorrenti del matriarcato a rendere ridicolo il maschilismo, ma l'apparizione di una nuova coscienza di specie che si fa beffe di tutte le impotenze pervertite in potere di genere.

Nei tempi a venire, gli unici eserciti con un senso saranno quelli che proteggono l'avanzata gioiosa della vita che si cerca senza mai imporre alcun diktat, come l'esercito zapatista. Solo l'autodifesa è legittima e senza limiti, in Ucraina, in Rojava e ovunque ci sia da difendere la vita e il diritto umano di occuparla. Ahimè, i lapsus narcisistici dei Von Clausewitz da salotto, cartacei o virtuali, continuano a imperversare. Li leggiamo o li ascoltiamo mentre esultano per l'attacco riuscito o per la ritirata sapientemente orchestrata in attesa del contrattacco a venire, calcolando le morti necessarie e soppesando il morale della truppa come si guardano i denti del cavallo che ci si appresta a montare. Giocano alla guerra con il culo degli altri perché i discorsi sono spettacolari, ma le granate del potere ben reali.

Una volta per tutte: la rivoluzione non è la presa della Bastiglia. La rivolta è un primo passo spontaneo quando la vita è in pericolo, ma diventa rivoluzione non nella mitica “grande sera” ma nelle prime mattine che si susseguono quando il popolo riunito in assemblea, senza capi né generali, abolisce i privilegi e non smette più di farlo. Se per sfuggire allo sfruttamento, all'alienazione e alla reificazione che toccano ormai il cuore malato delle nostre vite quotidiane, è necessaria una diserzione organizzata contro l'esercito economico-militare del capitalismo planetario corrotto, non è per consegnarsi a una nuova leadership ideologicamente rivoluzionaria.

Soprattutto, la rivoluzione non ha bisogno di generali perché hanno sempre la spiacevole tendenza narcisistica a diventare imperatori. Essa ha bisogno di non aver nessun capo, di forgiare in ciascuna e ciascuno artisti, filosofi, operai, studenti e studentesse, contadini e contadine dall’opinione libera e pari diritti umani ben oltre ogni contingente ruolo sociale. Una tale umanità, varia nei gusti e nei generi, compone una comunità di dilettanti professionisti, multidisciplinari e senza vincoli, che condividono il mutuo rispetto e la solidarietà con gli altri.

Il più grande merito dei Gilet jaunes francesi che appaiono e scompaiono come una coscienza all'opera in mutazione permanente, senza uniforme obbligatoria ma spontaneamente comunardi nel cuore, è di averlo capito e di aver cercato in qualche modo di agire di conseguenza. A partire da questa nuova coscienza di specie che cresce e che rinnova, corroborandola, una ferma volontà di libertà, uguaglianza e fraternità per tutti, un altro mondo, finalmente umano, è diventato effettivamente possibile, anche se il vecchio mondo farà di tutto per impedirlo, fino in fondo, il suo fondo.

Certamente noi saremo sempre presenti, puntuali all’appuntamento, tutto resta, però, da fare per la comunità umana che ha deciso di abbandonare l’armata delle ombre produttiviste per difendere dovunque le luci dell'umano in carne e ossa. La diserzione da tutte le guerre e la difesa accanita della vita organica sono il preliminare di un tale obiettivo.

 

Sergio Ghirardi Sauvageon, nel mese di maggio 2023


Petite réflexion sur la désertion nécessaire



Le mouvement révolutionnaire international a subi assez de revers historiques pour permettre d’en tirer des leçons inédites. Nécessairement inédites parce que les officiers autoproclamés des armées de poubelles qui ont fini partout par kidnapper la révolution, ont toujours empêché, par leur chantage militaro-machiste omniprésent, d’aller à la racine des choses et surtout des êtres.

La révolution est une réponse collective au besoin d’amour insatisfait et brisé. Insatisfait car la civilisation productiviste a fait de la puissance amoureuse une énergie exploitable et exploitée, brisée par les manigances du pouvoir qui a toujours transformé toute manifestation de l’énergie vitale en valorisation économique.

L’économie politique est la science de cette exploitation de l’homme par l’homme magnifiée par les idéologies primitives de la soumission et de l’humiliation que sont les religions. Dans le passage des communautés primitives (balançant entre entraide et cannibalisme) à la société moderne qui a transformé le cannibalisme en consumérisme et l’esclavage en exploitation salariale, l’entraide a eu tendance à se réduire à du folklore pour touristes.

Un quelconque suprématisme a toujours guidé la marche incertaine de l’espèce entre l’humain et l’inhumain. L’humain peut se définir (en se rappelant néanmoins qu’aucune définition n’est exhaustive) par la recherche achevée d’une harmonie avec et dans la nature dont l’espèce fait partie ; l’inhumain (en vertu des mêmes critères imprécis mais évidents) implique l’imposition d’un quelconque suprématisme artificiel surfant sur la prédation naturelle jusqu’à la perpétuer et l’approfondir, l’affiner et la généraliser en escamotant et réprimant l’entraide, meurtrie et ridiculisée.

Ce que les deux derniers siècles ont expérimenté sur le dos de l’espèce en l’appelant fascisme a toujours existé sous des formes différentes depuis l’apparition des hominidés. Avant de devenir une forme moderne de domination politique et sociale que ses propres souteneurs ont appelé fascisme, le suprématisme prédateur était déjà une attitude sociale qui a des racines naturelles autant que l’entraide qu’on définisse celle-ci comme la solidarité avec ses semblables ou, plus généralement, comme l’empathie avec le vivant.

Un fasciste, conscient ou pas de l’être, est celui qui menace : « Fais ce que je te dis ou tu vas voir ce qui t’arrive ». Pour exercer ce chantage odieux, la loi et les armes à feu, l’Etat ou les autres mafias non légitimées par le pouvoir légalement constitué font également l’affaire. Peu importent les drapeaux qui accompagnent cette posture menaçante, peu importent les variations idéologiques possibles du discours qui la justifie. Toutefois, le terme « fascisme » est relatif à une période spécifique limitée dans le temps. Globalement, il faudra plutôt appeler une telle syndrome peste émotionnelle pour mieux saisir ses caractères variés et ses racines. Car celles-ci remontent à une époque bien antérieure à l’Empire romain dont les symboles du pouvoir inspirèrent Mussolini, puis ses multiples complices internationaux, pour empester l’Italie, l’Europe et le monde.

L’irruption de la peste émotionnelle suprematiste remonte aux racines de la civilisation patriarcale-productiviste dont le progrès incessant a désormais envahi la planète entière. Ce fléau est une impuissance et un pouvoir en même temps ; une incapacité à aimer qui compense sa frustration en déchargeant de la haine et la rendant productive. Mais productive de quoi ? De domination sexuelle et sociale, d’exploitation de la femme, de l’homme et de la nature. Un processus qui se poursuit de l’enfance à la vieillesse, du lait inévitablement maternel à l’attente de la mort, expérience inéluctablement solitaire et souvent gênante dans une vie que quelqu’un a défini, entre perspicacité et sarcasme, comme une maladie mortelle sexuellement transmissible.

Dans l’univers prédateur d’origine, l’amour a commencé à se frayer un chemin entre la survie et la mort, premier signe émouvant et poétique de la volonté de vivre d’une humanité autocréatrice, qui a inventé le pinceau symbolique avec lequel un singe humanoïde a engendré l’être humain en dessinant ses mains sur les murs des cavernes.

L’être humain n’existe pas en nature, il est une création artistique, une particulière donne organique dégagée par la vie comme les étoiles, les planètes et les trous noirs forment l’univers, mais avec la conscience en plus. Une conscience relative, bien sûr, car la vie est autant spontanéité créative que bêtise, amour et haine, entraide et domination. Ainsi, l’humain est capable du mieux et du pire, du désir et de la frustration, de la satisfaction et de la souffrance, des agapes joyeuses et du cannibalisme sans pitié.

Certainement, le fascisme a marqué le vingtième siècle par ses méfaits, mais le cœur émotionnel du fascisme politique de droite et de gauche dont Reich nous a brossé le tableau exhaustif dans Psychologie de masse du fascisme (1933) fonctionnait déjà dans la carapace caractérielle des individus et des groupes bien avant le mot qui le désigne. La peste émotionnelle, bonne à toutes les besognes du pouvoir les plus basses, a continué à rôder même après la deuxième guerre mondiale, quand les adeptes de sa forme politique national-socialiste ont été vaincus.

Pour pouvoir s’étendre, la haine qui est l’essence de toute structure caractérielle fasciste invente des formes politiques variées, souvent en conflit les unes avec les autres. Elle peut être de droite ou de gauche autant que du centre, en costard-cravate comme la haine froide et lâche des bourgeois et des nantis jouissant en voyeurs sadiques, excités à la vue des fascistes versaillais fusillant vingt mille communards vaincus mais pas domptés.

Le bourgeois, ce prédateur édenté qui se nourrit du cadavre économique du travail d’autrui, a fait du monde moderne sa propriété avant de se multiplier comme un virus mutant au point que le bourgeois d’antan n’existe plus. Il s’est prolétarisé tout en préservant les restes misérables des anciens privilèges de la classe dominante dans une civilisation mourante. Son aura déchue a laissé la place au triomphe du fétichisme de la marchandise, à la domination réelle du capital qui a transformé l’homme lui-même en une machine qui détruit la nature en industrialisant une survie de plus en plus artificielle.

Le processus historique de la civilisation productiviste est arrivé au point de non-retour où sa continuation prépare la fin de l’humanité en tant qu’espèce animale. Car les animaux que nous sommes sont en train de se réduire à des caricatures trans humaines où l’humain organique est condamné à disparaître.

Face à une telle déchéance aux contours désormais bien visibles, la prédisposition typiquement humaine à la révolution pour sauver sa peau redécouvre l’arc en ciel de ses couleurs véritables qui ne sont plus simplement le rouge ou le noir des idéologies et encore moins le blanc des serviteurs volontaires. La révolution sociale retrouve ses racines profondes qui sont en train de transformer la conscience de classe et la conscience de genre en conscience d’espèce. C'est-à-dire en une conscience de la totalité organique du vivant mis en danger par le développement destructeur et mortifère de la société productiviste, capitaliste et industrielle.

Cette donnée tragique qui empeste la planète nous met dans la condition d’une arche non pas de Noé mais de l’espèce entière face au tsunami déclenché par l’artificialisation du vivant à son stade terminal. Face à la mort climatique, écologique, psychogéographique et sociale qui avance, la révolution est inévitable et transcende toute posture idéologique.

La révolution est une réponse collective au besoin d’amour insatisfait, au manque de vie qui annonce la mort imminente. C’est alors que tout risque devient futile, toute stratégie inefficace, tout opportunisme dérisoire. La révolution apparaît alors inévitable, mais les généraux qui cherchent à s’imposer à ses commandes, prétendant diriger les troupes contre l’ennemi, sont devenus de grotesques machos anachroniques. Car le temps des mâles dominants est révolu, même si, par inertie, leurs combines fascisantes causent toujours d’importants dégâts. Et ce ne sont pas les phantasmes récurrents du matriarcat qui rendent le machisme dérisoire, mais l’apparition d’une nouvelle conscience d’espèce qui se moque de toutes les impuissances détournées en pouvoir de genre.

Dans les temps à venir les seules armées ayant un sens seront celles qui protègent l’avancée joyeuse de la vie qui se cherche sans jamais imposer de diktat, comme l’armée zapatiste. Seul l’autodéfense est légitime et sans limites, en Ukraine, au Rojava et partout où la vie et le droit humain à l’occuper sont à défendre. Hélas, les lapsus narcissiques des tous les Von Clausewitz de salon, en papier ou virtuels, continuent de sévir. On les lit ou on les entend se réjouir de l’attaque réussie ou de la retraite savamment orchestrée en attendant la contre-attaque à venir, calculant les morts nécessaires et évaluant le moral de la troupe comme on regarde les dents du cheval qu’on se prépare à monter. Ils jouent à la guéguerre avec le cul d’autrui car les discours sont spectaculaires, mais les grenades du pouvoir bien réelles.

Une fois pour toutes : la révolution n’est pas la prise de la Bastille. La révolte est un premier pas spontané quand la vie est en danger, mais elle devient révolution non pas le grand soir mythique mais les petits matins qui se suivent quand le peuple réunit en assemblée, sans chefs ni généraux, abolit les privilèges et n’arrête plus de le faire. Si, pour se soustraire à l’exploitation, à l’aliénation et à la réification qui touchent désormais le cœur malade de nos vies quotidiennes, une désertion organisée contre l’armée économico-militaire du capitalisme planétaire corrompu est nécessaire, ce n’est pas pour déclarer allégeance à une nouvelle chefferie idéologiquement révolutionnaire.

La révolution n’a surtout pas besoin de généraux car ceux-ci ont la fâcheuse tendance narcissique à devenir empereurs. Elle a besoin de ne pas avoir des chefs, de forger en chacun et chacune des artistes, des philosophes, des ouvriers et des ouvrières, des étudiants, des étudiantes, des paysannes et de paysans libres en opinion et égaux en droit, humains bien au-delà de tout rôle social contingent. Une telle humanité variée en goûts et en genres, compose une communauté d’amateurs professionnels, pluridisciplinaires et sans contraintes, partageant le respect mutuel et la solidarité avec autrui.

Le plus grand mérite des Gilets jaunes français, qui apparaissent et disparaissent comme une conscience à l’œuvre en mutation permanente, sans uniformes obligatoires mais spontanément communards dans le cœur, c’est d’avoir compris cela et d’avoir cherché tant bien que mal d’agir en conséquence. À partir de cette nouvelle conscience d’espèce qui monte et qui renouvelle et corrobore une ferme volonté de liberté, d’égalité et de fraternité pour tous, un autre monde, finalement humain, est devenu effectivement possible, même si le vieux monde fera tout pour l’empêcher, jusqu’au bout, à son bout.

Certes, nous serons toujours là, ponctuels au rendez-vous, mais tout reste à faire pour la communauté humaine qui a décidé de quitter l’armée des ombres productivistes pour défendre partout les lumières de l’humain en chair et en os. La désertion de toutes les guerres et la défense acharnée de la vie organique sont le préalable à un tel objectif.

Sergio Ghirardi Sauvageon, pendant le mois de mai 2023