giovedì 31 gennaio 2019

I gilets jaunes emigranti dell'interno





Il potere è sordo al discorso dei Gilets jaunes, li tratta come una nocività e replica alla loro collera con una violenza spettacolare che si pretende legittima ma che attizza delle risposte maldestre e trasforma in propaganda statalista la distruzione che ne consegue. Per l’oligarchia dominante di cui i giornalisti sono il microfono e i politici sono i maggiordomi, i Gilets jaunes sono un problema da contenere, da risolvere, sono i migranti dell'’interno di cui ci si deve sbarazzare.

Così il delirio di potenza dei detentori del dominio ha spinto i Bras-nus del XXI° secolo a scavare nella loro umanità fino ad accorgersi che quel che è in gioco è molto di più di un’elemosina sul potere d’acquisto. Quel che è in gioco (da un sacco di tempo, del resto, e non solo in Francia) è l’emancipazione della specie, la festa rivoluzionaria capace di mettere gioiosamente fine a una società mortifera, a un modo di produzione – il capitalismo – diventato ormai, in nome del profitto economico, un modo di distruzione di ogni socialità umana, fino alla biosfera che rende la vita materialmente possibile. Così la preoccupazione rispettabile e urgente ma minimalista, di lottare per rendere vivibile la fine del mese, si è congiunta naturalmente alla necessità d’impedire la fine del mondo decretando la fine di un mondo che non vogliamo perché non è il nostro.
Una vera democrazia presuppone il potere del popolo; Vale a dire un potere condiviso da tutti che solo la struttura del Consiglio può garantire. Vale a dire un’organizzazione sociale in cui la comunità laica reale si sostituisce allo Stato affinché il popolo, riunito DIRETTAMENTE in assemblea, decida liberamente di tutto quel che lo riguarda trovando, attraverso la discussione, delle soluzioni ai problemi che emergono, avendo come obiettivo l’unanimità (sempre difficile e raramente immediata, ma assai spesso possibile tra individui sociali uguali, liberi e fraterni).
Quando l’unanimità non è all'ordine del giorno, il voto è un metodo decisionale che permette di avanzare, di evolvere nel senso considerato migliore dal più gran numero. Il che non impedisce alle minoranze di esprimere la loro autonomia e la loro differenza nel rispetto della decisione della maggioranza. Sono rare le situazioni in cui l’incompatibilità tra maggioranza e minoranza può spingere a una rottura, ma se le affinità scompaiono, come può succedere in ogni storia d’amore, ognuno e ognuna (e ogni gruppo) deve poter riprendere la sua libertà senza impedire quella degli altri.
Con questa descrizione, certo insufficiente e meritoria di un più ampio sviluppo, sto delineando quel che si chiama una democrazia diretta. Cosciente di ripetermi, aggiungo reale, perché una democrazia non è reale se il popolo non è il soggetto abilitato a decidere direttamente del suo destino (si potrebbe parlare di popolo sovrano, ma questo aggettivo è stato talmente inquinato dagli oscurantismi reazionari che risulta ambiguo).
Grande è la differenza tra il popolo libero che discute e vota nei consigli per decidere e i servitori volontari che eleggono i loro dittatori. Questo è il trucco della democrazia rappresentativa che la rende insopportabile.
In una democrazia reale, i soli rappresentanti plausibili sono scelti come porta-parola della volontà generale stabilita dal Consiglio (da molteplici consigli federati tra loro). La rappresentazione è una necessità pratica di fronte al gran numero, ma non deve mai diventare un alibi per instaurare una verticalità di potere che si traduce sempre in gerarchie e in dominio. Dunque revocabilità costante dei rappresentanti e loro controllo continuo da parte del Consiglio e degli individui che li hanno nominati. Niente più Stato, ma una federazione allargata dei Consigli che hanno come base il locale – il qui e ora – pur restando collegati fino al planetario, passando per regioni, nazioni e continenti senza la minima perdita di autonomia.
La fine dello Stato coincide, del resto, con la fine del nazionalismo poiché l’obiettivo della nazione antropologica è l’internazionalismo che si oppone agli Stati-nazione includendo delle nazioni federate, fraterne e libere da ogni connotazione sciovinista. Così la nostra Europa libertaria cancellerà la loro Europa liberale e mafiosa.
È eludendo quest’esigenza intimamente umana al cuore della comunità incompiuta e martoriata dal patriarcato e dal produttivismo che la lotta di classe e di genere è cominciata parecchi millenni fa, per volontà di potere e perversione narcisista.
I dominanti e le dominate di entrambi i generi sono il risultato di una rottura dell'’orizzontalità comunitaria che è sempre fragile e di una perdita della centralità del femminile che richiede protezione dalla peste emozionale. La quale, prodotta dalle frustrazioni di un ingorgo della passione di vivere che provoca una diffusione mirabolante del carattere fallico-narcisista, favorisce l’irruzione di una mentalità autoritaria, vuoi chiaramente fascista. Così la classe dominante giustifica lo sfruttamento e l’umiliazione della donna “subalterna” e dell'’uomo “inferiore” da parte del maschio dominante e della donna collaborazionista. Hitler, Stalin e Thatcher stessa lotta, ma non sono, certo, stati i primi né gli unici lungo il corso della storia. Le religioni monoteiste e l’economia politica condividono la responsabilità del totalitarismo che monta.
Così, con o senza un piccolo gilet jaune sulle spalle, è il destino umano dell'umanità che potrà forse cambiare rotta.
Sergio Ghirardi, 30 gennaio 2019