domenica 10 maggio 2020

Quaderni nomadi dal confino - 4. Dalla coscienza di classe alla coscienza di specie




4. Dalla coscienza di classe alla coscienza di specie

Il confinamento del proletariato in una massa indifferenziata di salariati sprovvista del minimo legame di solidarietà tra caste diverse, non ha eliminato il conflitto sociale (che anzi si esacerba), ma la sua forma storica di lotta di classe. Non c’è, tuttavia, da sognare un ritorno della lotta di classe, quanto il suo superamento nella lotta cosciente della specie di fronte al rischio concreto della sua scomparsa. Questa coscienza di specie integra l’essenziale della lotta di classe, opponendosi al dominio di un’oligarchia che ha reso la società sempre più artificiale e invivibile. Nemica di ogni manicheismo tecnofilo o tecnofobico, la terza via di questa coscienza nascente è quella della padronanza di una tecnica non invasiva e sottoposta al controllo dell’umano, in una società ridiventata organica senza regredire nel primitivismo. Il che significa, appunto, l’integrazione tanto della coscienza di classe che della coscienza di genere in una nuova coscienza che spinga gli esseri umani a una rivoluzione sociale ostile al dominio sulla natura come a quello esercitato dall’uomo sulla donna.
Noto, di sfuggita, che nel mito antico, la punizione di Prometeo non aveva l’obiettivo di criticare l’hybris, ma di sottomettere gli esseri umani all’onnipotenza degli dei che il produttivismo patriarcale ha inventato per meglio garantire il suo potere gerarchico. Invece, è proprio l’hybris produttivista che bisogna combattere e non la voglia prometeica di avere accesso all’energia vivificante del fuoco.
Emancipandosi dai signori, dagli dei e dai loro prosseneti, si ritroverà lo spirito dell’attrazione appassionata teorizzata da Fourier per imparare a utilizzare il fuoco senza bruciarsi e senza incendiare la foresta che ci protegge e ci nutre. La coscienza di specie modificherà radicalmente le relazioni tra gli esseri umani e la natura, trasformando lo sfruttamento in reciprocità, poiché attaccando la natura, stiamo annientando la natura umana e le condizioni stesse della vita in terra.
È il produttivismo che, per ondate successive, ha sempre trasformato ogni invenzione tecnica in uno snaturamento. Durante i quattro millenni che hanno preceduto la rivoluzione patriarcale produttivista, l’agricoltura fu una tecnica che s’integrava alla natura in generale e a quella particolare dei popoli raccoglitori che ne furono gli scopritori. Il che è vero anche per l’artigianato e gli scambi di un’economia del dono che preservava la natura, e con essa gli esseri umani. Se ci si deve effettivamente emancipare dalla società spettacolare-mercantile, non si tratta, tuttavia, di tornare indietro per restaurare un qualunque passato, ma di ritrovarne lo spirito che non è altro che quello della felicità da creare al fine di condividerla piacevolmente.
Solo una coscienza di specie diffusa fino a cancellare la sconfitta storica del proletariato, potrà spingere l’umanità a liberarsi del Leviatano statalista-mercantile che da millenni protende la sua ombra sinistra sul mondo. Essa dovrà confrontarsi alla questione sociale ben oltre l’economicismo volgare dei politicanti di sinistra[1]. Questa coscienza di specie dovrà anche andare oltre l’ambientalismo di un capitalismo verde come il dollaro e rosa/rosso di vergogna socialista come i biglietti di 50 euro e di 100 yuan. Dovrà nutrirsi della radicalità necessaria per essere sensibile alla soddisfazione dei bisogni di tutti, alla questione ecologica globale che investe tutto il sistema di produzione asservito al produttivismo, dal nucleare ai pesticidi, occupandosi urgentemente del riscaldamento climatico che minaccia tragedie ben peggiori del coronavirus.
Lo spettacolo consueto è momentaneamente interrotto per la pandemia, ma i suoi protagonisti moribondi continuano ad agitarsi perché non concepiscono la parola “fine” neanche quando essa appare sui titoli di coda del film. Il virus ha marcato una pausa in seguito alla quale una nuova coscienza delle attuali condizioni di vita degli esseri umani potrebbe innescare il rovesciamento di prospettiva necessario. Risulta chiaro per tutti, ormai, che le aspettative della specie sono arrivate non alla frutta, ma all’indigestione.
La buona notizia del coronavirus, nell’attesa che sparisca dal nostro orizzonte umano, è che non attacca soltanto il sistema respiratorio dell’uomo, ma anche la struttura spettacolare del dominio sociale. Certo, non sarà un virus a liberarci da questo parassita virale – la società dello spettacolo – che ha invaso da un secolo l’universo emozionale umano per ridurlo alla redditività. Tuttavia, non si può negare che il cortocircuito delle emozioni spettacolarizzate operato dalla natura è un potente messaggio pedagogico – che madre natura sia stata sollecitata o no dagli apprendisti stregoni che la manipolano, restando a loro volta manipolati.




Sergio Ghirardi, Decameron - il ritorno 4 (continua)




[1] Quelli di destra, nessuno escluso, volteggiano fuori dalla realtà del popolo di cui si gargarizzano, ma il loro populismo ipocrita è essenziale per il buon funzionamento della truffa politica parlamentarista. Proclamandosi porta parola di una classe onestamente agiata, benpensante e più civilizzata di tutta l’altra gente – quando non delirano chiaramente di appartenere a una patriottica razza superiore nazionalista –, consentono alla sedicente democrazia parlamentare di vendersi come l’ultimo baluardo contro le “dittature comuniste” che rodono. Il loro democratismo di stampo fascista è, di fatto, il brodo di coltura della peste emozionale degli estremismi di tutti i colori e l’alleato obiettivo del totalitarismo cibernetico che monta.


Cahiers nomades du confinement

4. De la conscience de classe à la conscience d’espèce

Le confinement du prolétariat en une masse indistincte de salariés dépourvue du moindre lien de solidarité entre castes diverses, n’a pas éliminé le conflit social (qui, au contraire, s’exacerbe), mais sa forme historique de lutte des classes. Il n’y a pourtant pas à rêver d’un retour de la lutte des classes, mais de son dépassement dans la lutte consciente de l’espèce face au risque concret de sa propre disparition. Cette conscience d’espèce intègre l’essentiel de la lutte de classe en s’opposant à la domination d’une oligarchie qui a rendu la société de plus en plus artificielle et invivable. Ennemi de tout manichéisme technophile ou technophobe, la troisième voie de cette conscience naissante est celle de la maîtrise d’une technique non invasive et sous contrôle de l’humain, dans une société redevenue organique sans régresser vers le primitivisme. Ce qui signifie, justement, l’intégration autant de la conscience de classe que de la conscience de genre dans une nouvelle conscience qui pousse les êtres humains à une révolution sociale hostile à la domination sur la nature autant qu’à celle exercée par l’homme sur la femme.

Je remarque, en passant, que dans le mythe ancien, la punition de Prométhée n’avait pas pour but de critiquer l’hybris, mais de soumettre les hommes à la toute puissance des dieux que le productivisme patriarcal a inventé pour mieux garantir son pouvoir hiérarchique. Or, c’est justement l’hybris productiviste qu’on doit combattre, et non pas l’envie prométhéenne d’avoir accès à l’énergie vivifiante du feu.
En s’émancipant des seigneurs, des dieux et de leurs macros, on va retrouver l’esprit de l’attraction passionnée théorisée par Fourier afin d’apprendre à utiliser le feu sans se brûler et sans incendier la forêt qui nous abrite et nous nourrit. La conscience d’espèce va modifier radicalement les relations entre les êtres humains et la nature, en transformant l’exploitation en réciprocité, puisqu’en détruisant la nature, on est en train de détruire la nature humaine et les conditions mêmes de la vie sur terre. 
C’est le productivisme qui, par vagues successives, a toujours transformé toute invention technique en une dénaturation. Pendant les quatre millénaires précédant la révolution patriarcale productiviste, l’agriculture fut une technique qui s’intégrait à la nature en général et à celle particulière des peuples de la cueillette qui en furent les découvreurs. Ce qui est vrai aussi pour l’artisanat et les échanges d’une économie du don qui préservait la nature, et avec elle les êtres humains. Si on doit effectivement s’émanciper de la société spectaculaire marchande, il ne s’agit pas, pour autant, de revenir en arriéré pour restaurer un quelconque passé, mais d’en retrouver l’esprit qui n’est rien d’autre que celui du bonheur à créer pour le partager agréablement.
Seule une conscience d’espèce répandue jusqu’à effacer l’échec historique du prolétariat, pourra pousser l’humanité à se libérer du Léviathan étatiste-marchand qui depuis des millénaires répand son ombre sinistre sur le monde. Elle aura à se confronter à la question sociale bien au-delà de l’économisme vulgaire des politiciens de gauche[1]. Cette conscience d’espèce devra aussi dépasser l’écologisme d’un capitalisme vert comme le dollar et rose/rouge de honte socialiste comme les billets de 50 euros et de 100 yuans. Elle devra se nourrir de la radicalité nécessaire pour être sensible à la satisfaction des besoins de tous, à la question écologique globale concernant tout le système de production asservi au productivisme, du nucléaire aux pesticides, en s’occupant, avec une urgence particulière, du réchauffement climatique qui menace des tragédies bien pires que le coronavirus.
Le spectacle ordinaire est, pour l’instant, interrompu par la pandémie, mais ses protagonistes moribonds s’agitent encore parce qu’ils ne conçoivent pas le mot « fin », même quand il apparaît au générique du film. Le virus a marqué une pause à la suite de laquelle une nouvelle conscience des conditions actuelles de la vie des êtres humains pourrait déclencher le renversement de perspective nécessaire. C’est clair pour tous, désormais, que les attentes de l’espèce sont arrivées non pas au dessert, mais à l’indigestion.
La bonne nouvelle du coronavirus, en attendant qu’il disparaisse de notre horizon humain, est qu’il n’attaque pas uniquement le système respiratoire des humains, mais aussi la structure spectaculaire de la domination sociale. Certes, ce ne sera pas un virus à nous libérer de ce parasite viral – la societé du spectacle – qui a envahi, depuis un siècle, l’univers émotionnel humain pour le réduire à la rentabilité. Néanmoins, on ne peut pas nier que le court-circuit des émotions spectaculairisées réussi par la nature, est un sacre message pédagogique – que mère natura ait été ou pas sollicitée par les apprentis sorciers qui la manipulent, en étant manipulés à leur tour.
(A suivre)
Sergio Ghirardi, Décaméron – le retour 4


[1] Ceux de droite, sans exception, voltigent hors de la réalité du peuple dont ils se gargarisent, mais leur populisme hypocrite est essentiel pour le bon fonctionnement de l’arnaque politique parlementariste. En se proclamant les porte-paroles d’une classe honnêtement aisée, bien pensante et plus civilisée que tous les autres gens  – quand ils ne délirent pas, clairement, d’appartenir à une patriotique race supérieure nationaliste –, ils permettent à la soi-disant démocratie parlementaire de se vendre comme le dernier rempart contre « les dictatures communistes » qui rodent. Leur démocratisme fascisant est, en fait, le bouillon de culture de la peste émotionnelle des extrémismes de toutes les couleurs et l’allié objectif du totalitarisme cybernétique qui monte.