sabato 27 aprile 2013

PER UNA DECRESCITA PIACEVOLE


 
peperone, begonie, timo, insalata, patate, carote (ORTO SINERGICO)



In barba ai cuochi-star, l’autarchia culinaria


La stupidità di questo mondo si può misurare anche con l’importanza che viene data alla visibilità, alla fama.
A tralasciare il fatto che uno spesso diventa famoso sul nulla, è sufficiente che una persona sia famosa che addirittura viene premiata con una carica parlamentare. Del tutto indimostrata, ovviamente, la sua capacità di gestire la cosa pubblica. Cicciolina, Gerry Scotti, Luxuria, sono i primi nomi che mi vengono in mente. Senza ovviamente esprimere un giudizio sui predetti, io trovo che questa sia una delle dimostrazioni più lampanti della predetta stupidità del nostro mondo.
E adesso ci sono anche i cuochi-star. Complici, presumo, alcune trasmissioni di cucina, i cuochi si sono ritagliati un loro ingombrante spazio di celebrità. Che mi disturba parecchio. In qualche modo la grande cucina è un’arte, sicuro, ma non certo un’arte povera: va nel senso diametralmente opposto a quello della vita sobria ed autarchica. Anche se poi questi soloni da un lato hanno il coraggio di salassare la gente con i loro conti stellari e poi di inneggiare alla semplicità del panino col salame o della minestrina col formaggino.
Non li digerisco i grandi cuochi. Osannati come “semidei che vivete in castelli inargentati”, neppure si accontentano delle ricette culinarie, ma dispensano anche improbabili ricette per la vita.
Lungi allora da noi i cuochi stellati, che boicotteremo come tanti altri simboli di questo mondo alla rovescia.
E piuttosto, guardiamoci intorno: è primavera. Un’epoca in cui ciascuno di noi può sperimentare l’autarchia culinaria. Rechiamoci in campagna e riempiamo sacchi di punte di ortica, per realizzare splendidi risotti; oppure di luppolo, per le frittate. Oppure ancora, semplicemente, con lievito di birra, farina, poco sale e foglie di borraggine, prepariamo buonissime frittelle. Lasciamo i grandi cuochi ai loro “letti di”, ai loro “sarcophage”, alle loro cucine molecolari. Non c’è nulla di più creativo di prepararsi da mangiare in modo semplice e genuino. E nulla di più gratificante del rendersi conto di operare nel rispetto di madre natura.

Commento di Sergio Ghirardi:

Tema affascinante al cuore della contraddizione ideologica tra crescita e decrescita.
Certo, lo spettacolo ha spostato l'alienazione classica dell'essere in avere a uno stadio ancor più becero e soprattutto perverso. Ormai conta soprattutto apparire, fare finta, guadagnarsi dieci minuti di celebrità in una vita di merda dove tutto è inquinato compresi i valori. Per questo tutti i servitori volontari del totalitarismo economicista, compresi i cuochi, galoppano al passo dell’oca delle mandrie addomesticate.
Certo, contro il consumismo alienante e la circolazione forsennata delle merci è saggio e piacevole usare prodotti locali, stagionali e, perché no, selvatici quando non siano inquinati da qualche misfatto industriale, diossina, mercurio, piogge acide o radioattività, per esempio. Tuttavia inventare ricette e piatti sublimi partendo da questa base non alienata è una nobile, rispettabile e sostenibile tradizione umanistica, non una vergogna e fa parte di quell'eccesso necessario all’umanità creatrice per poter modellare la sobrietà gioiosamente e non farne l'ennesima morale di frustrazione educatrice di schiavi di qualche padrone.
La decrescita non ha come fine il venir meno, il ridurre, lo stringere gli sfinteri, ma la qualità di un di più armonizzato creativamente dall’intelligenza sensibile in modo da integrarlo all’equilibrio della natura (madre, matrigna, sorella o possibile amante che sia).
La decrescita da ogni produttivismo è la condizione necessaria per rimettere al centro del progetto sociale l’economia del dono per un aumento senza limiti pregiudizievoli della felicità.
Tutti gli integralismi sono reazionari e sadomaso. Sarebbe bene cominciare a farli decrescere radicalmente.