giovedì 20 ottobre 2011

Da Genova, destinazione Nuovo Mondo 5) - P. Ranieri


MEDIA

…non comprate giornali, non "aggiornatevi" su questa guerra: non sta succedendo niente, niente che non sappiamo già, niente contro cui già non ci siamo/stiamo rivoltando. Ricordo nel 1991 l'incremento di vendite de "il Manifesto" (e lo dice uno che contribuì): non foraggiamo più sciacalli. E soprattutto, usciamo dalla notizia. Usciamo fuori. Disperdiamoci.

(Claudio LISTA LIBERTARI 29.3.03)

Lo spazio simbolico, solitamente appannaggio dei recuperatori politici e mediatici, è stato espugnato, invaso ed egemonizzato dalla concretezza di migliaia e migliaia di uomini e donne, dalla materialità del conflitto di classe.

Vis-à-Vis - Quaderni per l'autonomia di classe

"Tra gli scaltriti pratici di oggi, la menzogna ha perso da tempo la sua onorevole funzione di ingannare intorno a qualcosa di reale. Nessuno crede più a nessuno, tutti sanno il fatto loro. Si mente solo per fare capire all'altro che di lui non c'importa nulla, che non ne abbiamo bisogno, che ci è indifferente che cosa pensa di noi. La bugia, un tempo strumento liberale di comunicazione, è diventata oggi una tecnica della sfrontatezza, con cui ciascuno spande intorno a sé il gelo di cui ha bisogno per vivere e prosperare."

(T. W. Adorno, Minima moralia)

La democrazia occidentale prospetta una regressione ad un modello di libertà astratta ed inverificabile, di carattere pre-moderno e pre-civile, non basata cioè su equilibri, pesi e contrappesi, controlli dal basso, bensì su un richiamo carismatico - fideistico, e sul sistematico confronto con regimi aberranti, le cui aberrazioni sono, peraltro, il diretto risultato della plurisecolare ingerenza occidentale sui paesi più deboli (basti pensare all'Iraq). In democrazia l'informazione gode di uno status privilegiato, che è diretta conseguenza del suo sfuggire alla verifica dell'esperienza individuale.

E' una gerarchizzazione della realtà, che rende irreale ciò che è vissuto e sperimentato dai singoli, mentre pone al di sopra del sospetto ciò che non lo è: in democrazia solo il debole è sospettabile. Il dato che i giornalisti vengano uccisi non appena cerchino di assumere direttamente informazioni sulla guerra, viene fatto passare come un problema di cattiveria dei Talebani, perciò l'informazione a riguardo consiste nello spremere lagrimucce e non nel verificare l'applicazione delle garanzie sull'informazione. Il dogma ufficiale non teme smentite e contraddizioni, ogni crimine può essere giustificato, perché la democrazia sarebbe perfetta, se non fosse per le imperfezioni dei nemici della democrazia. Il sistema democratico è ufficialmente ridondante di garanzie, ma la loro sistematica disapplicazione non è soggetta a meccanismi di garanzia, per cui alla fine il garante garantisce soltanto se stesso. Su tutto questo l'opposizione pretenderebbe di opporsi senza dissentire, senza chiedere conto e senza chiedere spiegazioni, cioè senza sospettare di nulla.

La mistificazione non è altro che controllo, dominio; e un dominio che non mistificasse, non sarebbe in effetti neanche un dominio, bensì Provvidenza, una Provvidenza che concede generosamente all'opposizione di esistere soltanto per mero esercizio del libero arbitrio, e non certo perché ci sia realmente qualcosa a cui opporsi. In fondo anche Dio, a propria maggior gloria, concede al Diavolo di esistere, per poi inserirlo nel suo disegno provvidenziale.

Qui non si tratta di possedere, già pronta per l'uso, una verità alternativa all'attuale mondo fittizio, ma semplicemente di assumere la verità come problema sociale e, quindi, il sospetto come contrappeso, riequilibrio, autogarantismo sociale.

(Comidad Dicembre 2001 )

Joseph Pulitzer, il famoso giornalista statunitense, scriveva: "Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e, prima o poi, la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri".

Sono passati cento anni da allora, e l’opinione pubblica, che in Italia forse non è nemmeno mai riuscita a nascere, agonizza da tempo anche negli Stati Uniti. Non perché sia mancata la divulgazione, ché forse mai è stata come ora capillare, e spesso impudica, oppure si siano estinte la mediocrità, la disonestà, l’inconsistenza, la melensaggine dei potenti, ma perché il concetto di opinione pubblica é stato interamente assorbito e sottomesso dal sistema del potere separato: viene chiamata opinione pubblica l'opinione attribuita agli individui attraverso un capillare sistema di falsificazione, cui gli individui sono chiamati – con aggressività sempre maggiore - a riconoscersi ed uniformarsi. L'opinione pubblica é quanto si intima alla gente di riconoscere come opinione della maggioranza. Domani, potrebbe essere ciò che ci si troverà obbligati a pensare. Se nei paesi dittatoriali è concesso un solo pensiero per volta, però gratuitamente, in quelli a democrazia di mercato si può scegliere fra più pensieri prefabbricati, con l’aggravante che poi occorre pagarli. Nei primi si è costretti a cedere la propria autonomia di giudizio una volta per tutte, in cambio di un programma chiuso che contiene la risposta già data a ogni domanda possibile. E’ il regno dei libretti rossi, o verdi, delle bibbie, dei corani, dei diamat. Il movimento sociale è organizzato in forma centripeta, in un panottico del pensiero che avrebbe entusiasmato il generale ideologo di Musil, ansioso di schierare ordinatamente, alla maniera dei corpi d’armata, tutte le idee del mondo. Nei secondi le opinioni sono merci, alcune di largo consumo, altre di lusso, o, come usa dire ora, di nicchia, ciascuna con il proprio ambito di pubblicità e di confezioni, ciascuna a simboleggiare un particolare status, una specifica combinazione di socializzazione e di misantropia, col cui fango costruire l’immagine di un sedicente individuo. Il modello è di tipo circolare, come un rotare perpetuo di sfere tolomeiane, dove si incastonano come stelle i pensieri separati e crocifissi. Mentre nel primo caso l’impotenza determinata dal monoteismo forzato, si percepisce come una cappa plumbea, è la rarefazione ideologica, lo spaesamento da sovrabbondanza, a determinare inerzia e passività nel secondo caso. Da una parte l’individuo non ha titolo di decidere alcunché, neppure le cose più modeste relative alla propria esistenza. Nel secondo, chi sia stato condotto a questa particolare perversione, godrebbe della possibilità, 24 ore su 24, di partecipare a sondaggi d’ogni sorta, tracciando, registrando e omologando ogni possibile declinazione della propria particolare predilezione. Risultato di ogni sondaggio è unicamente confrontare la propria opinione con quella della maggioranza, per ricavarvi quella dialettica dell’identificazione e della distinzione, della massa (sono normale, sono come tutti gli altri) e dell’elite, (sono molto meno fesso, non sono mica come gli altri), con cui il cittadino atomizzato consola il proprio bisogno di pace e di calore e la propria nostalgia di luce e di unicità. L’uno e l’altro parimenti insoddisfatti, ma sempre riattizzati dall’eretismo dell’attualità coatta.

Pure, come il limite dello sfruttamento dei produttori, consiste nella loro insopprimibile autonomia, che sola consente loro di produrre; così il limite di quella figura passiva che è il consumatore, consiste precisamente nella sua passività, che necessita di crescenti iniezioni di umiliazione, di scarsità, di insoddisfazione. Il meccanismo impone che, per vendere le prossime ideologie e le prossime merci, vengano svalutate a ritmo accelerato le merci e le ideologie contemplate ieri, e neppure finite di pagare. Ciò che crea la necessità di comprare la nuova dose, non solo mina la fiducia nel rimedio precedente, ma infine la fiducia nel meccanismo complessivo, la cui fantasmagoria, accelerata parossisticamente, mostra pesantemente i fili e le carrucole dell’artificio. Per questo, i pacchetti di merci presentano, ogni giorno dosi più massicce di merce religiosa, così da supplire con la fede ai conti sconnessi del credito.

Nell’un caso come nell’altro, tuttavia, l’identificazione con la passività è essa stessa passiva, la rinuncia a sé stessi rinunciataria, l’oblio di sé distratto e smemorato; poiché pensare costa fatica e appare inutile, un sacco di persone si aggancia negligentemente al carro dell'opinione pubblica, ma senza crederci davvero, facendosi semplicemente portare dall'onda, nella speranza di dimenticarsi di tutto. A furia di scordarsi di sé stessi, si scordano delle ragioni della loro fiducia, della loro obbedienza, della loro speranza. Se il messaggio che viene istillato tenacemente è: tutto è vero, nulla è permesso, lo scambiarsi vorticoso delle verità in vendita mina alla radice il credito. I consumatori si impigriscono, gli elettori si riducono, come pure i lettori di giornali: incomincia a montare l’idea che tutto è falso ma è obbligatorio dichiararlo vero pubblicamente, salvo strizzarsi l’occhio in privato, con la petulante e gaglioffa baldanza di chi crede di assistere a una truffa, ma di non essere del numero dei truffati.

Quindi, non urge svelare che quelle ufficiali sono balle, perché nel loro cuore tutti lo sanno, ma piuttosto dimostrare che farsi carico dell'esistente, essere presenti é ciò che veramente merita vivere.

Da anni disavvezzi a vivere direttamente le proprie esperienze, abituati ad avere l’impressione di poter vedere ogni cosa, e di poter mutare la propria percezione pigiando sul telecomando, si risulta, a un tempo, inadeguati a percepire realmente ciò che si sta vivendo e a CONTENTARSI di questo soltanto. Nel proprio delirio solipsistico, lo spettatore, convinto che la sua anima viva come diecimila, a somiglianza del Vate, non riesce più a rendersi conto che il suo corpo, nel frattempo, vive come zero. Come lo spettatore televisivo– se per avventura va allo stadio - , fatica a comprendere quel che accade in campo, sprovvisto com’è di commento, replay, primi piani, interruzioni pubblicitarie, e si annoia; ugualmente in ogni settore. L’incubo ricorrente nei primi anni televisivi, il mostro che esce dal video per ghermirti, si ritrova infine capovolto. A Genova migliaia di persone si trascinavano qua e là con l’aria di essere stati non già risucchiati, ma violentemente estromessi dal televisore, e vagavano in vana ricerca del varco per rientrare nel tubo amniotico della comunità virtuale, da cui avevano avuto la malaugurata idea di allontanarsi. Molta della festosità becera e coatta dei successivi appuntamenti, tanto oceanici quanto rapidamente risucchiati dall’oblio, dal Cofferati-day fino a Firenze, è derivata dalla sensazione di aver finalmente trovato il modo di stare in piazza come dentro un televisore, con e niente più di un jingle ribelle dentro al cuore.

Hanno scritto dei compagni: ”Se c'e' una cosa che abbiamo potuto constatare a Genova, per chi ci è stato/a live e non in videocassetta, è stata la potenza del controllo mediatico sulle persone: malgrado che le persone avessero partecipato ai fatti, dopo aver visto il telegiornale, ascoltato la radio, letto i giornali... quella verità ufficiale valeva di più di ciò che avevano visto, fatto e sentito addosso in prima persona e parlavano conseguentemente riallineati al pensiero "ufficiale"

Io credo che questa sia una delle questioni (…) che dovremmo affrontare se vogliamo un altro mondo. Che vuol dire un mondo diverso da questo, non un mondo uguale con leader diversi.

Per questo la foto di un BB che butta una telecamera da 100 milioni dentro una macchina in fiamme a Genova mi sembra un manifesto per una nuova prospettiva di rivolta a partire dal far marcire la CNN, la RAI ecc.”

In Tv passano solo fiction, e i più fittizi sono i programmi di informazione. Chi vuol sapere ciò che accade, é bene che la tenga spenta.

gli operai hanno dovuto conoscere l'opinione altrui tramite i giornali e la tv, immediatamente non solo non hanno avuto un'idea chiara di ciò che pensava la maggioranza, ma addirittura di ciò che pensavano essi stessi. Perché il punto di vista, da cui cresce il giudizio, non esiste se non nel confronto dei punti di vista, da solo non distingue, é piatto, non produce ombra, non crea prospettiva. Quindi qualsiasi cosa uno faccia, é spinto a pensarsi come "the only living boy in New York", perché, nei fatti, era già isolato fin dal principio.

«Per non vedere la realtà, lo struzzo infila la testa nel televisore», afferma lo scrittore brasiliano Millor Fernandes.

La gente guarda la tv e scopre che cosa deve pensare di quel che ha veduto nella strada: oppure, ascolta la sua radio (purché sia una radio libera, ma libera veramente) e scopre in presa diretta ciò che le sta accadendo. Ascolta le previsioni meteorologiche e scopre se ciò che avverte va chiamato freddo oppure caldo, nel rispetto di infiniti parametri. Piove o c’è il sole, relativamente: di assoluto vi è solo la statistica, quella che situa ciò che sperimentiamo nella scala degli eventi possibili. Solo con questa falsificazione crescente e spudorata, riesce possibile celare il mutamento drammatico del clima, del quale non è lecito parlare perché ancora nessuno ha messo sul mercato delle merci adatte a fronteggiarlo. La catastrofe non esiste finché sugli scaffali non è disponibile il kit-anticatastrofe. Prima o poi, ciascuno, prestando orecchio ai necrologi, vedrà infine confermata quella morte che ha scontato vivendo.